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27 marzo 2016 - 17 Adar II 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
Zav, "comanda" - parola che dà nome alla parashà letta ieri - è espressione inusuale che invita alla sollecitudine. Un'indicazione di comportamento e di reazione all'Europa confusa e incerta?
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
Ogni volta che leggo o ascolto leggere la Meghillath Ester, penso che ciò si che mette in scena è l’utopia come mondo alla rovescia. Per un giorno s’inverte la relazione tra oppressi e oppressori. Gli oppressori vi fanno una figura miseranda, mentre il passato viene rappresentato dal punto di vista dei vinti e degli oppressi che appaiono come i veri vincitori della storia. Poi la storia riprende il suo corso. Fino all’anno dopo.
Catturato il terzo terrorista delle stragi di Bruxelles
La polizia belga ha arrestato il “killer con il cappello”, il terzo terrorista catturato dalle videocamere dell’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Si tratta di Faysal Cheffou, giornalista, fortemente radicalizzato, proveniente dal quartiere di Maelbeek e riconosciuto da un tassista. Come già altri terroristi della strage della capitale belga, il Corriere spiega che Cheffou era già noto alla polizia locali. “Uscito di prigione era diventato una sorta di agit-prop accanto a una tendopoli per rifugiati”, riporta Repubblica, spiegando che il sindaco di Bruxelles aveva denunciato Cheffou alla polizia perché ritenuto un reclutatore di nuove leve per la jihad ma alla denuncia non aveva fatto seguito nessuna iniziativa. A Salerno intanto è stato arrestato un uomo, Djamal Eddine Ouali, accusato di far parte di un organizzazione criminale dedita alla produzione di carte d’identità e passaporti falsi, forniti, tra gli altri, alla cellula terroristica dell’Isis di Bruxelles (Repubblica).

Come combattere il terrorismo dell’Isis. Su La Stampa il direttore Maurizio Molinari scrive dell’importanza del contributo dei civili nella lotta al terrorismo prendendo ad esempio la denuncia del tassista belga del terzo uomo della strage di Bruxelles. “Si tratta di consolidare dal basso un patto sociale fra abitanti e forze di sicurezza dove la collaborazione sta nel rilevare comportamenti in stridente contrasto con la normalità”, scrive Molinari. Su Repubblica invece Federico Rampini cita l’analista Olivier Roy e invita a non porre il problema del radicalismo in relazione alle condizioni socioeconomico ma a un problema di politiche di integrazione. Rampini invita anche a usare cautela quando si parla di ghetto di Maelbeek: “I ghetti – scrive il giornalista – nella storia furono quartieri dove venivano confinate comunità come quella ebraica in tempi di discriminazioni e persecuzioni. Non è questo che descrive il Belgio di oggi, né la parabola esistenziale dei suoi terroristi”.

Alfano, la verità su Regeni e l’impegno antiterrorismo. “Voglio ribadire ai genitori di Giulio e ai cittadini che il governo italiano avrà il nome degli assassini”, la promessa del ministro degli Interni Angelino Alfano alla famiglia dell’italiano rapito, torturato e ucciso in Egitto e di cui non sono ancora stati trovati i responsabili. Intervistato dal Corriere, Alfano vuole che le autorità egiziane lascino spazio agli investigatori italiani per trovare chi ha ucciso Regeni (soprattutto dopo che nelle scorse era uscita una ricostruzione dei fatti ritenuta poco credibile). Sul fronte del terrorismo e la differenza tra la situazione italiana e quella belga, il ministro spiega che in Italia c’è la collaborazione da parte della realtà islamica: “nelle ultime settimane abbiamo eseguito un arresto e un’espulsione di persone segnalate proprio dalle loro comunità. In Italia i cattolici fanno il Giubileo, i musulmani si sentono integrati e gli ebrei sono al sicuro. Questa è la verità, finora”.

Il giusto tributo al Talmud. Sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore Giulio Busi spiega l’importanza del progetto di di Traduzione del Talmud Babilonese in italiano avviato nel 2011 grazie alla firma del protocollo d’intesa da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Miur, il Cnr, e l’UCEI. “È il libro più vilipeso, cancellato e bruciato della storia occidentale. Portato al rogo a carrettate, imbrattato d’inchiostro per renderne illeggibili le carte, letteralmente strappato di mano ai suoi lettori”, scrive Busi, ricordando il trattamento riservato al Talmud nel corso dei secoli e definendo la traduzione una “giusta seppur tardiva riparazione”.
 
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  davar
venezia - i 500 anni del ghetto
La Storia secondo Simon Schama "Saperla raccontare è un'arte" 
Si apriranno ufficialmente martedì sera, al Teatro La Fenice, le iniziative per il Cinquecentenario del Ghetto di Venezia. In scena la Sinfonia n.1 in re maggiore Titano di Gustav Mahler, eseguita dall'orchestra diretta da Omer Meir Wellber. Mentre il compito di raccontare il Ghetto, la sua storia e le sue complessità, è stato affidato allo storico Simon Schama.
Un appuntamento molto atteso che segna l'avvio di un fitto calendario di eventi che renderanno la città lagunare e la sua comunità ebraica autentiche protagoniste della stagione culturale europea. 
Temi e sfide cui è dedicato un ampio dosser che appare sul numero di marzo del mensile UCEI Pagine Ebraiche sotto il titolo "Quando la storia vale una presa di coscienza".
Curato da Ada Treves, il dossier sarà distribuito a tutti i presenti. Tra i protagonisti di queste pagine, proprio Simon Schama. Tra le voci più autorevoli della storiografia moderna e docente in alcune delle università più prestigiose del mondo, Schama ha raccontato al direttore di Pagine Ebraiche Guido Vitale la sua prospettiva sul senso dell'insegnamento e sull'ebraismo.

Harvard, un’intera classe con il fiato sospeso. Il docente non rinuncia al suo inconfondibile aplomb britannico e vola sulla grande Storia e sulle storie di tutti, spiega l’arte e l’eroismo, l’identità e la politica. Tutto si frammenta e si ricompone in un caleidoscopio prodigioso, sbalorditivo. Poi, come talvolta accade di fronte a ciò che è enormemente complesso ed estremamente semplice allo stesso tempo, uno studente rompe l’incanto: “Professor Schama, i miei genitori non pagano volentieri una retta di decine di migliaia di dollari per farmi uscire dalle sue lezioni più confuso di quanto non ci sia entrato”. Simon Schama si interrompe giusto un attimo, gli rivolge senza scomporsi uno sguardo intenerito: “Caro amico, questo è esattamente l’unico motivo per cui valga la pena di pagare una retta. Un fenomeno che si chiama educazione”. Da allora lo storico londinese ha continuato la sua ascesa ai vertici dell’accademia internazionale e oggi è considerato una delle voci più autorevoli della Columbia University. Una combinazione inestricabile di enorme erudizione e di straordinarie capacità comunicative ne fanno un punto di riferimento per il mondo accademico come per milioni di comuni cittadini. Per lui la Storia è per tutti, è di tutti. E va raccontata con ogni a disposizione. Con l’università e con i libri. Con la conoscenza dell’arte e con il linguaggio della televisione. Ora Simon Schama si appresta a sbarcare a Venezia. Venti minuti per raccontare cinque secoli. I 500 anni che ci separano dall’istituzione da parte della Serenissima di quello che è divenuto l’archetipo di tutti i ghetti, di tutte le separazioni. Appena un bagliore in Laguna, forse la sua prova più difficile, per spiegare il segreto del simbolo che ha reso immediatamente riconoscibili in tutto il mondo le tormentate, bimillenarie vicende dell’ebraismo italiano.

Professor Schama, lei è considerato il più autorevole fra gli studiosi che vogliono mettere le chiavi della Storia nelle mani della gente. L’accademia le va stretta?

La conoscenza della Storia – spiega – non risponde solo alle esigenze degli accademici. Perché è uno studio che ci consente di capire davvero non solo quello che è accaduto, ma anche quello che sta accadendo e quello che ci riserva il futuro. È un modo per scandagliare l’animo umano. Per capire l’energia che sta alla base della sua capacità creativa.

Il primo volume della sua Storia degli ebrei (In cerca delle parole, Mondadori editore per l’edizione italiana) ci accompagna dalle origini del popolo ebraico al 1492. Il secondo, attesissimo, libro dovrà condurci fino ai giorni nostri. Ma sono in molti a chiedersi come, e da dove, riaprirà il dialogo con i suoi milioni di lettori.

Si aprirà proprio a Venezia, e proprio con le vicende del primo ghetto. È quello il punto di svolta, il nostro inizio per comprendere il presente. Vorrei attraversare questi ultimi cinque secoli e rendere visibile il percorso. Il Rinascimento ebraico, l’affermazione della parola stampata, i Lumi, il graduale, faticoso ritorno degli ebrei nelle terre da cui erano stati cacciati, l’emigrazione dal vecchio mondo al nuovo, Hollywood, gli orrori della Shoah, il ristabilimento dello Stato di Israele.

Guido Vitale

(Disegno di Giorgio Albertini)
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Venezia - I 500 anni del Ghetto
Una storia di carta e di vetro
È un rincorrersi di ricordi, a Cannaregio, da un lato all'altro del calle dove si specchiano l'una nell'altra le vetrine di Enzo Aboaf e di Diego Baruch Fusetti. A pochi passi dal Campo di Ghetto Nuovo "La stamperia del Ghetto" è ora un locale luminoso, dominato dalle immagini di Lele Luzzati appese ovunque e dalla vecchia pressa, non più in uso da anni. "Ne sono passati quasi venti da quando abbiamo iniziato questa attività, ci conoscono in tutto il mondo... ma è tutto cambiato: una volta c'erano le crociere che per noi erano importantissime, a ogni arrivo frotte di stranieri, americani soprattutto, venivano subito da me e compravano di tutto. Ora in pratica sono le stampe di Luzzati che mi garantiscono la sopravvivenza". Eppure il negozio nasconde tesori, stampe antiche di grande pregio, da sempre la grande passione di Enzo Aboaf, i cui aneddoti sono storia anche della fatica di una comunità, che è contemporaneamente viva e vitale e svuotata da un drammatico calo demografico.

Ada Treves
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venezia - i 500 anni del ghetto
Rav Scialom Bahbout: "Una data
che interroga la nostra società"

In principio furono gli ebrei tedeschi e quelli italiani che abitavano nelle zone limitrofe di Venezia, poi gli spagnoli e infine i levantini. Una popolazione che al suo picco massimo raggiunse i 5000 individui concentrati in uno stretto spazio vitale. Questo è il Ghetto di Venezia, un luogo concepito come strumento di controllo sociale dalla Serenissima e poi di fatto divenuto, con tutti i limiti del caso, luogo di incontro tra popoli e culture. Un laboratorio sperimentale di genti dalle origini e tradizioni diverse che, proprio nello storico crocevia fra Oriente e Occidente, dovettero imparare a convivere scendendo spesso a compromessi per affrontare unitamente le condizioni ostili in cui versavano.
Da questa fucina multiculturale nella segregazione emersero personaggi decisamente singolari: Leon da Modena in primis, rabbino brillante che giocava a dadi, che oltre a scrivere libri dissipò enormi quantità di denaro. Simone Luzzatto, prominente rabbino e straordinario polemista, che in un momento di crisi scrisse un testo a difesa dell'importanza economica degli ebrei a Venezia, facendo rientrare un’espulsione ormai annunciata. Infine Sara Copio Sullam poetessa e figura singolare che ospitò nel suo salotto letterario nobili veneziani e che a causa del suo anticonformismo fu accusata di aver negato l’immortalità dell’anima. Un mosaico di esperienze personali e condivise che per secoli attraversarono e si intrecciarono alla storia della Serenissima ben oltre quelle porte entro le quali erano rinchiuse.
A distanza di 500 anni ci si interroga ora se del Ghetto degli ebrei sia rimasto solo un museo a cielo aperto o se persistano ancora le radici di quello spirito identitario che Simone Luzzatto definiva “l’identità dell’essenzialità”.
“Un quesito di non facile soluzione” ammette Rav Scialom Bahbout, rabbino capo della Comunità ebraica di Venezia da meno di due anni, ma che all’apparir del vero conosce profondamente le consuetudini e le persone che da sempre hanno caratterizzato il microcosmo dell’ebraismo veneziano.

Michael Calimani

(Foto di Paolo Della Corte)
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Il messaggio in ebraico dei ribelli siriani 
“Combattiamo per la democrazia
e chiediamo l'aiuto di Israele”

"Noi del movimento Ghad al-Suri esortiamo tutte le forze nazionali a rovesciare la tirannia e a mettere in piedi una democrazia. Poi costruiremo il governo su cui si accorderanno tutte le forze nazionali siriane e i movimenti, un governo che garantisca i diritti di tutti”. È questo il messaggio, redatto in ebraico, inviato attraverso le pagine del giornale israeliano Ma’ariv Hashavua al pubblico di Israele, con l’intenzione del neonato gruppo di opposizione al regime siriano di Bashar Assad di sensibilizzarne l’opinione pubblica. Ghad al-Suri ha anche agito nella speranza di mettersi in contatto con l’ufficio del Primo ministro e organizzare un incontro con un rappresentante della diplomazia israeliana. E mentre nel paese continuano a confluire attraverso il confine migliaia di persone rimaste ferite nella guerra civile che infiamma la Siria, Israele viene visto sempre di più come un alleato nella difesa dei valori della democrazia e dei diritti umani. La diplomazia israeliana, dal canto suo, continua a professarsi neutrale nel conflitto, e gli ufficiali della sicurezza sono pessimisti sul fatto che una risoluzione possa mai essere positiva per lo Stato ebraico.

(Nell'immagine, un medico israeliano cura un giovane siriano ricoverato allo Ziv Hospital di Safed, nel nord d'Israele)
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pilpul
Il mio Purim
Purim Keppurim!
Sono le sei del pomeriggio, lo annuncia il cucù svizzero sopra la ghiacciaia, o forse già il nostro primo frigorifero.
Mio fratellino è a balia presso una coppia di ambulanti ebrei a Noisy-le Grande, vicino a Parigi. Nella grande cucina è indaffarata Wanda, la cameriera polacca che lavora e dorme in casa nostra. La grande cucina? È l’unica grande delle tre stanze del nostro appartamento in rue Vieille du Temple. Grande allo sguardo di un bambino di otto anni, figlio di reduci dai campi di sterminio polacchi approdati a Parigi all’inizio del 1946. Wanda non ha impiegato molto tempo per compormi il piattino della cena fredda. Oggi posso dire che a casa la mamma era decisamente una salutista ante tempo, per cena, lo elenco in francese: aricots verds, tomate, e Petit Suisse. Per me cena infame e indigesta. Il pane non si magia perché fa ingrassare. Ho probabilmente dato un’occhiata distratta alla ghiacciaia-forse frigorifero, e constatato che dopo l’estrazione della mia cena era rimasta vuota. È la sera di Purim
.

Haim Baharier
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L’economia della paura
Continueranno, se ne può stare certi. Il come, il quanto e il dove è una variabile dipendente dalle circostanze, in sé mutevoli, dello scenario geopolitico internazionale così come delle dinamiche interne ai gruppi del radicalismo islamista. Ma è certo che continueranno a distribuire terrore e a dispensare panico poiché senza l’uno e in mancanza dell’altro non esisterebbero. Il nocciolo stesso del fondamentalismo a base religiosa, nella sua versione islamista, sta nel ricorso esibito, rivendicato, ripetuto alla violenza contro i civili indifesi. Si legittima in tali termini. In Europa come nel resto del mondo, laddove si trova ad operare. Il resto, lo usa come mero strumento di corredo. Non c’è uno straccio di programma politico, al di là delle strologate sul “califfato”, che non sia quindi quello condensabile nell’esercizio sistematico della forza. La vera “grande Umma”, la chiamata a raccolta di tutti i credenti, contro la persistenza degli infedeli e dell’apostasia, si basa sulla forza di attrazione che il ricorso alle “vie di fatto” esercitata su una parte del pubblico.

Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Lupi e pastori
Un affare che macina centinaia di milioni di dollari, impiegando migliaia di persone che cinicamente imbrogliano ingenui aspiranti investitori sparsi per il mondo con una serie di raggiri. Sta causando danni terribili alle sue vittime, e rischia di fare lo stesso all’immagine d’Israele”. Questo il sottotitolo del duro articolo di Simona Weinglass su Times of Israel del 23 marzo, che racconta della truffa delle ‘binary options’. Un’attività nota a Tel Aviv anche come ‘forex’ e molto cresciuta negli ultimi anni, che sfrutta la credulità di persone spesso anziane o non sufficientemente smaliziate, le quali si lasciano convincere a ‘giuocare sul mercato’ sotto la guida degli ‘esperti brokers’ che li hanno raggiunti telefonicamente, ma loro non lo sanno, da Israele. Secondo l’articolo, i telefonisti sono frequentemente giovani immigrati, che possono così mettere la lingua madre a molto miglior frutto che non trovando lavoro come barista o muratore.

Alessandro Treves, neuroscienziato
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