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21 gennaio 2016 - 12 Shevat 5776
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il dibattito in francia

Kippah, un simbolo irrinunciabile

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“La Repubblica ha il dovere di proteggere chi indossa la kippah. E chi la indossa ha il diritto di vivere il proprio ebraismo come meglio crede”. Così il filosofo ebreo francese Bernard-Henry Lévy commentava negli scorsi giorni il suggerimento del rappresentante del Consistoire di Marsiglia Zvi Ammar, che aveva esortato gli ebrei a non indossare più la kippah “fino a giorni migliori”, in seguito l’attentato terroristico perpetrato contro un insegnante diretto in sinagoga. Figlie di un contesto di paura e sconfitta, le parole di Ammar hanno però scatenato la ferma reazione della società d’Oltralpe, dai leader ebraici ai principali esponenti del mondo politico, i quali hanno lanciato un vibrante invito a non rinunciare alla kippah. Un invito con cui, ha rivelato nelle scorse ore il settimanale Paris Match, si sono detti d’accordo anche la stragrande maggioranza dei cittadini francesi.

Il disegno è di Giorgio Albertini.

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L’inchiesta nel regno unito

Quanto costa vivere ebraicamente

img headerCi sono le spese alimentari, la retta della scuola, l’iscrizione alla propria sinagoga/comunità. Ma si tiene conto anche della tendenza a offrire e partecipare con frequenza a occasioni di festa, matrimoni, bar o bat-mitvah e via dicendo, e le annesse fuoriuscite per banchetti, vestiti e regali. Anthony Tricot, consulente di Ernst and Young e rappresentante della S&P Sephardi Community of London, e Andrea Silberman, economista al Ministero del Tesoro inglese, hanno fatto i conti di quanto costa, nel Regno Unito, condurre una vita ebraica. I risultati del loro studio sono stati presentati sul settimanale London Jewish Chronicle, oltre che all’ultima edizione del Limmud, la grande conferenza ebraica che ogni anno riunisce oltre 2500 persone durante la settimana del 25 dicembre. Secondo i loro calcoli, ogni famiglia può spendere una cifra superiore di 12,700 sterline (oltre 16mila euro) rispetto a un equivalente nucleo non ebraico.

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Verso Tu Bishvat

Quell’antico dovere di tutelare l’ambiente

img header“Se non sono per me, chi è per me?” è l’inizio di una massima di Hillel, così come compare nel Pirkè Avot. È un insegnamento assai noto, spesso citato in diversi contesti di studio e di riflessione. Sembra un appello all’autonomia, all’individualità: solamente noi possiamo andare completamente a fondo di noi stessi. Il percorso di costruzione personale dell’individuo deve iniziare con un movimento centripeto, una sorta di contrazione/concentrazione, un passo – direbbe la psicologia analitica – verso l’individuazione, verso il vero sé. Se non ci costruiamo come identità autonoma, non siamo; ed in questa prima fase del cammino siamo sostanzialmente soli: non possiamo appoggiarci ad altri. Il percorso però procede, suggerisce il grande maestro: “E se io sono esclusivamente per me stesso, cosa sono io?”. Eccedere nella concentrazione sul sé ci congela in una condizione non più personale, ma reificata. L’identificazione è alla base del nostro essere: se tutto lì si conclude, però, restiamo cose. Hillel ci apre a un’etica della responsabilità che ci vincola agli altri; agli altri esseri umani, in prima istanza. Ma anche agli altri esseri viventi e al mondo che ci circonda, all’ambiente in cui siamo inseriti, in cui e di cui viviamo.

Benedetto Carucci Viterbi, rabbino

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Memoria

La stagione incerta
dei diritti

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Le “giornate memoriali” o simboliche sovranazionali sono in sofferenza. È un altro segno della crisi del sentimento universalistico in una fase in cui torna forte il sentimento di appartenenza di gruppo. È anche uno dei segni della crisi dell’idea di Europa. Si consideri La “Giornata mondiale dei diritti umani”, una celebrazione sovranazionale che si tiene in tutto il mondo il 10 dicembre di tutti gli anni. Ricorda il giorno (era il 1948) in cui a Parigi fu firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani. È un documento che nella memoria pubblica pochi ricordano, spesso molti sovrappongono a quella più nota dei diritti dell’uomo e del cittadino (26 agosto 1789), anche se anche per questa non credo che la data sia a tutti nota.

David Bidussa, storico sociale delle idee
Pagine Ebraiche, gennaio 201
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Memoria

Ricordiamo

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La storia è una madre scarmigliata, sbigottita. Ha perduto i gioielli che una volta l’ornavano. “Testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità”, chi la loderebbe ancora con le parole di Cicerone? E chi ormai la corteggia, questa “magistra” infelice, che non hai mai saputo educare i propri figli? Il mondo digitale fluisce, riluce, svanisce. Non è la durata della storia, che ci interessa, ma quella breve dell’evento. Chi sa ricaricarla, la batteria del passato, come si fa a riaccenderla e a quale scopo? La tradizione rabbinica, che di memoria si nutre, può forse aiutarci a distinguere l’essenziale. “Ricordati cosa ti fece Amalec”, recita il Deuteronomio (25. 17).

Giulio Busi, ebraista
Pagine Ebraiche, gennaio 2016

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