David
Sciunnach,
rabbino
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“O
cieli, prestate ascolto e io parlerò! Possa la terra ascoltare le
parole della mia bocca”, (Devarìm 32, 1). Il Grande Rabbì Israel di
Salant, fondatore della Tnuat ha-Mussàr, ha detto riguardo a questo
verso: “Nonostante sia vero che la bocca è lontana dal cuore come il
cielo è lontano dalla terra, nonostante tutto, i nostri occhi vedono
che dal cielo scende la pioggia e dalla terra germogliano piante”.
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David
Assael,
ricercatore
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Davvero
imperscrutabili i criteri di selezione delle notizie da parte
dell’informazione italiana. Abbiamo passato un’estate a seguire ogni
starnuto di Varoufakis e ogni alzata di sopracciglio di Schauble (ho
sentito analisi di psicologi interpellati sulla mimica facciale dei
leader europei), ma sul voto catalano di domenica scorsa,
potenzialmente altrettanto esplosivo per gli equilibri del Continente,
pochissime parole. Il Tg1 delle 20.00 ha dato la precedenza a servizi
sulle piante aromatiche, il Tg7 ha invece insistito sui vari gossip
politici nostrani. Purtroppo, però, la realtà va avanti anche se non se
ne parla e se non la si interpreta, si manifesta all’improvviso e in
tutta la sua durezza. La situazione spagnola è l’ennesima espressione
di un imperante irrazionalismo europeo, che comprende populismo di
destra, di sinistra, sovranisti (neologismo lepenista e leghista),
indipendentisti, muri di varia natura, partiti nazistoidi… Tutti
diversi, ma accomunati da un atteggiamento: quando chiedi loro come
possa realizzarsi un progetto politico che fa acqua da tutte le parti,
ti urlano in faccia qualche slogan e la discussione si chiude lì. Come
si faccia a dialogare in queste condizioni resta un mistero, speriamo
in un ravvedimento collettivo: pessimismo della ragione, ottimismo
della volontà.
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L'impegno dell'Onu
per la guerra in Siria
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Un
impegno congiunto per risolvere la delicata situazione siriana e
sconfiggere lo Stato Islamico. Segnali di parziale disgelo sono emersi
a New York tra Russia e Stati Uniti, in occasione dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite dedicata alla lotta contro l’Isis, che
vede impegnati 65 paesi membri. La riapertura del dialogo tra
Washington e Mosca è iniziata lunedì con il lungo colloquio a porte
chiuse tra i presidenti Barack Obama e Vladimir Putin, primo incontro
formale da due anni, in cui si è ribadita la volontà di coordinare
l’azione militare contro il nemico comune del Califfato, ma sul futuro
ruolo del presidente siriano Bashar Assad, non si è trovato un accordo.
Sempre difeso da Putin come “unico governo legittimo e baluardo nella
lotta al terrorismo”, per Obama l’annientamento dei jihadisti passa
necessariamente per l’uscita di scena di Assad. E mentre il segretario
generale dell’Onu Ban Ki Moon ha lanciato l’allarme sul boom dei
terroristi provenienti da tutto il mondo per rafforzare i ranghi del
Califfato, il presidente Usa ha voluto aprire con un messaggio di
fiducia, riporta la Repubblica, osservando che l’Isis “in Iraq e Siria
è circondato da forze che vogliono eliminarlo, abbiamo visto che può
essere sconfitto sul campo, alla fine perderà perché non ha nulla da
offrire se non disperazione e distruzione”.
Renzi: “La Libia è la priorità”.
“In Siria l’unica via possibile è restituire la parola alla politica.
Ma in questo momento un nemico pericoloso, il Daesh, sta alle nostre
porte e rischia di affermarsi in Africa partendo dalla Libia”. Queste
le parole pronunciate dal premier italiano Matteo Renzi dal podio del
Palazzo di Vetro, riportate da Repubblica. Non è dunque la Siria ma la
Libia la priorità per l’Italia, pronta – ha affermato Renzi – “se il
governo libico ce lo chiederà, a prendere un ruolo guida in un
meccanismo di stabilità del paese con il sostegno della comunità
internazionale”.
Netanyahu: “L’Onu ponga fine all’odio”.
“Chiederò di mettere fine a questa istigazione selvaggia, Israele
intende mantenere lo status quo e desidera la pace con i palestinesi”.
Queste le parole (riportate in una breve dal Mattino) del primo
ministro israeliano Benjamin Netanyahu in partenza per il vertice Onu a
New York, in riferimento alle nuove giornate di scontri tra
manifestanti palestinesi, armati di bombe molotov e pietre, e polizia
israeliana nei pressi della Spianata delle Moschee a Gerusalemme. Come
ha scritto ieri Avvenire, l’inizio degli scontri ha coinciso con la
fine della festività islamica di El Aid al Adha, l’inizio di quella
ebraica di Sukkot, e l’anniversario dell’inizio della seconda Intifada.
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la riflessione di sergio della pergola
I numeri da declinare al futuro
 Quanti
saranno gli ebrei del 2050 e come saranno distribuite le comunità
ebraiche del futuro? A delineare i due scenari possibili, quello
migliore che vede una crescita degli ebrei a 20 milioni e l’ipotesi
peggiore che vede il numero stabilizzarsi sui 14 milioni, è il
demografo dell'Università Ebraica di Gerusalemme Sergio Della Pergola
in articolo sul numero di Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione
che vi proponiamo nella sua versione integrale. Nel suo testo, che è
stato pubblicato contemporaneamente in lingua ebraica e inglese sul
quotidiano israeliano Yedioth Ahoronot, Della Pergola conclude: “I
numeri in aumento rappresentano una grande sfida in termini di
infrastrutture e di qualità dell’ambiente, ma buone soluzioni non sono
impossibili se consideriamo il caso di Singapore, dove la densità di
popolazione è molto maggiore rispetto a quella di Israele, o anche
l’Arizona dove in un ambiente desertico identico a quello del Negev
vivono oltre 5 milioni di persone. Poi ci sono le minacce
dell’ayatollah Khamenei che annuncia che fra 25 anni Israele non
esisterà più. Quello che è certo è che fra 25 anni non esisterà
più Khamenei. Soprattutto, è essenziale che chi di dovere nel sistema
politico israeliano prenda le decisioni giuste per affrontare
correttamente il futuro demografico previsto nel 2050, perché il 2050
arriverà”.
All’inizio del nuovo anno 5776, il popolo ebraico conta circa
14.300.000 persone secondo una definizione simile a quella della Corte
Suprema israeliana. Per essere ebreo oggi prima di tutto conta la
volontà di autoidentificarsi con il popolo ebraico, attraverso
l’intera gamma tra il molto religioso e l’antireligioso, senza però
aderire a un’altra religione. Del totale mondiale, circa 6,3 milioni di
ebrei (oltre a più di 360.000 familiari che non sono registrati come
ebrei dal ministero dell’Interno) vivono in Israele, circa 8 milioni
vivono nella Diaspora, di cui 5,7 milioni negli Stati Uniti e 2,3
milioni in tutti gli altri paesi (principalmente in Francia, Canada,
Regno Unito, Russia, Argentina, Germania, Australia e Brasile).
Una proiezione al 2050 propone uno scenario alto di 20 milioni di ebrei
in Israele e in tutto il mondo e uno scenario basso di 14 milioni. Uno
scenario intermedio di 17 milioni significa che nel 2050 il popolo
ebraico potrebbe ritornare alle sue dimensioni anteriori alla Shoah.
Nell’era attuale di instabilità non solo in Medio Oriente, ma anche in
Europa e in altre parti del mondo, ogni tentativo di previsione dei
prossimi decenni è difficile e incerto. Ancora più difficile è
immaginare il futuro del popolo ebraico, in Israele e nella Diaspora.
La profezia, come sappiamo, è stata data ai pazzi, ai ciechi e agli
infanti.
Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme
Pagine Ebraiche, ottobre 2015
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qui milano
Le nuove pagine di BookCity
Sul
palcoscenico di Bookcity, la rassegna milanese dedicata interamente al
libro e alla letteratura, gli scrittori israeliani saranno di nuovo
protagonisti: dopo David Grossman e Amos Oz, nell'edizione di
quest'anno – che si svolgerà dal 22 al 25 ottobre - a rappresentare la
cultura israeliana saranno Abraham Yehoshua e Judith Katzir. Due
presenze che, all'interno della fitta agenda del festival (oltre 800
eventi, 1700 ospiti e 200 sedi diverse per un'iniziativa promossa
dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e dal Comitato
promotore BookCity composto da Fondazione Corriere della Sera,
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Arnoldo e Alberto
Mondadori e Fondazione Umberto e Elisabetta Mauri), testimoniano
l'interesse sempre vivo in Italia per la realtà israeliana e per i suoi
scrittori. Ma all'interno di Bookcity, il cui programma è stato
presentato oggi a Palazzo Reale a Milano, grande rilievo avranno anche
diverse voci dell'ebraismo italiano (e non solo) e molti appuntamenti
saranno strettamente connessi alla tradizione e ai valori ebraici. Tra
questi, il dialogo a più voci organizzato alla Sinagoga Centrale di
Milano in cui, sul tema dei “Mondi nascosti”, in cui si confronteranno
Antonia Arslan, rav Roberto Della Rocca, Oscar Giannino, David Parenzo
e Adrée Ruth Shammah. Lo storico David Bidussa sarà invece tra i
protagonisti della riflessione "Resistenza e violenza. Il dialogo tra
Norberto Bobbio e Claudio Pavone" mentre al saggista Stefano Levi Della
Torre è affidata l'analisi delle figure presenti nella Divina Commedia.
Come raccontare la Shoah ai bambini, è invece uno degli interrogativi a
cui risponderà indirettamente la Testimone Liliana Segre che al Teatro
Franco Parenti presenterà il suo libro "Fino a quando la mia stella
brillerà", racconto autobiografico sulla tragedia delle persecuzioni
anti-ebraiche diretto ai più giovani.
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l'intervista alla regista lena dunham Il femminismo e i giovani,
le grandi sfide di Hillary
Femminismo,
moda, i problemi sociali della gioventù e i suoi mille tormenti
interiori. A discutere di tutto questo è la sessantottenne Hillary
Clinton, intervistata dall’attrice, sceneggiatrice e regista ebrea
statunitense – o meglio, di Brooklyn – Lena Dunham, nella prima uscita
della sua nuova newsletter intitolata “Lenny”, crasi tra il suo nome e
quello della collega e co-autrice Jenni Konner. Come lei stessa spiega
in “Girls”, la serie tv da lei ideata, scritta, diretta e recitata che
l’ha portata alla ribalta ma Hilary ha ammesso di non guardare, Dunham
vuole essere “la voce della mia generazione, o almeno una voce di una
generazione”. E dunque con nessuno meglio di lei avrebbe potuto
affrontare i temi che riguardano la situazione dei ventenni americani
di oggi – caratterizzati dagli stessi ideali brucianti e sogni di
gloria dei coetanei di qualsiasi altro decennio, ma con sfide
socio-economiche del tutto nuove – e ancor più nello specifico delle
ventenni americane di oggi, la candidata alle primarie democratiche per
le elezioni presidenziali del 2016, ex segretario di Stato, ex First
Lady, sempre donna di successo.
(Nell'imagine, un disegno di Meryl Rowin)
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Ticketless
- Destre |
Vincenzo
Pinto è un giovane ricercatore di storia contemporanea che da anni
svolge ricerche sul rapporto fra la destra e gli ebrei. Studioso
anti-conformista, a suo modo ribelle, ha compreso come il panorama di
ricerche, in Italia ma non solo, sia sbilanciato a sinistra,
trascurando il lungo e intenso scambio di amorosi sensi che gli ebrei
europei hanno saputo intrattenere con il mondo conservatore. Esce
adesso dalla casa editrice Le Lettere “In nome della patria. Ebrei e
cultura di destra nel Novecento”, dove sono raccolti contributi su
Jabotinsky, Isaac Kadmi-Cohen, Joseph G. Klausner, Hans J. Schoeps e,
per l’Italia, un interessantissimo saggio su Ettore Ovazza, fatto
uscire, finalmente, dagli schemi biografici 'tragici', entro i quali è
stato costretto. Di Ovazza Pinto analizza gli scritti, i saggi, le
opere di narrativa ricostruendo con precisione i contorni di una figura
particolare, non unica nel panorama italiano degli anni Trenta (la sua
prosa ricorda Pitigrilli).
Alberto Cavaglion
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Periscopio
- Etichette |
Non
è ancora facile valutare quale sarà l’incidenza pratica della recente
delibera presa, a grande maggioranza, dal Parlamento Europeo – su
sollecitazione di diversi governi nazionali, tra cui quello italiano -,
che impone di etichettare come tali i prodotti israeliani realizzati
negli insediamenti, permettendo ai consumatori di non acquistarli,
esprimendo così la loro disapprovazione per la presenza delle colonie
ebraiche nei territori palestinesi. Quel che è certo è che tale
risoluzione appare vile e cinica sul piano morale, e scellerata e
velenosa sul piano politico. Ammesso che la sua intenzione fosse
veramente quella di risolvere il problema delle colonie, è
assolutamente certo che i suoi effetti andranno nella direzione
esattamente contraria, dal momento che non farà che allontanare
enormemente ogni minima possibilità di soluzione negoziata del
conflitto, e quindi del connesso problema delle colonie. Perché questo
problema, anche se la Signora Europa pare ignorarlo, è una conseguenza
della guerra, non una sua causa. Lo ha generato la guerra, non è stato
esso a generarla. Basta leggere un qualsiasi sussidiario scolastico per
ricordarlo.
Francesco Lucrezi, storico
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