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23 Agosto 2015 - 8 Elul 5775
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL
alef/tav
Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
"La pace dello Shabbat, di un mondo che si ferma, in un tempo fuori dal tempo, era palpabile, pervadeva tutto...." (Oliver Sacks, in un bellissimo articolo pubblicato su la Repubblica, in cui ricorda uno Shabbat passato insieme al suo compagno in casa di suo cugino Robert John Aumann, premio Nobel per l'economia ed ebreo ortodosso)
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
Il rimorso lo si prova per aver commesso un errore o aver mancato in qualcosa. A proposito di Khaled Al-as'ad non mi sembra che il rimorso abbia trovato spazio nelle parole che in questi giorni molti hanno utilizzato per dare spazio ai propri sentimenti. Abbiamo concentrato tutto in una sorta di urlo - sommesso, peraltro - che sostanzialmente diceva: “Nous sommes tous Khaled Al-as'ad” e abbiamo impiegato 48 ore circa per dirlo. Si può far meglio.
Allerta sicurezza
È nuovo allarme sicurezza dopo i drammatici fatti di venerdì sulla linea veloce Parigi-Amsterdam. Un episodio che, concordano gli analisti, ha rivelato la fragilità non solo dell’antiterrorismo, ma anche della sicurezza sui treni. Ecco la prima misura: pattuglie miste e controlli a campione sui mezzi che viaggiano in Europa. La società ferroviaria francese Sncf, riporta Repubblica, ha inoltre annunciato che attiverà un numero di telefono d’emergenza per segnalare “situazioni anomale” nelle vetture o sulle banchine delle stazioni.
Scandali, corruzione, violente contrapposizioni ideologiche. Accuse e veleni incrociati tra diverse fazioni hanno portato alle dimissioni di Abu Mazen dalla leadership dell’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Niente invece cambia in sede Anp. “Abbas resta a tutti gli effetti il presidente dell’Autorità – scrive Repubblica – l’uomo che (almeno in teoria) dovrebbe portare il popolo palestinese ad avere un proprio Stato”.
Ieri il salvataggio di migliaia di profughi nel canale di Sicilia, ma anche lo sfondamento (che ha presto fatto il giro del mondo) del muro eretto dalla Macedonia da parte di migranti fuggiti da Iraq, Siria e Afghanistan. Racconta l’inviato della Stampa: “Una donna siriana ha partorito in un angolo della stazione, l’altra notte. La figlia si chiama Hanan, tenerezza, sta bene. Partiranno insieme fra qualche giorno per andare in Europa. Sono convinte che esista davvero”.
 
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  davar
SERIE A - gli ebrei italiani e le stracittadine
Derby, passione inesauribile
Si sente spesso dire che non ci sia italiano più autentico di un ebreo italiano. E forse è vero. Basti pensare alle antichissime presenze locali di nuclei ebraici e al filo intergenerazionale di memorie che le lega al territorio. Naturalmente, nel paese che conta sessanta milioni di allenatori, e almeno altrettanti tifosi, neanche gli ebrei italiani sfuggono all’implacabile giostra del tifo. Ci abbiamo un po’ giocato sopra, alla partenza di una Serie A che, per il secondo anno consecutivo, conferma la bellezza di cinque derby. È sfida nella sfida. È calcio. Ma è anche identità, passione, goliardia. Buon campionato a tutti!

CLAUDIO VERCELLI (TORINO) - “Guarda, della Juve a me importa un fico secco. Siete succubi della maggioranza silenziosa che governa questa città. Io sto con il Toro”. Claudio Vercelli, storico, fa risalire a questo scontro adolescenziale tra padre e figlio la propria fede granata. Uno scontro in realtà all’acqua di rose perché, racconta, le sue parole furono accolte con un sbadiglio. Ma tant’è. Il più grande di sempre? “Valentino Mazzola”. Mentre oggi il più apprezzato è Peres. “Ma non per la qualità, bensì per il cognome” sottolinea da navigato esperto di politica mediorientale. E i cugini bianconeri? “Le uniche zebre che valgano la pena d’essere ricordate – dice Vercelli – sono quelle attraversate dai Beatles ad Abbey Road”.

SIMONE DISEGNI (JUVENTUS) - “Ho avuto un percorso strano. Da bambino palpitavo infatti per Inter, Lazio e persino per il Brasile. La Juve mi ha folgorato in seconda elementare”. Ex presidente Ugei, Simone Disegni è stato un po’ un ponte: il primo tifoso in famiglia. È supporter bianconero con tutti i crismi, ma non nutre un particolare risentimento verso il Toro. “Nella vita – dice – ho sempre avuto simpatia per i più deboli. Lo stesso vale per il calcio, non me la sento di infierire”. Giocatore simbolo della ‘juventinità’, per Disegni, è l’ex Pallone d’oro Nedved (oggi dirigente del club). “L’ho amato perché dava l’anima, rincorrendo palloni fino all’ultimo”. E adesso? “Pogba, anche se ogni tanto gigioneggia un po’ troppo”.

DANIELE REGARD (ROMA) - “Ho avuto un grande privilegio nella vita: quello di veder giocare Totti quando ancora non era Totti. Si vedeva che era un predestinato, anche a 13 anni”. Daniele Regard, ex presidente Ugei, ha sviluppato un vero e proprio culto per il capitano. Suo l’unico poster appeso in camera in gioventù. E ancora oggi, da adulto, il “pupone” non smette di regalargli brividi. “Il numero uno, come lui nessuno”, conferma Regard. Che poi aggiunge: “Sono romanista da sempre, nato e cresciuto in una famiglia di solida fede. Della Lazio mi importa poco. La nostra è una bella storia, piena di bandiere. E la loro? Mah, meglio tacere. Li vedo un po’ frustrati, ecco…”.

MAURO DI CASTRO (LAZIO) - “Nel nostro mondo si sconta una preclusione ingiustificata nei confronti della Lazio. Basti pensare che due soli ebrei hanno militato in Serie A, ed entrambi con questi colori”. Difende la sua scelta Mauro Di Castro, ex consigliere comunitario e uomo Maccabi a Firenze. “Il mio – spiega – è nato come tifo di protesta: avevo tutti romanisti attorno. Poi si è sempre più radicato”. Chinaglia il calciatore più amato (“forti limiti personali, ma grande generosità”), mentre oggi la preferenza va a Klose: campione sul campo, ma anche di professionalità. Aspettative per la stagione? “Sulla carta la Roma è più forte di noi – dice Mauro – ma certe situazioni non sempre si possono pronosticare”.

MARCELLO VITALE (SAMPDORIA) - È il sogno di ogni tifoso ‘doc': la propria squadra che riconquista gli onori perduti e al tempo stesso fa sprofondare i rivali a un punto ancora più basso. Marcello Vitale l’ha realizzato 12 anni fa. La stagione del ritorno doriano in Serie A, e della C che accoglieva invece il Genoa dopo due stracittadine perse. “Che spasso, un vero trionfo” ride di gusto. Dipendente comunitario, Vitale è testimone di rivalità accese che da sempre dividono la città (e di conseguenza anche la Comunità). “È derby sempre. Per questo amiamo i giocatori passionali e attaccati alla maglia. Come Flachi, quello cui sono stato più legato. Lo volevano in tanti, lui ha sempre lottato per restare”.

SILVIO SCIUNNACH (GENOA) - “Chi nasce a Genova è per forza del Grifo. Chi viene da fuori tifa gli Altri. È molto semplice”. Prima regola del tifoso rossoblu: il Doria non esiste, tutt’al più è “altro”. Silvio Sciunnach, consigliere, si dice genoano “dalla pancia”. E in quanto tale spiega di apprezzare tutti quei giocatori, magari non fenomeni, che per i colori hanno sputato sangue. “Faccio un nome un po’ così della passata stagione: Pavoletti. Nessuno gli dava due lire, però si è sempre imposto”. Il più grande resta comunque Signorini, lui sì davvero forte, anche se la sua vita – ricorda Silvio – ha avuto un finale tragico. Messaggio ai cugini? “Iniziamo il campionato con un obiettivo: arrivare davanti agli ‘altri’. Ce la faremo”.

DANIELE NAHUM (MILAN) - “Milanisti si nasce, è una storia di famiglia. Non potevamo scegliere, è stato giusto così. L’unica cosa giusta da imporre nella vita”. Orgoglio rossonero per Daniele Nahum, ex portavoce della Comunità. Che non ha chiaro un concetto: “Non capisco perché ci si ostini a chiamarlo derby, l’Inter è la squadra di Orio al Serio”. Giocatore del cuore? “Per affetto Maldini, ma il più grande è stato Baresi. Dei contemporanei (o quasi) direi invece Kakà”. Messaggio per i cugini? “Quest’anno mi sembrano più forti e hanno un buon allenatore. Allo stato attuale sono davanti”. Ma occhio ai ribaltoni: “Se prendiamo Ibra, cambia tutto. A quel punto vinciamo lo scudetto”.

DANIELE COHEN (INTER) - “La passione nerazzurra? Merito del nonno Benatoff, interista da sempre nonostante fosse nato in Bulgaria e arrivasse da Israele”. Daniele Cohen, ex assessore alla Cultura, non ha mai avuto dubbi. E sin da piccolo ha scelto “l’unica vera squadra di Milano”. D’altronde, dice, “noi possiamo fregiarci di non essere mai retrocessi, quegli altri invece saranno per sempre Serie B”. Campioni del cuore? Ronaldo, ma solo quello pre-militanza rossonera. E poi menzione d’obbligo per il principe Milito e per capitan Zanetti. Messaggio per i cugini? “Mah, fanno un po’ tenerezza. Cambiano allenatori come nell’epoca del miglior Moratti. Ora hanno pure uno dei ‘nostri’ (Mihajlovic) in panca…”.

ROBERTO ISRAEL (CHIEVO) - “Adesso la favola è realtà concreta. Non tutti però possono dire: io c’ero, dall’inizio. Da quando giocavamo nei campetti delle serie minori e non eravamo nessuno”. Batte il petto Roberto Israel, consigliere UCEI e tifoso del Chievo. L’incredibile cavalcata che avrebbe portato la squadra di un quartiere in Serie A inizia ormai ad essere storia (2002). Dietro però ci sono una serie di passioni ed emozioni che solo il supporter della prima ora potrà cogliere. “Forse non sarà più come un tempo, ma i valori testimoniati da questa compagine sono straordinari”, dice Israel. Che come uomo immagine indica oggi Pellissier. “Non è mai voluto andare via, è una bandiera”.

ALBERTO RIMINI (VERONA) - Era un bambino Alberto Rimini, avvocato, quando il Verona dei miracoli conquistava a sorpresa il suo primo (e unico) scudetto. Era il 1985 e Alberto celebrava come tutti in piazza Bra. “Una festa per tutta Verona – ricorda – io personalmente rimasi quasi sordo per una trombetta”. Oggi le prospettive di classifica sono diverse ma, afferma, il fatto di avere due squadre in Serie A costituisce motivo di vanto e non di scontro. “Qua il derby è una cosa diversa, molto meno esasperato di altrove. Mi sembra un valore da tutelare”. Ogni estate Rimini parte con una convinzione: i cugini non ce la faranno, e saranno relegati tra i cadetti. “Alla fine mi sbaglio sempre. Meglio così”.

Adam Smulevich Pagine Ebraiche settembre 2015
IERI IL CONCERTO DOPO GIORNI DI TENSIONE
Matisyahu canta Gerusalemme

"Una vittoria per i miei fan"
“Tonight was difficult but special”. È stata difficile ma speciale la notte di Matisyahu, il rapper e cantante raggae al centro di un vergognoso caso di intimidazione da parte degli organizzatori del festival Rototom Sunsplash. Per partecipare l’artista, che è ebreo ortodosso, avrebbe dovuto sottostare a un ricatto: o una dichiarazione preventiva a favore dello Stato palestinese, o niente festival. Lo sdegno internazionale seguito a questi fatti aveva costretto gli organizzatori del festival spagnolo alla retromarcia. E così, ieri sera, Matisyahu si è esibito. Anche in questo caso non sono mancate piccole provocazioni, ma fortunatamente minoranza. E convinto si è levato l’applauso dal pubblico, a parte i fischi dei soliti idioti, quando Matisyahu ha cantato la “sua” Gerusalemme. Un’esibizione applaudita anche dai suoi numerosissimi fan sui social network (oltre un milione di sostenitori su Facebook). Proprio a loro Matisyahu si è rivolto con parole di profonda gratitudine. “Un grazie a tutti i miei incredibili sostenitori, di qualsiasi credo essi siano, per non essere rimasti in silenzio. Questa – ha scritto l’artista – è la vostra vittoria”.
ISRAELE - melamed
"La tolleranza non è un lusso"
“In un paese come il nostro la tolleranza non è un lusso. È una precondizione per l’esistenza. Quest’anno una nostra studentessa non tornerà a scuola: è stata assassinata perché marciava con i suoi amici durante la Pride Parade. Non possiamo fare finta di nulla. Essere in disaccordo è permesso, può essere anzi auspicabile. Alzare le mani, invece, non lo è mai”. Con queste parole il ministro israeliano per l’Istruzione, Naftali Bennett ha annunciato che l’inizio dell’anno scolastico avrà una caratterizzazione speciale. L’estate appena trascorsa non è stata una stagione di guerra, ma i fatti delle ultime settimane hanno portato il ministero a proporre anche per l’anno scolastico che inizierà il primo settembre prossimo un programma ad hoc: la prima settimana di scuola sarà tutta dedicata a lezioni su razzismo, violenza e tolleranza.
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pilpul
L'esilio della decisione
L’estate porta con sé, il più delle volte, l’obbligo di riempire le pagine dei giornali e di fare girare il motore di quella gigantesca “infosfera” (il circuito delle relazioni di scambio continuo tra informazioni di ogni genere e tipo) dentro la quale viviamo, molto spesso inconsapevolmente. La polemica sulle nomine di dirigenti e direttori generali, di origine non italiana, da parte del ministero dei Beni artistici e culturali, in alcune prestigiose sedi parrebbe da ascriversi più all’obbligo di un esercizio campanilistico, in assenza di altre nuove, che non ad altro. Salvo la coda di astiosi e biliosi strascichi che di certo non mancherà di alimentare ancora. Al netto del riconoscimento che la reciprocità, in questo caso, funziona, poiché non pochi italiani sono in posizioni apicali, ossia di vertice, in organismi omologhi all’estero. L’arte esiste se circola; con essa, coloro che ne curano la diffusione, la socializzazione e la valorizzazione. A questo elementare riscontro, che tuttavia non vuole essere liquidatorio, vanno aggiunte un paio di considerazioni, le quali non sono per nulla in contrasto tra di loro.

Claudio Vercelli
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