
Elia Richetti,
rabbino
|
In
merito all’identità dell’essere col quale Ya‘aqòv si trova a dover
lottare, i Maestri sono praticamente unanimi: si tratta del “sarò shel
‘Esàv”, il principe, l’angelo rappresentativo di ‘Esàv. Vario e
molteplice è, invece, il significato di questa identificazione. Molte
sono le considerazioni che si possono fare a partire da questo assunto.
|
|
Leggi
|
Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
|
“Il
sionismo è la più madornale delle frodi, il magico specchietto per
incantare le allodole umanitarie di tutto il mondo, il far finta di
levarsi di mezzo, di lasciar tranquilli i popoli che per secoli hanno
perturbato e sfruttato, dando a credere – e quanti vi hanno creduto! –
che lo Stato ebraico risolverebbe l’affannoso problema ebraico su tutta
la terra”. Chi ha scritto questa frase? Potrebbe essere la risposta del
responsabile della rubrica delle lettere al direttore di un noto
quotidiano? Oppure il testo di un pamphlet stampato da un movimento
filoislamico? Potrebbe essere, almeno stando a quello che si legge in
questi giorni di guerra mondiale in Siria, di guerriglia armata a
Parigi e a Bruxelles, e di rinnovato terrorismo in Palestina e in
Israele. Abbiamo già sentito le accuse a Israele, esplicite o
implicite, dirette o indirette, di essere responsabile di quanto oggi
accade in Europa e in Medio Oriente, e dunque di non essere un’entità
giustificabile. Per esempio dalla signora ministro degli Esteri
svedese. Ma anche in Italia da noti personaggi. A volte da parte dei
sospetti abituali, a volte da parte di persone al di sopra di ogni
sospetto. E invece il testo di cui sopra è stato pubblicato nel
1939-XVII da Paolo Orano, uno dei più efferati teorici e pratici
dell’antisemitismo italiano, che coi suoi scritti ossessivi e la sua
propaganda senza freni inibitori ha preceduto di molti anni, anzi di
decenni, le leggi razziali e la soluzione finale. È per lo meno
imbarazzante che molti dei temi e delle tesi che circolavano allora
facciano parte ancora oggi impunemente della dialettica del discorso di
delegittimazione del progetto israeliano e di quanti lo sostengono.
|
|
 |
Kerry: "Israele ha il
dovere di difendersi" |
Nuovi
attacchi da parte di terroristi palestinesi contro civili e soldati
israeliani. L’ultimo caso si è registrato ieri vicino a Hebron dove un
soldato è stato aggredito e ferito gravemente. Aggressioni, quelle
degli ultimi mesi, che sono state condannate dal segretario di Stato
Usa John Kerry durante il suo incontro con il premier israeliano
Benjamin Netanyahu. “Israele non ha solo il diritto di difendersi; ha
il dovere di difendersi”, ha detto poi Kerry rivolto al presidente
Reuven Rivlin.
La difesa dei valori.
L’Europa è ferita ma non deve tradire i suoi valori, come l’accoglienza
e l’unità. Si leva forte e chiaro l’appello del presidente della
Repubblica Sergio Mattarella di fronte ai parlamentari della UE a
Strasburgo. Durante il suo intervento, Mattarella ha posto l’accento
sull’emergenza migranti dicendo che essi “ripetono la tragedia degli
ebrei in fuga dal nazismo, delle centinaia di migliaia di prigionieri
di guerra che vagano alla ricerca di focolari andati distrutti, di
profughi le cui case e comunità all’improvviso erano entrate a far
parte di un altro paese” (la Stampa). E mentre la Francia prosegue la
sua battaglia contro gli estremisti islamici, la Germania si dichiara
pronta a sostenerla in Mali inviando 650 soldati: “Non potremo
sconfiggere l’Isis con le parole, ci vorranno degli strumenti militari”
ha spiegato la cancelliera Merkel dopo l’incontro con il presidente
Hollande. A Bruxelles, intanto, è ancora alta la tensione e si
cercherebbero dieci terroristi a piede libero (Corriere della sera).
Sempre sul Corriere, Pierluigi Battista parla della cosiddetta
‘israelianizzazione’ della Francia: una condizione nella quale la
vigilanza è doverosa ma le persone continuano ad affollare i locali e i
bistrot come a Tel Aviv. “Dove – scrive – i caffè di Dizengoff street
sono sempre pieni e la movida non conosce sosta”.
Su Repubblica, una panoramica dell’affollato cielo siriano dove volano
attualmente dodici forze aeree (tra cui russi, americani, giordani e
francesi) e sembra difficile capire chi sta bombardando chi e a quale
scopo. “Sembra Tel Aviv all’ora di punta”, commenta un osservatore
militare israeliano.
|
|
Leggi
|
|
|
qui buenos aires Un rabbino nel governo Macri
Uno
dei maggiori esponenti del mondo ebraico sudamericano, il rabbino
Sergio Bergman, 53 anni, entra nella compagine di governo del nuovo
presidente Mauricio Macri con l’incarico di ministro dell’Ambiente e
dello Sviluppo Sostenibile.
Si tratta di uno storico evento per la comunità ebraica argentina, che è la più grande e vivace del continente.
Bergmann, che è rabbino della sinagoga riformata Congregación Israelita
de la República Argentina (la più antica del paese) e che appare come
uno degli uomini chiave dell’esecutivo che va formandosi, è anche
chimico, scrittore e docente universitario oltre che deputato del
Parlamento nazionale.
Fermo oppositore dell’accordo siglato nel 2013 tra i governi di Buenos
Aires e Teheran per una comune investigazione sull’attentato
all’Associazione Mutualità Israelita Argentina del 18 luglio 1994 in
cui furono uccisi 85 innocenti e in cui significative appaiono le
responsabilità iraniane, Bergman può contare in questo sul pieno
supporto del neo presidente.
“Come promesso in campagna elettorale, proporremo al Congresso di
annullare gli effetti di questo accordo”, ha affermato Macri nel corso
della prima conferenza stampa dopo l’elezione.
Assieme al collega Abraham Skorka, Bergman ha inoltre dimostrato
familiarità anche con Jorge Bergoglio, ancor prima della sua nomina a
guida suprema della Chiesa cattolica.
(Nell'immagine Mauricio Macri con Sergio Bergman)
|
informazione Molinari alla guida della Stampa
Il
giornalista Maurizio Molinari assumerà la direzione del quotidiano
torinese La Stampa, di cui è attualmente corrispondente da Israele e
dai territori controllati dall’Autorità Palestinese. Apprezzatissimo
negli ambienti diplomatici, Molinari è tra i giornalisti più esperti di
politica internazionale e ha ricoperto a lungo, sempre per La Stampa,
l’incarico di corrispondente da New York. È inoltre autore di diversi
libri, tra cui Il califfato del terrore (Rizzoli, 2015); L’Aquila e la farfalla, (Rizzoli, 2013); Governo Ombra,
(Rizzoli, 2012). A Maurizio un caloroso Mazal Tov da tutta la redazione
giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e al collega
Mario Calabresi, che contestualmente lascia La Stampa per assumere la
direzione del quotidiano La Repubblica, un caldo augurio di buon
lavoro.
|
il nobel joseph stiglitz a pagine ebraiche
'Educazione, la chiave del futuro'
Il
Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz a colloquio con Pagine Ebraiche
sul tema dell’educazione, in particolare come strumento per superare le
diseguaglianze sociali. Grande protagonista dell’intervista del mese
che appare sul numero di dicembre del giornale dell’ebraismo italiano
in distribuzione, Stiglitz spiega come un ruolo fondamentale per
combattere le diseguaglianze, tema cui ha dedicato parte dei suoi
studi, sia un sistema educativo che garantisca a tutti l’istruzione e
permetta di accedere in seconda battuta al mercato del lavoro senza
difficoltà. Confrontandosi con la stampa italiana, Stiglitz ha
successivamente posto l’accento sul rischio che i fatti di Parigi
possano portare a gravi conseguenze per il sistema economico europeo. E
cioè a una nuova recessione.
Gary doveva essere la Città del secolo, la città magica, doveva
rappresentare il sogno americano del progresso. Qui nei primi del
Novecento, nello Stato dell’Indiana (a una trentina di chilometri da
Chicago), il presidente della United States Steel Corporation, Elbert
H. Gary, costruirà la sua fabbrica d’acciaio, dando vita all’omonima
località.
Iniziò così una sorta di pellegrinaggio verso questa piccola cittadina
sulle sponde del Michigan: a cercarvi fortuna, in particolare dal
secondo dopoguerra in avanti, emigranti provenienti dalla disastrata
Europa e afroamericani stanchi delle vessazioni del Sud. Dal nulla Gary
diventò uno dei poli produttivi più importanti del Paese ma alla
gloriosa espansione industriale si affiancheranno ben presto i grandi
problemi dell’America di allora, su tutti, l’affermarsi delle
disuguaglianze sociali e delle discriminazioni razziali. “Crescendo a
Gary non potevi non notare la povertà, la discriminazione. Era
impossibile non vedere che qualcosa non funzionava”, ricorda
l’economista Joseph Stiglitz, che nella proletaria e ruvida Gary ci è
nato e cresciuto. E in quel contesto, ha spiegato a Pagine Ebraiche il
premio Nobel per l’Economia ed ex capo economista della Banca mondiale,
è maturato il suo interesse per lo studio delle disuguaglianze. Di
famiglia ebraica, Stiglitz è cresciuto ascoltando le discussioni tra la
madre Charlotte, progressista e sostenitrice del New Deal, e il padre
Nathaniel, piccolo imprenditore con posizioni più conservatrici ma
sempre politicamente vicine ai democratici. “Negli anni ‘70 – il
ricordo di Stiglitz, classe 1943, di suo padre – divenne un grande
sostenitore dei diritti civili. Aveva un forte senso civico e di
responsabilità morale. Era una delle poche persone che conoscevo che
insisteva per pagare i contributi previdenziali a chi lavorava da noi a
domicilio, che lo volessero o no; sapeva che ne avrebbero avuto bisogno
una volta anziani”.
L’egualitarismo sociale e il sostegno dei lavoratori erano temi di cui
si discuteva a tavola ed erano argomenti condivisi da molti
concittadini ebrei di Gary: fino alla metà degli anni Sessanta,
infatti, saranno diversi gli esponenti della piccola Comunità locale a
impegnarsi in politica, la maggior parte sul fronte democratico. Uno su
tutti, Martin Katz che dal 1963 al 1967 sarà eletto sindaco della città
grazie al sostegno – come si legge nel libro Gary, the Most American of All American Cities
di Paul O’Hara – di afroamericani e degli operai dell’acciaieria,
convinti dalla sua agenda diretta a una maggiore integrazione sociale e
alla tutela dei diritti dei lavoratori. Katz verrà poi battuto da
Richard G. Hatcher, il primo sindaco nero nella storia degli Stati
Uniti, tra i simboli della lotta alla segregazione. Una questione che
ancora oggi ha lasciato chiari segni nella realtà americana, dove il
tema razziale non è mai scomparso dal dibattito pubblico – basti
ricordare i fatti di Baltimora. Una ricerca pubblicata nel 2014 dal
Dipartimento americano per l’educazione rileva che il sistema
scolastico Usa (97mila le scuole prese in considerazione) non
garantisce le stesse opportunità di apprendimento a tutti gli studenti
(un quarto delle scuole con studenti in prevalenza latini o di colore
non ha accesso a corsi di algebra di secondo livello o di chimica). Un
tema al centro degli studi Stiglitz, e da tempo al centro dei suoi
pensieri: quando viveva a Gary, aveva una governante, Fannie Mae Ellis,
una donna di colore cresciuta nel sud del paese, costretta a lasciare
la scuola a sei anni.
“Le nostre aspettative erano andare al college – ricorda l’economista –
e mi chiedevo perché una persona di quel valore, così brillante,
potesse aspirare solo a un grado di istruzione elementare… Non avevo
parole per descriverlo ma mi colpì, mi diede molto fastidio”. Spinto da
un idealismo che traspare chiaramente dalle suo parole – riconducibile,
guardandolo in prospettiva ebraica, ai principi di Tzedakah, giustizia
sociale – il Premio Nobel si è concentrato nell’analizzare le falle del
sistema economico e di alcune delle teorie che lo reggono. Con i suoi
lavori, Stiglitz, tra gli ospiti di punta della decima edizione del
Festival Economia di Trento, ha mostrato come i modelli classici, che
parlano di un mercato razionale ed efficiente, possano in realtà dare
luogo a risultati instabili con molteplici punti d’equilibrio, non
necessariamente efficienti, oppure per nulla in equilibrio. Per
l’economista, il neoliberismo sbaglia nel pensare che i mercati portino
autonomamente a soluzioni efficaci; e in un mondo in cui la
globalizzazione costituisce un fenomeno economico positivo (tema a cui
ha dedicato un’opera molto conosciuta, La globalizzazione e i suoi oppositori,
Einaudi, 2002 ) è ancora più cruciale controllare il mercato globale.
Altrimenti? I risultati si vedono proprio nella città natale di
Stiglitz, quella Gary che sognava di essere una locomotiva e invece è
un fantasma: l’apertura del mercato globale ha fatto crollare
l’industria locale dell’acciaio e il 90 per cento degli operai in pochi
anni è stata licenziata. “Nell’economia moderna devi correre per
riuscire a rimanere fermo”, il riassunto di una situazione di
produzione frenetica che ha spazzato via molte aziende e ha ampliato in
molti paesi la forbice nel divario tra ricchi e poveri. Una fotografia
che si addice in particolare agli Stati Uniti, a cui è in larga parte
dedicato l’ultimo libro The Great Divide: Unequal Societies and What We Can Do About Them (2015).
Professore,
lei ha lavorato molto per analizzare le disuguaglianze sia negli Stati
Uniti sia su scala globale. Se dovessimo tradurlo in dati, di che
fenomeno stiamo parlando?
Se guardiamo il quadro attuale, l’un per cento della popolazione
detiene circa il 25 per cento del reddito, e negli ultimi 30 anni
questa proporzione è cresciuta di 3-4 volte. Ho sentito che non
dovremmo preoccuparci di chi sta in alto, perché i benefici cadranno a
cascata anche sui poveri e sulla classe media. Non è così: chi sta in
fondo alla scala sociale oggi sta peggio. In 40 anni i redditi medi
sono rimasti praticamente invariati ma i salari reali minimi sono oggi
più bassi anche rispetto a circa 60 anni fa. Questo spiega perché oggi
negli Stati Uniti c’è ad esempio un forte movimento politico che spinge
per aumentare i salari minimi. E penso in particolare alle donne, che
in caso di monoreddito e un figlio a carico, si trovano in situazione
di grande difficoltà. Inoltre, la disparità di reddito determina anche
disparità nelle opportunità. Ciò si potrebbe compensare ad esempio con
una buona istruzione pubblica, ma negli Stati Uniti non succede.
Quale peso ha il sistema scolastico ed educativo perché una società sia più o meno disuguale?
È fondamentale ed è necessario investire in politiche educative dirette
anche alle famiglie. Una battuta che faccio spesso ai miei studenti è
che la decisione più importante della loro vita e quella di non
scegliere i genitori sbagliati. E una battuta ma corrisponde alla
verità e dobbiamo fare in modo che la situazione cambi. E, come
sottolineava il mio collega Anthony Atkinson (Nobel per l’Economia
2012), è necessario avviare progetti dedicati già alla prima infanzia.
Lei però ha raggiunto la vetta senza che la sua famiglia rientrasse nell’élite.
Mia madre mi incoraggiava a usare il cervello. E ho avuto la fortuna di
avere grandi maestri nel corso del mio percorso scolastico.
Per far accedere
all’università più persone possibili oggi esistono le università o
comunque l’insegnamento online. Lei cosa ne pensa?
Sicuramente in termini generali è positivo perché garantisce a
studenti, che altrimenti non potrebbero seguire, di avere una
formazione. Ma credo ancora che i maestri siano importanti, ciò che
dobbiamo fare è alzare il livello dell’educazione.
A proposito di
disuguaglianze, Israele aveva avviato al suo interno un progetto,
quello socialista dei Kibbutzim, che voleva abbatterle. Ma è fallito.
Che insegnamento dobbiamo trarne?
Non conosco abbastanza bene la realtà dei kibbutz per rispondere.
Quello che so è che Israele stessa è nata sulla spinta
dell’egualitarismo sociale e invece oggi è uno dei paesi in cui il
divario sta aumentando di più. Il progetto originale era straordinario,
volto a creare una società giusta. Ora si stanno allontanando
pesantemente da quell’obiettivo.
Daniel Reichel
(Il ritratto di Joseph Stiglitz è di Giorgio Albertini)
Pagine Ebraiche, dicembre 2015
|
qui roma - PITIGLIANI KOLNO'A FESTIVAl
Giovani registi alla prova
Dopo
cinque intense giornate di proiezioni, dibattiti e nuovi spunti di
riflessione, il pubblico del Pitigliani Kolno’a Festival, la rassegna
cinematografica che porta ogni anno nella Capitale i film più
significativi del panorama ebraico e di quello israeliano ha deciso di
premiare la propria pellicola preferita. “Il più votato è Vice Versa
– svela Ariela Piattelli, la direttrice del festival insieme a Dan
Muggia – Il pubblico ha molto amato il film diretto da Amichai
Greenberg che rientra nella sezione Percorsi ebraici e affronta il
rapporto tra religione e malattia. Al secondo posto si piazzano invece Noodle, il titolo riproposto per celebrare i dieci anni del nostro festival e al terzo Kicking out Shoshana,
la commedia brillante che sdogana gli stereotipi sull’omosessualità”.
L’iniziativa, che ha il patrocinio del ministero dei Beni e delle
Attività culturali e del Turismo, della Regione Lazio e Roma Capitale,
è stata sostenuta dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane,
dall’ambasciata d’Israele e dall’IIFCA (la Fondazione Italia-Israele
per la Cultura e le Arti), si concluderà oggi al Centro Ebraico
Pitigliani (ore 20.30) con la proiezione delle opere di due giovani
registi italiani: Daniele Di Nepi con Family Picture e Ghila Valabrega con Felice nel box.
(Nell’immagine, una scena di Vice Versa)
Leggi
|
Cento anni di Relatività |
C’è
una situazione paradossale al centro della nostra conoscenza del mondo
fisico. Il Novecento ci ha lasciato le due gemme di cui ho parlato: la
relatività generale e la meccanica quantistica. […] Eppure le due
teorie non possono essere entrambe giuste, almeno nella loro forma
attuale, perché si contraddicono l’un l’altra. Uno studente
universitario che assista alle lezioni di relatività generale il
mattino e a quelle di meccanica quantistica il pomeriggio non può che
concludere che i professori sono citrulli, o hanno dimenticato di
parlarsi da un secolo: gli stanno insegnando due immagini del mondo in
completa contraddizione. La mattina, il mondo è uno spazio curvo dove
tutto è continuo; il pomeriggio, il mondo è uno spazio piatto dove
saltano quanti di energia. Il paradosso è che entrambe le teorie
funzionano terribilmente bene. La Natura si sta comportando con noi
come quell’anziano rabbino da cui erano andati due uomini per dirimere
una contesa. Ascoltato il primo, il rabbino dice: “Hai ragione”. Il
secondo insiste per essere ascoltato, il rabbino lo ascolta, e gli
dice: “Hai ragione anche tu”. Allora la moglie del rabbino, che
orecchiava da un’altra stanza, urla: “Ma non possono avere ragione
entrambi!”. Il rabbino ci pensa, annuisce, e conclude: “Anche tu hai
ragione”.
Questo gustoso brano è tratto dal best-seller Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi
2014, pp. 47-48) del noto fisico teorico Carlo Rovelli. Che per
illustrare la contraddizione fra le teorie della fisica moderna si
faccia ricorso a una metafora rabbinica è già di per sé interessante.
Gianfranco Di Segni, CNR e Collegio rabbinico italiano (Nell'immagine, una vignetta di Michel Kichka)
Leggi
|
|
Setirot - Rinvio
|
Pochi
giorni fa la Knesset ha approvato (49 a favore e 36 contrari) un nuovo
disegno di legge che rinvia al 2020 l’arruolamento obbligatorio degli
haredìm nella Tsavah – il precedente testo prevedeva la leva per gli
studenti delle yeshivòt a partire dal 2017. E dopo il 2020, sottolinea
la stampa israeliana, l’arruolamento potrà ancora essere dilazionato
con la presentazione di altri emendamenti ‘discrezionali’, in
conformità cioè con le valutazioni del ministro della Difesa.
Stefano Jesurum, giornalista
Leggi
|
|
Time out - I grandi assenti |
La
situazione tra Russia e Turchia dimostra che gli Stati Uniti sono i
grandi assenti nella politica internazionale. È vero che è l’Europa ad
aver garantito pace e serenità a questo continente, ma non si può
dimenticare che a prevenire ogni dissidio nel mondo sono stati gli
americani. Oggi che dimostrano l’incapacità a intervenire sullo
scenario globale, dense nubi di guerra si riaffacciano su di noi.
Difficile pensare che sia un caso.
Daniel Funaro
|
In ascolto - Perek Shira |
Aspettiamo
la neve, così dicono le previsioni, ma intanto pioviggina. In compenso
queste ultime giornate erano stupende. Il cielo blu intenso, il sole
caldo, le montagne bellissime. Avevo un impegno di lavoro, per cui
salgo in macchina con un paio di amici ma prima di mettere in moto,
quasi come un rito, ci fermiamo in silenzio per qualche secondo ad
ammirare sua maestà il Monviso. È lì, ogni giorno davanti a noi, eppure
non ci abituiamo alla sua bellezza e quando il cielo è blu e terso come
ieri, si prova ancora meraviglia di fronte a quella cima che è parte
della nostra vita.
Maria Teresa Milano
Leggi
|
Madri d'Israele - Pnina |
Pnina
Tamano: una donna diventata un emblema, un simbolo per centinaia di
migliaia di cittadini israeliani. Oltre che madre di due splendidi
bimbi, Pnina è Madre d’Israele: ex parlamentare, la prima di etnia
etiope, oggi è un rinomato avvocato e giornalista. “Israele è molto
avanti rispetto al resto del mondo quando si tratta di accettare tutto
ciò che è diverso da noi”, dichiara in una recente intervista.
David Zebuloni
Leggi
|
Guerriglia urbana |
Alcuni
appunti di guerriglia urbana. Il 29 marzo 1799 Siena viene occupata
dalle truppe francesi al comando del commissario Abram, il quale fa
aprire i cancelli del ghetto, abolisce i titoli nobiliari e il
tribunale ecclesiastico locale, e ordina il sequestro di argenti
provenienti da chiese e monasteri al fine di sovvenzionare il
vettovagliamento delle proprie truppe.
Sara Valentina Di Palma
Leggi
|
|
|