Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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È
dal luogo dove Dio ascolta la sofferenza di Hagar, la concubina
egiziana di Abramo, che Isacco trae ispirazione per istituire la
tefillà di minchà, la preghiera pomeridiana. Pregare significa sapere
che chiunque è sotto il vigile e partecipe occhio di Dio.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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Domani,
9 novembre, è l’anniversario sia della caduta del Muro di Berlino che
della distruzione del Ponte di Mostar, avvenuta nel 1993 per mano delle
truppe croate con l’obbiettivo di eliminare ogni possibilità di
coabitazione con la popolazione musulmana. Il primo fu un segno della
voglia di superare barriere fisiche e culturali, il secondo invece un
segno della necessità di costruirle. L’abbattimento di un ponte segna
il momento in cui abbiamo ripreso a edificare muri.
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Egitto, la leadership
di Al-Sisi a rischio
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Dopo
le indagini preliminari, dall’Egitto arriva la conferma: a far
schiantare l’aereo russo sul Sinai, lo scorso 31 ottobre, è stata
un’esplosione avvenuta in volo. La prova schiacciante sarebbe un rumore
anomalo rilevato nelle scatole nere. Dalla Farnesina è stato inviato un
team di esperti per esaminare le misure di sicurezza dei vettori
italiani che affiancherà la polizia egiziana nei controlli
dell’identità dei passeggeri, del bagaglio e sorveglierà l’aereo. Sul
Corriere della sera si racconta intanto come avviene il procedimento di
controllo delle valigie in uno scalo all’avanguardia sulla sicurezza:
l’israeliano Ben Gurion.
Su Repubblica il direttore di Limes Lucio Caracciolo firma un’analisi
della complessa situazione egiziana. “Da quando, nel novembre 2014, la
principale organizzazione jihadista del Nord Sinai, Ansar Bayt
al-Maqdis, si è affiliata allo Stato Islamico, ribattezzandosi
Provincia del Sinai, viene spiegato, “lo scontro locale è salito di
rango”. Un elemento di criticità globale che testimonierebbe la perdita
di controllo da parte di Al-Sisi. Dopo Iraq e Siria, l’inquietante
interrogativo posto da Caracciolo, “sarà l’Egitto il prossimo stato
fallito a cadere preda dei jihadisti?”.
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qui roma - a vent'anni dall'assassinio Eitan Haber, l'uomo dietro Rabin
Eitan
Haber, portavoce dell’ex Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin
(1922-1995), sarà protagonista di una serata, organizzata dall'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane, al Centro Ebraico Pitigliani di Roma,
giovedì 12 novembre (ore 20.30). Un’occasione per discutere e
riflettere, a vent’anni di distanza dall’assassinio del premier, in
compagnia dei giornalisti Antonio Polito (Corriere della sera) e Anna
Momigliano (Rivista Studio).
Toccò a lui, vent’anni fa, il compito più duro: comunicare che dopo una
breve agonia il Primo ministro d’Israele Yitzhak Rabin era morto,
assassinato dal fanatico di destra Yigal Amir, uno studente
venticinquenne di Herzliya.
Con
il volto tirato, consapevole della lunga notte che lo attendeva, Eitan
Haber, portavoce e braccio destro del leader laburista, dichiarava: “Il
governo di Israele annuncia con costernazione, enorme tristezza e
profondo dolore, la morte del Primo ministro e ministro della Difesa
Yitzhak Rabin, assassinato stasera a Tel Aviv. Il governo si riunirà
tra un’ora per compiangerlo, sia la sua memoria di benedizione”.
La
sua camicia a righe e la montatura degli occhiali dietro cui si
nascondevano gli occhi persi nel vuoto rimarranno impressi nella
coscienza d’Israele come uno dei simboli del trauma della Nazione, così
come la sua elegia funebre: “Yitzhak, questo è il discorso finale. Non
ce ne saranno più altri. Per una generazione, per più di 35 anni, sei
stato la mia guida, il mio leader e come un secondo padre”. Un discorso
accorato per Haber, che di discorsi ne aveva scritti molti e
pronunciati pochi, che si concluse drammaticamente mostrando il foglio
insanguinato sul quale c’era scritto il testo di Shir laShalom, la
canzone per la pace cantata da Rabin poco prima di essere colpito da
tre colpi di pistola letali: “Yitzhak – disse – lo sai avevi mille
qualità, molti pregi, ma cantare non era proprio il tuo pezzo forte.
Avevi biascicato qualche parola della canzone e poi avevi piegato il
foglio in quattro parti uguali e te lo eri messo in tasca”.
Molti hanno detto che Eitan Haber rappresentò il corrispettivo di
Walter Cronkite, il giornalista televisivo che per primo annunciò la
morte di John Fitzgerald Kennedy. Entrambi furono gli ambasciatori che
si presero la briga di scioccare un Paese intero. Ma la frattura fu
forse più profonda: Haber scriveva i testi pronunciati da Rabin,
coordinava i suoi viaggi, compresi quelli per ritirare il Nobel a
Stoccolma e per firmare gli Accordi di Oslo a Washington. Monitorava
l’opinione pubblica e ha convissuto per anni con un amaro senso di
colpa: l’inevitabile si poteva evitare?
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dafdaf 62 - novembre 2015 Le case degli altri, nei libri
“Casa”
è la parola più personalistica e universalistica del mondo, ciascuno di
noi la lega alla propria, è il luogo dove si ritorna, dove si vive,
dove ci si sente liberi e protetti e qualche volta ingabbiati, casa è
home sweet home, bayt, Heimat, “casa mia casa mia per piccina che tu
sia tu mi sembri una badìa”.
Per un bambino casa è casa, che sia una foglia di cavolo sotto cui
dormire, una capanna sull’albero, un iglù, l’albergo di proprietà dei
genitori, un appartamento di fronte al Colosseo. Casa è un posto
completamente diverso da un posto tutto tuo, è mio perché lo abito io,
ci dormo, ci mangio, ci gioco sul parquet, è ricco oppure è povero, è
stabile oppure precario, è colorato e perfetto: lo racconta Le case degli altri bambini di
Luca Tortolini, meraviglioso albo illustrato da Claudia Palmarucci
(Orecchio Acerbo), vero e proprio viaggio nelle abitazioni della nostra
infanzia, perché vivremo e abiteremo tanti luoghi ma una sola resterà
per sempre “la” casa.
Un viaggio per conoscere le case degli altri l’aveva compiuto un certo Alfonso Sgabuzzino – Chicchi di case. Il favoloso viaggio di Alfonso Sgabuzzino,
di Philippe Lechermeier, illustrazioni di Eric Puybaret, Leonardo
Publishing – che proprio per uscire da sé, e dal proprio chicco, se ne
va in giro per il mondo e scopre: la casa di luce e ombra, la casa dei
matti, la casa puzzle, la casa di ghiaccio e perfino “casomai”…
Nadia Terranova
DafDaf 62, novembre 2015
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il 4 novembre a tel aviv Pace, prospettiva comune
Celebrato
anche in Israele il Giorno dell’Unità nazionale e delle Forze Armate,
ricorrenza in cui si ricorda l’impegno di pace dell’Italia e dei suoi
soldati nei diversi scenari internazionali. La cerimonia è stata
officiata da Marco Tuzzolino, addetto militare dell’ambasciata italiana
a Tel Aviv, e si è svolta alla presenza di un folto numero di
carabinieri in servizio anche a Gerusalemme, Gerico ed Hevron,
dell’ambasciatore Francesco Maria Talò, di ufficiali dell’esercito
israeliano, di rappresentanti del ministero della Difesa e di addetti
militari di altri paesi.
Nell’occasione il generale Tuzzolino ha reso omaggio ad Asher Dishon,
92 anni, ex combattente della Brigata Ebraica che si arruolò con gli
inglesi per partecipare alla campagna di El Alamein e si distinse in
seguito nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Un commosso omaggio è stato inoltre rivolto alla memoria di Yitzhak
Rabin, di cui ricorreva nelle stesse ore il ventesimo anniversario
dall’assassinio.
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la rassegna settimanale di melamed La scuola che (non) vogliamo
Melamed
è una sezione specifica della rassegna stampa del portale dell’ebraismo
italiano che da più di tre anni è dedicata a questioni relative a
educazione e insegnamento. Ogni settimana una selezione della rassegna
viene inviata a docenti, ai leader ebraici e a molti altri che hanno
responsabilità sul fronte dell’educazione e della scuola. Da alcune
settimane la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane aggiunge al lavoro di riordino e selezione
settimanale un commento, per fare il punto delle questioni più trattate
sui giornali italiani ed esteri. Per visualizzare la newsletter
settimanale di melamed cliccare qui.
La scuola che (non) vogliamo
“Carissimi Fortunata e Antonio, ho letto con attenzione la lettera che
avete inviato ad Avvenire e il vostro appello a ottenere una risposta
in merito alla vicenda della piccola Francesca di cui vi state
prendendo cura. Condivido il vostro sconcerto e la vostra frustrazione
di fronte all’impossibilità, per una ragazzina di 11 anni, di poter
frequentare regolarmente le lezioni. Vado subito al punto. Francesca
tornerà in classe.” Così, in una lettera al giornale che aveva accolto
l’appello originario dei genitori di Francesca il ministro Stefania
Giannini ha capovolto in un sì l’inaccettabile no all’inclusione in una
scuola statale di una bambina malata di Aids.
Si
tratta di una vicenda che ha avuto ampio riscontro su molte testate,
fra genitori preoccupati per la salute dei propri figli e pronti a
ritirare i bambini da scuola, un sistema scolastico che dopo l’iniziale
rifiuto si è attivato per la totale integrazione e alcuni lati non
chiari, che sono in questi giorni oggetto di approfondimento. E una
garanzia, ribadita anche dal ministro: chi ha sbagliato pagherà per
questo.
Ada Treves Leggi
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Yitzhak Rabin |
“Se
vogliamo che questa cerimonia non sia vuota retorica dobbiamo dare una
possibilità alla pace; perché Rabin non sia morto invano”. Queste
parole, con cui Dario Disegni, presidente della Comunità di Torino, ha
concluso il suo intervento introduttivo alla cerimonia di mercoledì
sera in ricordo di Yitzhak Rabin, riassumono efficacemente ciò che
molti di noi provano ormai da vent’anni: da un lato il timore che tutto
sia stato inutile, dall’altro il disagio di fronte a celebrazioni che
tendono a proporre un’immagine edulcorata e pacificata della realtà
israeliana e a passare sotto silenzio il contesto in cui l’assassinio è
avvenuto.
Anna Segre, insegnante
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Yitzhak Rabin |
Come
oramai d’abitudine la ricorrenza di un evento è divenuta l’occasione
non solo per un impegno di commemorazione ma anche per una liturgia
laica, un esercizio che dà corpo al calendario civile delle democrazie.
Su quanto questo possa concretamente servire non solo ad onorare la
memoria di una persona di rilievo pubblico ma anche ad assolvere ad una
funzione di pedagogia civile, è difficile dirlo. La discussione, al
riguardo, è aperta. Pur tuttavia, non esiste nazione che non cerchi di
avere un’idea condivisa – o condivisibile, la qual cosa non corrisponde
propriamente alla prima – del proprio passato. Quando essa è
soppiantata dai particolarismi dei ricordi, tra di loro in eterno
conflitto, dal proliferare di atteggiamenti personalistici o di gruppo,
allora il rischio è che alla lunga ciò che è parte di un patto non
scritto ma attivo tra i cittadini, si sfaldi o venga di fatto a
mancare, fino a mettere in discussione le ragioni stesse della
convivenza. Il pluralismo, infatti, si fonda senz’altro sulla
differenziazione e sul confronto, ma deve trovare poi dei punti di
sintesi. In questo caso, il 4 novembre si è ricordata, anche su queste
pagine, la figura di Yitzhak Rabin, assassinato vent’anni prima, mentre
partecipava ad una manifestazione per la pace.
Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Due stati |
Un
divorzio consensuale, un sereno prendere atto che è meglio per entrambi
proseguire su binari paralleli ma distinti. È la proposta, non del
tutto originale ma presentata con garbo e col rigore quantitativo del
docente di Economia, del Prof Eran Yashiv dell’Università di Tel Aviv,
su Haaretz del 31 ottobre (l’ho vista solo nell’edizione in ebraico;
forse è stato ritenuto prematuro comunicarla ai lettori negli Stati
Uniti). Dividere Israele in due stati, Dan e Yehuda. Dan si
estenderebbe sulla pianura costiera, il territorio originale
dell’antica tribù di Dan ma prolungato a includere tutta la costa fino
al Carmelo e la valle di Esdrelon, mentre Yehuda comprenderebbe, oltre
alla Giudea storica, la Samaria, l’alta Galilea, il Negev e la costa a
sud, l’antica Filistea.
Alessandro Treves, neuroscenziato
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Yitzhak Rabin |
Leggendo
i numerosi commenti e interventi in ricordo di Yizhak Rabin z.l., ho
fatto una serie di scoperte interessanti: ho scoperto che Yigal Amir
avrebbe avuto una forte rete di protezione, eppure io sapevo che si
trova in carcere condannato all’ergastolo. Ho scoperto che in Israele
la democrazia è sofferente e zoppicante, eppure io ho partecipato a
libere elezioni e nella cabina elettorale potevo scegliere tra decine
di partiti.
Michele Steindler
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