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Paolo Sciunnach,
insegnante
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Il
Chasid (da “chesed”, cioè amore, benevolenza, carità e misericordia), e
lo Tzaddik (da “tzedek”, giustizia, rettitudine), sono nomi comuni già
nella Torah Scritta, e designano l'uomo pio, dedito all'osservanza
della Torah.
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Anna
Foa,
storica
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Mi è impossibile questa settimana parlare d’altro che di questo.
Ormai molti anni fa, in una riunione in Normandia fra ebrei israeliani
e ebrei della Diaspora, organizzato da Diana Pinto, ci fu un acceso
confronto tra il giornalista di Haaretz Gideon Levy e André Glucksmann,
il filosofo francese recentemente scomparso. Levy sosteneva di essere
molto più colpito dalle violenze degli ebrei che da quelle dei
palestinesi proprio perché i primi erano ebrei e si sentiva ‘parte', li
sentiva come sentiva se stesso, a lui vicini. Glucksmann respingeva la
sua posizione in nome dell’universalismo, in nome di tutta l’umanità.
Allora, mi sentivo più vicina a Levy da un punto di vista emotivo,
benché convinta delle idee di Glucksmann dal punto di vista razionale.
Una suggestione di Carlo Ginzburg mi ha aiutata a sciogliere questa
matassa: l’identità, l’appartenenza nazionale sono sentite soprattutto
attraverso la vergogna. Mi sento italiano soprattutto quando mi
vergogno della politica italiana, ad esempio. Verso gli altri paesi, il
sentimento della vergogna non c’è, ce ne possono essere molti altri ma
non questo.
Allora, è vergogna che provo per l’oscenità della festa di matrimonio a
Gerusalemme che esaltava l’assassinio della famiglia Dawabsha. Mi
vergogno, come altri miei correligionari - italiani e israeliani - che
hanno denunciato con forza il fatto, non ultimo lo stesso premier
Netanyahu. Non abbiamo nulla da spartire con questi estremisti, né
pensieri, né percorsi di vita, né emozioni, né comportamenti politici.
Nel groviglio di identità plurime in cui tutti siamo avviluppati,
questo fatto, come tanti altri prima, fanno però emergere la mia
identità ebraica, ammesso che questa parola “identità” abbia un senso.
Mi vergogno e sono certa che molti altri ebrei proveranno questa
vergogna e la diranno a voce alta. Perché anche loro, gli estremisti,
imparino a vergognarsi.
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L'Isis sconfitto a Ramadi
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Ci
sono voluti 30mila uomini e sette mesi di assedio per far cadere la
città sunnita di Ramadi, situata nel centro dell’Iraq e a lungo nelle
mani dei miliziani dell’Isis. La vittoria riportata dalle forze
governative sul Califfato a Ramadi, spiega il Corriere della Sera, ha
un particolare significato per il carattere della città: le tribù
locali, dal dopo Saddam, hanno sempre combattuto contro il governo di
Baghdad, guidato dagli sciiti, e più volte hanno dato il loro supporto
agli estremisti sunniti, di Al Qaeda prima dell’Isis poi. Ora, anche
grazie alla loro collaborazione, il sedicente Califfo è stato sconfitto
in una delle sue città chiave. “Quella di Ramadi non è una battaglia
risolutiva – l’analisi di Jason Burke, esperto di terrorismo
internazionale, che compare oggi su Repubblica – ma invertire la
tendenza espansiva del Califfo vuol dire minare i meccanismi
propagandistici ed economici del suo Stato”. Le prossime città da
liberare, scrive La Stampa, sono “Falluja, a soli 50 chilometri da
Baghdad. Poi Mosul, una metropoli di due milioni di abitanti, cinque
volte Ramadi, dove un anno e mezzo faè nato il Califfato”.
Italia, la propaganda islamista da non sottovalutare. “La Libia è la
porta aperta verso Roma”, questo il messaggio fatto rimbalzare sul web
da organi legati allo Stato islamico. Un messaggio che ha fatto alzare
i livelli di guardia delle forze di sicurezza italiane. Secondo gli
analisti “I rischi maggiori per la sicurezza sono connessi ad azioni
condotte da terroristi autoctoni ricettori degli appelli lanciati
dall’apparto propagandistico del Califfato, o da foreign fighters
europei reduci dal conflitto siroiracheno” (La Stampa). Pacificare la
Libia dunque servirà a controllare eventuali minacce terroristiche
all’Europa. E per ridare stabilità al paese africano dilaniato da una
guerra civile, è stato creato un governo di unità nazionale in chiave
anti-Isis. L’Italia si è fatta promotrice di questa iniziativa,
bloccando il progetto francese di avviare dei raid in Libia,
sottolineando che prima bisognava garantire un governo stabile a
Tripoli (La Stampa).
L’inchiesta su Sara Netanyahu. Repubblica riporta la notizia
dell’indagine da parte della polizia israeliana riguardante la moglie
dell’attuale Primo ministro Benjamin Netanyahu, Sara. L’inchiesta
sarebbe legata alle “spese e la gestione delle due case della coppia,
quella ufficiale di Balfour Street a Gerusalemme e la villa ( privata)
sul mare a Cesarea”. Secondo il quotidiano, il caso potrebbe arrivare a
scuotere il governo Netanyahu.
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ferrara - dal mibact la nomina del presidente
Dario Disegni alla guida del Meis
Il
ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo ha
comunicato in una nota la nomina di Dario Disegni come nuovo presidente
del Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara.
“Il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario
Franceschini – si legge nella nota - ha rinnovato il Consiglio di
Amministrazione della Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano
e della Shoah di Ferrara (MEIS), confermando Carla di Francesco
(nominata dal Mibact), Renzo Gattegna (presidente dell'Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane), Massimo Maisto (dal Comune di Ferrara) e
Massimo Mezzetti (dalla Regione Emilia Romagna) e nominando alla
Presidenza Dario Disegni che succede a Riccardo Calimani, alla guida
della istituzione sin dagli esordi nel 2008”. “La nomina del Presidente
e la conferma del Consiglio di Amministrazione – ha dichiarato il
Ministro Franceschini – è un altro importante passo in avanti verso la
concreta realizzazione del MEIS di Ferrara che si aggiunge alle
significative risorse, 7 milioni di euro per i prossimi due anni,
stanziate con il Piano Strategico Grandi Progetti Culturali. Nel
ringraziare Riccardo Calimani per la preziosa opera svolta alla guida
del Meis dal 2008 a oggi, esprimo al Presidente Disegni e a tutto il
Cda i miei migliori auguri di buon lavoro nel completamento di questa
importante realtà culturale”.
Dario Disegni, attivo da oltre vent’anni in posizioni di responsabilità
nel mondo delle fondazioni e delle istituzioni culturali e museali, è
presidente della Fondazione Beni culturali ebraici in Italia e della
Comunità ebraica di Torino. È inoltre membro degli organi direttivi di
varie istituzioni culturali e museali, tra le quali la Fondazione Museo
delle Antichità Egizie di Torino e il Museo Nazionale del Risorgimento
Italiano.
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brasilia non accredita l'ambasciatore dayan
Israele-Brasile, gelo diplomatico
Il
governo israeliano userà tutti i canali a sua disposizione per far sì
che Dani Dayan venga confermato ambasciatore in Brasile. A dichiararlo,
nel corso della riunione di inizio settimana a Gerusalemme
dell'esecutivo, il viceministro degli Esteri Tzipi Hotovely. Nessun
altro nome verrà presentato a Brasilia, ha dichiarato Hotovely,
scegliendo dunque la strada dello scontro con il governo brasiliano.
Dall'altra parte dell'oceano il nome di Dayan, noto come uno dei leader
del movimento che rappresenta gli insediamenti israeliani in
Cisgiordania, non piace. Il presidente brasiliano Dilma Rousseff
l'aveva fatto sapere a Gerusalemme sin dall'inizio ma il Premier
Benjamin Netanyahu auspicava in una risoluzione pacifica della
questione. Invece, dal giorno della nomina (in agosto) di Dayan ad
ambasciatore, la Rousseff si è trincerata dietro al silenzio,
optando per non dare nessuna risposta in merito
all'accreditamento dell'ambasciatore indicato da Gerusalemme. Secondo
Brasilia – e i movimenti di sinistra (sia israeliani che brasiliani)
che si sono mobilitati contro la nomina – accettare Dayan
significherebbe approvare indirettamente la politica degli insediamenti
israeliani. “Lo Stato di Israele non accetterà il rifiuto di un
ambasciatore per ragioni ideologiche e useremo i mezzi diplomatici per
ribadirlo nel modo più chiaro possibile”, ha dichiarato Hotovely. Tra
le questioni che preoccupano Gerusalemme, la possibilità che, in caso
di mancata conferma di Dayan, la scelta di Brasilia crei un precedente
contro le persone che vivono negli insediamente e la loro possibilità
di rappresentare Israele all'estero.
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i giovani ebrei italiani e la vita in francia
'La nostra scelta si chiama Parigi'
Sul
numero di gennaio del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche,
attualmente in distribuzione, il reportage a firma di Ada Treves che
dipinge un quadro della Francia attraverso le parole e impressioni di
giovani ebrei italiani arrivati a Parigi per motivi di studio o di
lavoro.
Michela, Sara, Claudio, Noemi, Rachele, Shemuel e Michele ripercorrono
i drammatici fatti del 13 novembre scorso e al contempo raccontano le
loro
speranze e i progetti per il futuro.
Non
è stata l’idea di essere senza altre possibilità, a spingerli a
lasciare l’Italia, e neppure un senso di claustrofobia nei confronti
della propria comunità ebraica: i giovani ebrei italiani sono più
pragmatici. Che siano partiti per conseguire una laurea valida in più
paesi, per imparare meglio la lingua, o che Parigi fosse il sogno della
città delle luci e dell’amore, all’estero hanno trovato una vita
soddisfacente, spesso piena di soddisfazioni. Un amore realizzatosi in
un matrimonio, l’obiettivo accademico, un progetto lavorativo chiaro,
tutto parla di ragazzi determinati e con idee ben definite, molto
solidi e soprattutto capaci di resistere agli inevitabili momenti di
sconforto. E che non si sono fatti intimorire né dagli attentati che a
gennaio 2015 hanno colpito la redazione di Charlie Hebdo e
l’Hypercacher, né dagli attacchi terroristici di novembre.
La
più giovane, Sara, partita a 18 anni per iscriversi a filosofia a
Parigi, è anche quella che forse proprio per la sua formazione si è
messa più in discussione durante gli anni passati a Parigi. Ed è ancora
lei, a 22 anni, la più critica verso una società che forse non ha
saputo cogliere i molti segnali e che ancora oggi non riesce a mettere
in discussione un modello sociale che “evidentemente non funziona così
bene”. Dopo la laurea, alla Sorbonne, Sara ha deciso di restare,
investendo dodici mesi in un servizio civile dedicato ad avvicinare i
più piccoli alla lettura, e collabora da tempo a laboratori di
filosofia per bambini. L’idea di prendersi 12 mesi per decidere cosa
fare non è stata messa in discussione dagli attentati che - almeno in
queste settimane - hanno un impatto notevole sulla vita quotidiana dei
parigini, ma qualche dubbio c’è: “È mancata la capacità di capire che
questo era il momento di affrontare la situazione con coraggio, e forse
anche di mettersi in discussione”.
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SPOTLIGHT- lA BAND BULLETPROOF STOCKINGS
Il rock hassidico per sole donne
Non
è una shtick (dall’yiddish, ‘sceneggiata’). È una band alt-rock di
ragazze devote ad Hashem e funziona. Funziona perché è reale”.
Si descrivono così le Bulletproof Stockings, il gruppo creato nel 2011
da due donne lubavitch, Perl Wolfe e Dalia Shusterman, acclamato dai
critici come uno tra i più interessanti esperimenti nel panorama
underground di Brooklyn.
La band, il cui nome deriva dalle calze opache indossate dalle ebree
ultra-ortodosse, arricchito da due nuove componenti, è ora pronta a
lanciare il primo disco loro al 100%, Homeland Call Stomp, realizzato
grazie ad una campagna di raccolta fondi su Kickstarter.
“Ci eravamo imposte come cifra da raggiungere – spiegano – 36mila
dollari perché il 36 è un multiplo di 18 che per l’ebraismo significa
chai ovvero ‘vita’, e alla fine abbiamo addirittura superato
l’obiettivo”. Leggi
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INFORMAZIONE – INTERNATIONAL EDITION
Giustizia, nel nome di Edgardo
Un
nuovo libro per fare luce sul caso di Edgardo Mortara, il bambino ebreo
bolognese strappato alla famiglia dalla Chiesa nel 1858. A firmare
Writing for Justice pubblicato dalla Dartmouth College Press, è Elèna
Mortara, studiosa di letteratura angloamericana e docente
all’Università di Tor Vergata, oltre che discendente della famiglia di
Edgardo. Recensito dagli storici Alberto Cavaglion e Anna Foa per il
numero di gennaio di Pagine Ebraiche, attualmente in distribuzione, il
volume è presentato al pubblico internazionale del giornale
dell’ebraismo italiano.
Al centro dell’opera è la figura di Victor Séjour, americano creolo
originario di New Orleans che costruì la sua carriera a Parigi come
scrittore teatrale e paladino delle libertà, che alle vicende di
Edgardo dedicò una pièce la cui prima fu seguita dall’imperatore
Napoleone III in persona.
Su Pagine Ebraiche International Edition, anche il resoconto
dell’ultima riunione del Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane, con l’approvazione del bilancio a vastissima maggioranza
(solo tre astenuti, nessun contrario). Mentre la cucina
giudaico-romanesca sarà al centro di un programma su Gambero Rosso
Channel condotto dalla chef Laura Ravaioli. Ad annunciarlo, Giorgia
Calò, assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Roma.
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Oltremare
- Storie di cinema
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A
Tel Aviv ci sono due cinema che, quando menzionati in conversazioni
conviviali, causano onde concentriche di nostalgia: l'Eden e il
Mugrabi. Due luoghi che certificano il fatto che persino Tel Aviv, una
città che ha da poco finito di festeggiare i cento anni dalla
fondazione, ha una sua storia.
Nel 1914, Tel Aviv aveva cinque anni, i palazzi più alti avevano due o
tre piani, erano costruiti sulla sabbia e il piano regolatore era una
linea retta tracciata a vista a perpendicolo del mare. L'attuale Sderot
Rothschild. Non c'erano ancora alberi, nessuno aveva ancora piantato
l'erba ai bordi delle strade.
Nella bianca luce del Medio Oriente, Moshe Abarbanel e Mordechai Weiser
costruirono il Cinema Eden su di un angolo di Neve Tzedek, il quartiere
fuori Jafo dove erano fuoriusciti gli ebrei prima di fondare Tel Aviv.
I vicini fecero rimostranze: la notte era illuminata dallo schermo e
disturbata dall’orchestra che suonava sul palco. I film arrivavano da
Alessandria d'Egitto, uno o due alla settimana. D’estate, prima
dell’avvento di rivoluzionari ventilatori, sul pubblico veniva
spruzzata acqua di rose. A Tel Aviv si suda, è un fatto.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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