Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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"La
pace dello Shabbat, di un mondo che si ferma, in un tempo fuori dal
tempo, era palpabile, pervadeva tutto...." (Oliver Sacks, in un
bellissimo articolo pubblicato su la Repubblica, in cui ricorda uno
Shabbat passato insieme al suo compagno in casa di suo cugino Robert
John Aumann, premio Nobel per l'economia ed ebreo ortodosso)
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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Il
rimorso lo si prova per aver commesso un errore o aver mancato in
qualcosa. A proposito di Khaled Al-as'ad non mi sembra che il rimorso
abbia trovato spazio nelle parole che in questi giorni molti hanno
utilizzato per dare spazio ai propri sentimenti. Abbiamo concentrato
tutto in una sorta di urlo - sommesso, peraltro - che sostanzialmente
diceva: “Nous sommes tous Khaled Al-as'ad” e abbiamo impiegato 48 ore
circa per dirlo. Si può far meglio.
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Allerta sicurezza
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È
nuovo allarme sicurezza dopo i drammatici fatti di venerdì sulla linea
veloce Parigi-Amsterdam. Un episodio che, concordano gli analisti, ha
rivelato la fragilità non solo dell’antiterrorismo, ma anche della
sicurezza sui treni. Ecco la prima misura: pattuglie miste e controlli
a campione sui mezzi che viaggiano in Europa. La società ferroviaria
francese Sncf, riporta Repubblica, ha inoltre annunciato che attiverà
un numero di telefono d’emergenza per segnalare “situazioni anomale”
nelle vetture o sulle banchine delle stazioni.
Scandali, corruzione, violente contrapposizioni ideologiche. Accuse e
veleni incrociati tra diverse fazioni hanno portato alle dimissioni di
Abu Mazen dalla leadership dell’Olp, l’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina. Niente invece cambia in sede Anp. “Abbas
resta a tutti gli effetti il presidente dell’Autorità – scrive
Repubblica – l’uomo che (almeno in teoria) dovrebbe portare il popolo
palestinese ad avere un proprio Stato”.
Ieri il salvataggio di migliaia di profughi nel canale di Sicilia, ma
anche lo sfondamento (che ha presto fatto il giro del mondo) del muro
eretto dalla Macedonia da parte di migranti fuggiti da Iraq, Siria e
Afghanistan. Racconta l’inviato della Stampa: “Una donna siriana ha
partorito in un angolo della stazione, l’altra notte. La figlia si
chiama Hanan, tenerezza, sta bene. Partiranno insieme fra qualche
giorno per andare in Europa. Sono convinte che esista davvero”.
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SERIE A - gli ebrei italiani e le stracittadine
Derby, passione inesauribile
Si
sente spesso dire che non ci sia italiano più autentico di un ebreo
italiano. E forse è vero. Basti pensare alle antichissime presenze
locali di nuclei ebraici e al filo intergenerazionale di memorie che le
lega al territorio. Naturalmente, nel paese che conta sessanta milioni
di allenatori, e almeno altrettanti tifosi, neanche gli ebrei italiani
sfuggono all’implacabile giostra del tifo. Ci abbiamo un po’ giocato
sopra, alla partenza di una Serie A che, per il secondo anno
consecutivo, conferma la bellezza di cinque derby. È sfida nella sfida.
È calcio. Ma è anche identità, passione, goliardia. Buon campionato a
tutti!
CLAUDIO VERCELLI (TORINO) - “Guarda,
della Juve a me importa un fico secco. Siete succubi della maggioranza
silenziosa che governa questa città. Io sto con il Toro”. Claudio
Vercelli, storico, fa risalire a questo scontro adolescenziale tra
padre e figlio la propria fede granata. Uno scontro in realtà all’acqua
di rose perché, racconta, le sue parole furono accolte con un
sbadiglio. Ma tant’è. Il più grande di sempre? “Valentino Mazzola”.
Mentre oggi il più apprezzato è Peres. “Ma non per la qualità, bensì
per il cognome” sottolinea da navigato esperto di politica
mediorientale. E i cugini bianconeri? “Le uniche zebre che valgano la
pena d’essere ricordate – dice Vercelli – sono quelle attraversate dai
Beatles ad Abbey Road”.
SIMONE DISEGNI (JUVENTUS) - “Ho
avuto un percorso strano. Da bambino palpitavo infatti per Inter, Lazio
e persino per il Brasile. La Juve mi ha folgorato in seconda
elementare”. Ex presidente Ugei, Simone Disegni è stato un po’ un
ponte: il primo tifoso in famiglia. È supporter bianconero con tutti i
crismi, ma non nutre un particolare risentimento verso il Toro. “Nella
vita – dice – ho sempre avuto simpatia per i più deboli. Lo stesso vale
per il calcio, non me la sento di infierire”. Giocatore simbolo della
‘juventinità’, per Disegni, è l’ex Pallone d’oro Nedved (oggi dirigente
del club). “L’ho amato perché dava l’anima, rincorrendo palloni fino
all’ultimo”. E adesso? “Pogba, anche se ogni tanto gigioneggia un po’
troppo”.
DANIELE REGARD (ROMA) - “Ho
avuto un grande privilegio nella vita: quello di veder giocare Totti
quando ancora non era Totti. Si vedeva che era un predestinato, anche a
13 anni”. Daniele Regard, ex presidente Ugei, ha sviluppato un vero e
proprio culto per il capitano. Suo l’unico poster appeso in camera in
gioventù. E ancora oggi, da adulto, il “pupone” non smette di
regalargli brividi. “Il numero uno, come lui nessuno”, conferma Regard.
Che poi aggiunge: “Sono romanista da sempre, nato e cresciuto in una
famiglia di solida fede. Della Lazio mi importa poco. La nostra è una
bella storia, piena di bandiere. E la loro? Mah, meglio tacere. Li vedo
un po’ frustrati, ecco…”.
MAURO DI CASTRO (LAZIO) - “Nel
nostro mondo si sconta una preclusione ingiustificata nei confronti
della Lazio. Basti pensare che due soli ebrei hanno militato in Serie
A, ed entrambi con questi colori”. Difende la sua scelta Mauro Di
Castro, ex consigliere comunitario e uomo Maccabi a Firenze. “Il mio –
spiega – è nato come tifo di protesta: avevo tutti romanisti attorno.
Poi si è sempre più radicato”. Chinaglia il calciatore più amato
(“forti limiti personali, ma grande generosità”), mentre oggi la
preferenza va a Klose: campione sul campo, ma anche di professionalità.
Aspettative per la stagione? “Sulla carta la Roma è più forte di noi –
dice Mauro – ma certe situazioni non sempre si possono pronosticare”.
MARCELLO VITALE (SAMPDORIA) - È
il sogno di ogni tifoso ‘doc': la propria squadra che riconquista gli
onori perduti e al tempo stesso fa sprofondare i rivali a un punto
ancora più basso. Marcello Vitale l’ha realizzato 12 anni fa. La
stagione del ritorno doriano in Serie A, e della C che accoglieva
invece il Genoa dopo due stracittadine perse. “Che spasso, un vero
trionfo” ride di gusto. Dipendente comunitario, Vitale è testimone di
rivalità accese che da sempre dividono la città (e di conseguenza anche
la Comunità). “È derby sempre. Per questo amiamo i giocatori passionali
e attaccati alla maglia. Come Flachi, quello cui sono stato più legato.
Lo volevano in tanti, lui ha sempre lottato per restare”.
SILVIO SCIUNNACH (GENOA) - “Chi
nasce a Genova è per forza del Grifo. Chi viene da fuori tifa gli
Altri. È molto semplice”. Prima regola del tifoso rossoblu: il Doria
non esiste, tutt’al più è “altro”. Silvio Sciunnach, consigliere, si
dice genoano “dalla pancia”. E in quanto tale spiega di apprezzare
tutti quei giocatori, magari non fenomeni, che per i colori hanno
sputato sangue. “Faccio un nome un po’ così della passata stagione:
Pavoletti. Nessuno gli dava due lire, però si è sempre imposto”. Il più
grande resta comunque Signorini, lui sì davvero forte, anche se la sua
vita – ricorda Silvio – ha avuto un finale tragico. Messaggio ai
cugini? “Iniziamo il campionato con un obiettivo: arrivare davanti agli
‘altri’. Ce la faremo”.
DANIELE NAHUM (MILAN) - “Milanisti
si nasce, è una storia di famiglia. Non potevamo scegliere, è stato
giusto così. L’unica cosa giusta da imporre nella vita”. Orgoglio
rossonero per Daniele Nahum, ex portavoce della Comunità. Che non ha
chiaro un concetto: “Non capisco perché ci si ostini a chiamarlo derby,
l’Inter è la squadra di Orio al Serio”. Giocatore del cuore? “Per
affetto Maldini, ma il più grande è stato Baresi. Dei contemporanei (o
quasi) direi invece Kakà”. Messaggio per i cugini? “Quest’anno mi
sembrano più forti e hanno un buon allenatore. Allo stato attuale sono
davanti”. Ma occhio ai ribaltoni: “Se prendiamo Ibra, cambia tutto. A
quel punto vinciamo lo scudetto”.
DANIELE COHEN (INTER) - “La
passione nerazzurra? Merito del nonno Benatoff, interista da sempre
nonostante fosse nato in Bulgaria e arrivasse da Israele”. Daniele
Cohen, ex assessore alla Cultura, non ha mai avuto dubbi. E sin da
piccolo ha scelto “l’unica vera squadra di Milano”. D’altronde, dice,
“noi possiamo fregiarci di non essere mai retrocessi, quegli altri
invece saranno per sempre Serie B”. Campioni del cuore? Ronaldo, ma
solo quello pre-militanza rossonera. E poi menzione d’obbligo per il
principe Milito e per capitan Zanetti. Messaggio per i cugini? “Mah,
fanno un po’ tenerezza. Cambiano allenatori come nell’epoca del miglior
Moratti. Ora hanno pure uno dei ‘nostri’ (Mihajlovic) in panca…”.
ROBERTO ISRAEL (CHIEVO) - “Adesso
la favola è realtà concreta. Non tutti però possono dire: io c’ero,
dall’inizio. Da quando giocavamo nei campetti delle serie minori e non
eravamo nessuno”. Batte il petto Roberto Israel, consigliere UCEI e
tifoso del Chievo. L’incredibile cavalcata che avrebbe portato la
squadra di un quartiere in Serie A inizia ormai ad essere storia
(2002). Dietro però ci sono una serie di passioni ed emozioni che solo
il supporter della prima ora potrà cogliere. “Forse non sarà più come
un tempo, ma i valori testimoniati da questa compagine sono
straordinari”, dice Israel. Che come uomo immagine indica oggi
Pellissier. “Non è mai voluto andare via, è una bandiera”.
ALBERTO RIMINI (VERONA) - Era
un bambino Alberto Rimini, avvocato, quando il Verona dei miracoli
conquistava a sorpresa il suo primo (e unico) scudetto. Era il 1985 e
Alberto celebrava come tutti in piazza Bra. “Una festa per tutta Verona
– ricorda – io personalmente rimasi quasi sordo per una trombetta”.
Oggi le prospettive di classifica sono diverse ma, afferma, il fatto di
avere due squadre in Serie A costituisce motivo di vanto e non di
scontro. “Qua il derby è una cosa diversa, molto meno esasperato di
altrove. Mi sembra un valore da tutelare”. Ogni estate Rimini parte con
una convinzione: i cugini non ce la faranno, e saranno relegati tra i
cadetti. “Alla fine mi sbaglio sempre. Meglio così”.
Adam Smulevich Pagine Ebraiche settembre 2015
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IERI IL CONCERTO DOPO GIORNI DI TENSIONE
Matisyahu canta Gerusalemme
"Una vittoria per i miei fan"
“Tonight
was difficult but special”. È stata difficile ma speciale la notte di
Matisyahu, il rapper e cantante raggae al centro di un vergognoso caso
di intimidazione da parte degli organizzatori del festival Rototom
Sunsplash. Per partecipare l’artista, che è ebreo ortodosso, avrebbe
dovuto sottostare a un ricatto: o una dichiarazione preventiva a favore
dello Stato palestinese, o niente festival. Lo sdegno internazionale
seguito a questi fatti aveva costretto gli organizzatori del festival
spagnolo alla retromarcia. E così, ieri sera, Matisyahu si è esibito.
Anche in questo caso non sono mancate piccole provocazioni, ma
fortunatamente minoranza. E convinto si è levato l’applauso dal
pubblico, a parte i fischi dei soliti idioti, quando Matisyahu ha
cantato la “sua” Gerusalemme. Un’esibizione applaudita anche dai suoi
numerosissimi fan sui social network (oltre un milione di sostenitori
su Facebook). Proprio a loro Matisyahu si è rivolto con parole di
profonda gratitudine. “Un grazie a tutti i miei incredibili
sostenitori, di qualsiasi credo essi siano, per non essere rimasti in
silenzio. Questa – ha scritto l’artista – è la vostra vittoria”.
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L'esilio della decisione |
L’estate
porta con sé, il più delle volte, l’obbligo di riempire le pagine dei
giornali e di fare girare il motore di quella gigantesca “infosfera”
(il circuito delle relazioni di scambio continuo tra informazioni di
ogni genere e tipo) dentro la quale viviamo, molto spesso
inconsapevolmente. La polemica sulle nomine di dirigenti e direttori
generali, di origine non italiana, da parte del ministero dei Beni
artistici e culturali, in alcune prestigiose sedi parrebbe da
ascriversi più all’obbligo di un esercizio campanilistico, in assenza
di altre nuove, che non ad altro. Salvo la coda di astiosi e biliosi
strascichi che di certo non mancherà di alimentare ancora. Al netto del
riconoscimento che la reciprocità, in questo caso, funziona, poiché non
pochi italiani sono in posizioni apicali, ossia di vertice, in
organismi omologhi all’estero. L’arte esiste se circola; con essa,
coloro che ne curano la diffusione, la socializzazione e la
valorizzazione. A questo elementare riscontro, che tuttavia non vuole
essere liquidatorio, vanno aggiunte un paio di considerazioni, le quali
non sono per nulla in contrasto tra di loro.
Claudio Vercelli
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