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21 aprile 2016 - 13 Nisan 5776
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L’erba della Rai

Italia-Israele e gli inconcepibili rigori
a porta vuota

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Alla fine ci sono i calci di rigore. Solo che alla squadra di Israele non è consentito di schierare il portiere, e la squadra avversaria segna liberamente a porta vuota. Questo è il succo di quanto è successo giovedì scorso nello studio di Rai 3 al programma L'Erba dei Vicini condotto da Beppe Severgnini. EdV è un gioco-con-approfondimento. Per fare uscire gli italiani da un certo loro provincialismo, Severgnini presenta ogni settimana un confronto fra il Bel Paese e un'altra realtà internazionale. Lo fa con ricchezza di indagini filmate, interviste sul terreno, e anche un po' di umorismo, su un certo numero di temi di interesse, con poi un confronto in studio fra due buoni conoscitori, uno della realtà italiana, l'altro di quella dell'altro paese prescelto. Poi il pubblico in studio e il popolo del Twitter votano a favore dell'uno o dell'altro paese e la serata finisce con un punteggio e con vincitori e vinti (o pareggio), come in un buon match di calcio. Giovedì sera era il turno di Italia-Israele. Tre i temi prescelti: dove è più facile aprire una start-up, dove vive meglio un ventunenne, e dov'è più facile essere laico. In apertura, un abbastanza stringente e franco confronto sul tema controverso del conflitto fra Palestina e Israele, fra una persona che costruisce la sua vita in Israele da quasi mezzo secolo (il sottoscritto) e una giornalista, Paola Caridi, molto critica di Israele ma che ha vissuto a Gerusalemme per 10 anni e ha una certa cognizione di causa (nella trasmissione sull'Olanda il tema controverso concerneva la legalizzazione dell'uso di marijuana.) Alla fine, l'Italia si aggiudica la partita (4 a 2), e fin qui tutto bene: il caso di Israele è stato esposto in maniera competente e simpatica, altrettanto vale per il caso dell'Italia, sul conflitto si possono avere idee diverse ma se ne è discusso con decenza, il conduttore è molto equilibrato, semmai con qualche velata simpatia per Israele, e il pubblico ha il pieno diritto di esprimere le sue preferenze. Ma poi si arriva alla scena delirante dei rigori a porta vuota. Sale in cattedra Moni Ovadia e presenta a lungo le sue opinioni anti-israeliane. Senza contraddittorio. Cosa c'entra Moni Ovadia? Vive in Israele? No, e nemmeno visita il paese perché, dice, pensa che sarebbe considerato persona sgradita (non si preoccupi Moni: in Israele nessuno sa chi sia, e lui passerebbe del tutto inosservato). È un esperto orientalista? Semmai è uomo di teatro e sarebbe stato interessante un suo giudizio sul teatro in Israele, accanto a quello di un altro attore-regista, che però non c'era. Invece ha espresso giudizi unilaterali sulla politica israeliana e sul conflitto privi di ogni approfondimento e contesto storico. Dunque un siparietto fine a se stesso, contrario oltre a tutto alla logica empatica e al formato simmetrico della trasmissione. Non penso che l'iniziativa dell'infelice coda sia stata di Beppe Severgnini il cui body language trasudava imbarazzo. Ha perfino detto: "Io non devo condividere le sue opinioni: io faccio le domande, lui dà le risposte". A Bsev va dato atto che ha portato Israele in prima serata illustrandone ampiamente la normalità e gli aspetti positivi, cosa rarissima di questi tempi. Ma nei confronti di nessun altro paese sarebbe concepibile o ammissibile l'idea di invitare in studio una persona le cui idee negative su quel paese sono note, senza replica, e solo per gettare un po' di fango e fare spettacolo. Nei confronti di Israele, invece, sì è lecito. Ecco la prova, la canna fumante di quei due pesi e quelle due misure che riflettono la patologia ossessiva dell'ostilità contro Israele e il servilismo nei confronti dei suoi nemici. I dieci minuti finali a L'Erba dei Vicini sono un classico caso di pedaggio dovuto, di un pizzo politico che va pagato a qualcuno altolocato in Rai. Ed è peccato per una buona trasmissione come l'Erba dei Vicini.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

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L’erba della Rai

"Per parlare di Israele si scelgano
interlocutori credibili"

img headerIl Consiglio della Giovane Kehilà, l’organizzazione dei giovani italiani in Israele, si congratula con Beppe Severgnini per aver dedicato a Israele la puntata del suo programma televisivo su RAI 3 “L'Erba dei Vicini” di giovedì 14 aprile, nel tentativo di raccontare una realtà spesso filtrata dagli interessi politici e dal sensazionalismo mediatico.
Giovane Kehilà desidera segnalare alcuni elementi della puntata che hanno perplesso molti dei telespettatori residenti in Israele. In qualità di giovani italiani che vivono, studiano e lavorano qui, ci addolora vedere questo Paese rappresentato da voci prive di autorità se non addirittura operanti in malafede, specialmente in un programma condotto da un giornalista di prim'ordine come il sig. Severgnini. Se parliamo di Israele, chiediamo di parlarne a persone che conoscono questo luogo, che vi hanno vissuto e lavorato; non ad opinionisti ignoranti che ammettono di non visitare Israele da anni ma si siedono sfacciatamente in poltrona (senza contraddittorio) a portare un punto di vista irrilevante e distruttivo.
Sentire il termine “apartheid” affiancato a “Israele” — pronunciato da qualcuno che dichiara di non averlo mai visto coi propri occhi — addolora i sottoscritti, che vivono la realtà multietnica, liberale e tollerante d'Israele ogni giorno nei campus universitari, nelle compagnie start-up e nelle centinaia di organizzazioni locali che promuovono la coesistenza tra i cittadini israeliani di ogni religione.

Michael Sierra e Simone Somekh, Giovane Kehilà

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L’erba della Rai

Il vero Israele e quello di Beppe

img headerL’ultima puntata della seguitissima trasmissione di Beppe Severgnini L’erba dei vicini dedicata alla realtà di Israele impone anche al mondo ebraico italiano la necessità di una riflessione seria sul dovere di comunicare in una maniera corretta e positiva la realtà dello Stato ebraico.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la migliore televisione, affidata a uno dei migliori e dei più onesti giornalisti italiani che si avvale fra l’altro di uno staff di prim’ordine, non è comunque riuscita a produrre altro che un pasticcio, certo ricco di spunti, ma dove le poche voci responsabili e competenti sono state continuamente disturbate da una sarabanda di luoghi comuni, di personaggi improbabili e inconferenti e anche di malintenzionati di cattivo gusto.
L’apice lo si è toccato quando si sono fatte per l’ennesima volta indossare le vesti di politologo a un personaggio del mondo dello spettacolo che in passato si era affermato per la sua capacità di destreggiarsi sulla scena riproponendo alcune barzellette.
Bene, quindi, e congratulazioni a Severgnini, quando, anche resistendo a molte pressioni degli antisemiti mascherati da antisionisti che pure ci sono state, si riesce a parlare della società vera di Israele e di un paese vivo, ricco di speranza e di slanci, di fermenti e di progressi, laboratorio di democrazia e di dignità umana. Male quando a questo lodevole tentativo segue la ricaduta nei grossolani stereotipi di sempre.

gv

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L’erba della Rai

Quei lunghi minuti di imbarazzo

img headerLe interviste a Tzipi Livni ed Etgar Keret, annunciate con grande evidenza nei giorni precedenti? Non c’è tempo per la diretta, neanche per un rapido passaggio. Chi vuole se le andrà a vedere sul sito. Per parlare di Israele meglio affidarsi a un noto intrattenitore, che si spaccia per esperto di Medio Oriente e che senza alcun contraddittorio si lancia nei consueti strali. Israele il cattivone, Israele che è tutto sbagliato, Israele che pratica “apartheid”. Aprendo la puntata dell’Erba dei vicini, il programma di approfondimento che conduce su Raitre, Beppe Severgnini aveva assicurato il massimo impegno. Perché parlare di Israele è una sfida affascinante, un esercizio non semplice per un’informazione troppo spesso incline ai cliché e alla superficialità. “Questa sarà la puntata più difficile e più bella dell’Erba dei vicini” la promessa del giornalista cremasco. Una promessa rispettata soltanto a metà. Perché nonostante il genuino interesse e l’ammirazione che Severgnini ha dichiarato di provare per la “vivace” e “dinamica” società israeliana, il programma è stato piuttosto deludente. E in alcuni frangenti decisamente imbarazzante.

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Shir Shishi - una poesia per erev shabbat

Cantico dei Cantici

img headerRingraziamo Rabbi Akiva che nel II secolo ha incluso Shir HaShirim nel canone biblico, decretando: “Shir Hashirim contamina le mani! Tutti gli scritti sono sacri ma il Cantico dei Cantici – è santo di ogni santità.
È un canto superlativo, un poema d’amore e di passione, un bellissimo inno al paesaggio e alla natura (Gerusalemme, Kedar, Ein Gedi) della terra di Israele, una narrazione metaforica di fede tra il Creatore e il Suo popolo. Ogni anno a Pesach si recitano gli otto capitoli del rotolo, chiudendo con un puro canto d’amore la festa della libertà.

"La sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
non destate, non svegliate l’amore,
finché non lo desideri.
Chi sta salendo dal deserto,
appoggiata al suo amato…”


Sarah Kaminski, Università di Torino


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