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8 novembre 2015- 26 Cheshvan 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
È dal luogo dove Dio ascolta la sofferenza di Hagar, la concubina egiziana di Abramo, che Isacco trae ispirazione per istituire la tefillà di minchà, la preghiera pomeridiana. Pregare significa sapere che chiunque è sotto il vigile e partecipe occhio di Dio.
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
Domani, 9 novembre, è l’anniversario sia della caduta del Muro di Berlino che della distruzione del Ponte di Mostar, avvenuta nel 1993 per mano delle truppe croate con l’obbiettivo di eliminare ogni possibilità di coabitazione con la popolazione musulmana. Il primo fu un segno della voglia di superare barriere fisiche e culturali, il secondo invece un segno della necessità di costruirle. L’abbattimento di un ponte segna il momento in cui abbiamo ripreso a edificare muri.
 
Egitto, la leadership
di Al-Sisi a rischio
Dopo le indagini preliminari, dall’Egitto arriva la conferma: a far schiantare l’aereo russo sul Sinai, lo scorso 31 ottobre, è stata un’esplosione avvenuta in volo. La prova schiacciante sarebbe un rumore anomalo rilevato nelle scatole nere. Dalla Farnesina è stato inviato un team di esperti per esaminare le misure di sicurezza dei vettori italiani che affiancherà la polizia egiziana nei controlli dell’identità dei passeggeri, del bagaglio e sorveglierà l’aereo. Sul Corriere della sera si racconta intanto come avviene il procedimento di controllo delle valigie in uno scalo all’avanguardia sulla sicurezza: l’israeliano Ben Gurion.

Su Repubblica il direttore di Limes Lucio Caracciolo firma un’analisi della complessa situazione egiziana. “Da quando, nel novembre 2014, la principale organizzazione jihadista del Nord Sinai, Ansar Bayt al-Maqdis, si è affiliata allo Stato Islamico, ribattezzandosi Provincia del Sinai, viene spiegato, “lo scontro locale è salito di rango”. Un elemento di criticità globale che testimonierebbe la perdita di controllo da parte di Al-Sisi. Dopo Iraq e Siria, l’inquietante interrogativo posto da Caracciolo, “sarà l’Egitto il prossimo stato fallito a cadere preda dei jihadisti?”.
 
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  davar
israele - netanyahu domani a washington
Obama-Bibi, faccia a faccia
Riportare la calma in Cisgiordania. Sarà uno dei temi sul tavolo dell’atteso incontro di domani a Washington tra il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Secondo quanto riportano i media israeliani, Netanyahu si presenterà lunedì alla Casa Bianca con un pacchetto di proposte, concordate con i vertici militari di Tsahal e con lo Shin Bet (il servizio di intelligence interno), per cercare di ridurre le tensioni tra israeliani e palestinesi in particolare nella West Bank.

Proprio lì dove nelle ultime ore il terrorismo palestinese ha colpito nuovamente: prima un attentatore ventiduenne si è lanciato con la sua macchina contro un gruppo di israeliani nei pressi dell’incrocio di Tapuach, a nord di Gerusalemme, ferendo quattro persone – di cui due ricoverate in gravi condizioni -; poi, a Beitar Illit a sud della Capitale, una donna palestinese ha accoltellato una guardia di sicurezza israeliana di vent’anni. Ultimi episodi di un’ondata di violenza esplosa oramai diverse settimane fa.
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qui roma - a vent'anni dall'assassinio
Eitan Haber, l'uomo dietro Rabin
Eitan Haber, portavoce dell’ex Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin (1922-1995), sarà protagonista di una serata, organizzata dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, al Centro Ebraico Pitigliani di Roma, giovedì 12 novembre (ore 20.30). Un’occasione per discutere e riflettere, a vent’anni di distanza dall’assassinio del premier, in compagnia dei giornalisti Antonio Polito (Corriere della sera) e Anna Momigliano (Rivista Studio).

Toccò a lui, vent’anni fa, il compito più duro: comunicare che dopo una breve agonia il Primo ministro d’Israele Yitzhak Rabin era morto, assassinato dal fanatico di destra Yigal Amir, uno studente venticinquenne di Herzliya.
Con il volto tirato, consapevole della lunga notte che lo attendeva, Eitan Haber, portavoce e braccio destro del leader laburista, dichiarava: “Il governo di Israele annuncia con costernazione, enorme tristezza e profondo dolore, la morte del Primo ministro e ministro della Difesa Yitzhak Rabin, assassinato stasera a Tel Aviv. Il governo si riunirà tra un’ora per compiangerlo, sia la sua memoria di benedizione”.
La sua camicia a righe e la montatura degli occhiali dietro cui si nascondevano gli occhi persi nel vuoto rimarranno impressi nella coscienza d’Israele come uno dei simboli del trauma della Nazione, così come la sua elegia funebre: “Yitzhak, questo è il discorso finale. Non ce ne saranno più altri. Per una generazione, per più di 35 anni, sei stato la mia guida, il mio leader e come un secondo padre”. Un discorso accorato per Haber, che di discorsi ne aveva scritti molti e pronunciati pochi, che si concluse drammaticamente mostrando il foglio insanguinato sul quale c’era scritto il testo di Shir laShalom, la canzone per la pace cantata da Rabin poco prima di essere colpito da tre colpi di pistola letali: “Yitzhak – disse – lo sai avevi mille qualità, molti pregi, ma cantare non era proprio il tuo pezzo forte. Avevi biascicato qualche parola della canzone e poi avevi piegato il foglio in quattro parti uguali e te lo eri messo in tasca”.
Molti hanno detto che Eitan Haber rappresentò il corrispettivo di Walter Cronkite, il giornalista televisivo che per primo annunciò la morte di John Fitzgerald Kennedy. Entrambi furono gli ambasciatori che si presero la briga di scioccare un Paese intero. Ma la frattura fu forse più profonda: Haber scriveva i testi pronunciati da Rabin, coordinava i suoi viaggi, compresi quelli per ritirare il Nobel a Stoccolma e per firmare gli Accordi di Oslo a Washington. Monitorava l’opinione pubblica e ha convissuto per anni con un amaro senso di colpa: l’inevitabile si poteva evitare?
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Una scuola di dialogo a firenze
"Educazione, veicolo per la pace"
“La sfida del dialogo passa prima di tutto da educazione e formazione. Umanità, democrazia, ascolto dell’Altro: ecco i valori da difendere e promuovere”. Lo ha affermato il rabbino capo di Firenze Joseph Levi, intervenendo a Palazzo Vecchio nel corso della giornata conclusiva di “Unity in Diversity”, occasione di incontro internazionale voluta dal sindaco Dario Nardella nel sessantesimo anniversario del grande meeting per la pace organizzato da Giorgio La Pira. Al cuore del suo intervento la prossima istituzione in città di una scuola specificamente dedicata al dialogo interculturale e interreligioso. Un progetto di cui rav Levi è stato il principale promotore e che ha trovato immediato sostegno negli altri leader religiosi e nell’amministrazione cittadina (a firmare il protocollo d’intesa, oltre al sindaco Nardella, l’arcivescovo Giuseppe Betori e un delegato dell’imam Izzedin Elzir).
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dafdaf 62 - novembre 2015
Le case degli altri, nei libri
“Casa” è la parola più personalistica e universalistica del mondo, ciascuno di noi la lega alla propria, è il luogo dove si ritorna, dove si vive, dove ci si sente liberi e protetti e qualche volta ingabbiati, casa è home sweet home, bayt, Heimat, “casa mia casa mia per piccina che tu sia tu mi sembri una badìa”.
Per un bambino casa è casa, che sia una foglia di cavolo sotto cui dormire, una capanna sull’albero, un iglù, l’albergo di proprietà dei genitori, un appartamento di fronte al Colosseo. Casa è un posto completamente diverso da un posto tutto tuo, è mio perché lo abito io, ci dormo, ci mangio, ci gioco sul parquet, è ricco oppure è povero, è stabile oppure precario, è colorato e perfetto: lo racconta Le case degli altri bambini di Luca Tortolini, meraviglioso albo illustrato da Claudia Palmarucci (Orecchio Acerbo), vero e proprio viaggio nelle abitazioni della nostra infanzia, perché vivremo e abiteremo tanti luoghi ma una sola resterà per sempre “la” casa.
Un viaggio per conoscere le case degli altri l’aveva compiuto un certo Alfonso Sgabuzzino – Chicchi di case. Il favoloso viaggio di Alfonso Sgabuzzino, di Philippe Lechermeier, illustrazioni di Eric Puybaret, Leonardo Publishing – che proprio per uscire da sé, e dal proprio chicco, se ne va in giro per il mondo e scopre: la casa di luce e ombra, la casa dei matti, la casa puzzle, la casa di ghiaccio e perfino “casomai”…


Nadia Terranova

DafDaf 62, novembre 2015
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il 4 novembre a tel aviv
Pace, prospettiva comune
Celebrato anche in Israele il Giorno dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, ricorrenza in cui si ricorda l’impegno di pace dell’Italia e dei suoi soldati nei diversi scenari internazionali. La cerimonia è stata officiata da Marco Tuzzolino, addetto militare dell’ambasciata italiana a Tel Aviv, e si è svolta alla presenza di un folto numero di carabinieri in servizio anche a Gerusalemme, Gerico ed Hevron, dell’ambasciatore Francesco Maria Talò, di ufficiali dell’esercito israeliano, di rappresentanti del ministero della Difesa e di addetti militari di altri paesi.
Nell’occasione il generale Tuzzolino ha reso omaggio ad Asher Dishon, 92 anni, ex combattente della Brigata Ebraica che si arruolò con gli inglesi per partecipare alla campagna di El Alamein e si distinse in seguito nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Un commosso omaggio è stato inoltre rivolto alla memoria di Yitzhak Rabin, di cui ricorreva nelle stesse ore il ventesimo anniversario dall’assassinio.

la rassegna settimanale di melamed
La scuola che (non) vogliamo
Melamed è una sezione specifica della rassegna stampa del portale dell’ebraismo italiano che da più di tre anni è dedicata a questioni relative a educazione e insegnamento. Ogni settimana una selezione della rassegna viene inviata a docenti, ai leader ebraici e a molti altri che hanno responsabilità sul fronte dell’educazione e della scuola. Da alcune settimane la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane aggiunge al lavoro di riordino e selezione settimanale un commento, per fare il punto delle questioni più trattate sui giornali italiani ed esteri. Per visualizzare la newsletter settimanale di melamed cliccare qui.

La scuola che (non) vogliamo

“Carissimi Fortunata e Antonio, ho letto con attenzione la lettera che avete inviato ad Avvenire e il vostro appello a ottenere una risposta in merito alla vicenda della piccola Francesca di cui vi state prendendo cura. Condivido il vostro sconcerto e la vostra frustrazione di fronte all’impossibilità, per una ragazzina di 11 anni, di poter frequentare regolarmente le lezioni. Vado subito al punto. Francesca tornerà in classe.” Così, in una lettera al giornale che aveva accolto l’appello originario dei genitori di Francesca il ministro Stefania Giannini ha capovolto in un sì l’inaccettabile no all’inclusione in una scuola statale di una bambina malata di Aids.

Si tratta di una vicenda che ha avuto ampio riscontro su molte testate, fra genitori preoccupati per la salute dei propri figli e pronti a ritirare i bambini da scuola, un sistema scolastico che dopo l’iniziale rifiuto si è attivato per la totale integrazione e alcuni lati non chiari, che sono in questi giorni oggetto di approfondimento. E una garanzia, ribadita anche dal ministro: chi ha sbagliato pagherà per questo.

Ada Treves
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pilpul
Yitzhak Rabin
“Se vogliamo che questa cerimonia non sia vuota retorica dobbiamo dare una possibilità alla pace; perché Rabin non sia morto invano”. Queste parole, con cui Dario Disegni, presidente della Comunità di Torino, ha concluso il suo intervento introduttivo alla cerimonia di mercoledì sera in ricordo di Yitzhak Rabin, riassumono efficacemente ciò che molti di noi provano ormai da vent’anni: da un lato il timore che tutto sia stato inutile, dall’altro il disagio di fronte a celebrazioni che tendono a proporre un’immagine edulcorata e pacificata della realtà israeliana e a passare sotto silenzio il contesto in cui l’assassinio è avvenuto.

Anna Segre, insegnante
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Yitzhak Rabin
Come oramai d’abitudine la ricorrenza di un evento è divenuta l’occasione non solo per un impegno di commemorazione ma anche per una liturgia laica, un esercizio che dà corpo al calendario civile delle democrazie. Su quanto questo possa concretamente servire non solo ad onorare la memoria di una persona di rilievo pubblico ma anche ad assolvere ad una funzione di pedagogia civile, è difficile dirlo. La discussione, al riguardo, è aperta. Pur tuttavia, non esiste nazione che non cerchi di avere un’idea condivisa – o condivisibile, la qual cosa non corrisponde propriamente alla prima – del proprio passato. Quando essa è soppiantata dai particolarismi dei ricordi, tra di loro in eterno conflitto, dal proliferare di atteggiamenti personalistici o di gruppo, allora il rischio è che alla lunga ciò che è parte di un patto non scritto ma attivo tra i cittadini, si sfaldi o venga di fatto a mancare, fino a mettere in discussione le ragioni stesse della convivenza. Il pluralismo, infatti, si fonda senz’altro sulla differenziazione e sul confronto, ma deve trovare poi dei punti di sintesi. In questo caso, il 4 novembre si è ricordata, anche su queste pagine, la figura di Yitzhak Rabin, assassinato vent’anni prima, mentre partecipava ad una manifestazione per la pace.

Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Due stati
Un divorzio consensuale, un sereno prendere atto che è meglio per entrambi proseguire su binari paralleli ma distinti. È la proposta, non del tutto originale ma presentata con garbo e col rigore quantitativo del docente di Economia, del Prof Eran Yashiv dell’Università di Tel Aviv, su Haaretz del 31 ottobre (l’ho vista solo nell’edizione in ebraico; forse è stato ritenuto prematuro comunicarla ai lettori negli Stati Uniti). Dividere Israele in due stati, Dan e Yehuda. Dan si estenderebbe sulla pianura costiera, il territorio originale dell’antica tribù di Dan ma prolungato a includere tutta la costa fino al Carmelo e la valle di Esdrelon, mentre Yehuda comprenderebbe, oltre alla Giudea storica, la Samaria, l’alta Galilea, il Negev e la costa a sud, l’antica Filistea.

Alessandro Treves, neuroscenziato
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Yitzhak Rabin
Leggendo i numerosi commenti e interventi in ricordo di Yizhak Rabin z.l., ho fatto una serie di scoperte interessanti: ho scoperto che Yigal Amir avrebbe avuto una forte rete di protezione, eppure io sapevo che si trova in carcere condannato all’ergastolo. Ho scoperto che in Israele la democrazia è sofferente e zoppicante, eppure io ho partecipato a libere elezioni e nella cabina elettorale potevo scegliere tra decine di partiti.

Michele Steindler
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