Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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Chiesero
a Rabbi Menachem Mendel di Worki di che cosa è fatto un vero
ebreo. Egli disse: "Ci caratterizzano tre cose: inginocchiarsi in
piedi, gridare in silenzio e danzare immobili"
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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In
una piazza affollata di Trieste, il 4 novembre 1954, il giorno in cui
la città torna all’Italia, lo sguardo di una donna sopravvissuta al
Lager si fissa sugli orecchini di una donna sua coetanea anch’essa
travolta da un dolore privato, ma non meno lacerante. C’è stato un
tempo in cui erano amiche, poi la storia, le ha divise fino a non
riconoscersi. “Si può tornare indietro” (Astoria) di Ada Murolo è un
racconto carico di rabbia, soprusi, dolore, rimpianto, inquietudine,
oppressione e sconfitte in cui, improvvisamente, convergono in un
giorno e in un luogo le storie e le tragedie del Novecento e allo
stesso tempo si apre uno spiraglio. Nella storia c’è sempre la
possibilità di una seconda volta.
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Il dibattito sulle adozioni
I giudici e la step-child
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Ampio
spazio sui quotidiani di oggi al dibattito sull'applicazione della
legge Cirinnà e le adozioni. Le prime pagine di Corriere e Repubblica
riportano le parole del ministro Ncd Enrico Costa: “in tema di
step-child adoption (istituto giuridico che consente di adottare il
figlio del convivente) fino ad oggi la giurisprudenza ha dato delle
interpretazioni colmando un vuoto normativo”. Ora, afferma il ministro,
quel vuoto non c'è più, “c'è una norma chiara che esclude la
step-child”, per cui i giudici non possono “farla rientrare dalla
finestra” con “sentenze creative”. “L'affondo del ministro Ncd – scrive
il Corriere - è rivolto a quei presidenti di tribunale che nelle ultime
settimane hanno di fatto concesso l'adozione al partner dello stesso
sesso del genitore naturale”. A rispondere a Costa, la prima firmataria
della legge sulle Unioni civili, Monica Cirinnà: “Non c'è alcuna
giurisprudenza creativa, c'è la giurisprudenza che ritiene punto di
partenza la tutela del minore. Così, davanti alla scelta del
legislatore di non decidere, si continua ad applicare la norma
esistente che è la legge sulle adozioni”. Intanto, i neofascisti di
Forza Nuova hanno contestato Cirinnà durante un convegno a Gaeta e a
Roma hanno attaccato un circolo gay. Ieri invece, sempre nella
Capitale, raid dei centri sociali a un banchetto di CasaPound.
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i lavori dell'assise dell'ebraismo italiano
Consiglio, la sessione conclusiva
Un messaggio per le sfide future
Un
lungo, caloroso applauso dei Consiglieri dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane ha accolto la relazione conclusiva del presidente
UCEI Renzo Gattegna in occasione dell’ultima riunione di Consiglio
della massima assise dell’ebraismo italiano.
Nell’intervento che ha concluso un decennato di impegno alla guida
dell’Unione, Gattegna ha preferito evitare la rivendicazione dei tanti
traguardi raggiunti per lasciare piuttosto all’ebraismo italiano un
bilancio dei grandi temi affrontati nell’ambito della sua lunga
esperienza e soprattutto delle sfide che attendono nel futuro le realtà
ebraiche italiane.
“Sarebbe – ha affermato fra l’altro il Presidente - un’illusione
antistorica, un errore fatale, la perdita di un'occasione unica, e
forse irripetibile, se ci sottraessimo all’apertura e al confronto che,
si badi bene, sono cose ben diverse, anzi opposte, all’assimilazione;
sono infatti prove di fiducia in noi stessi e stimoli al rafforzamento
della nostra cultura e della nostra identità per poter essere
all’altezza di qualsiasi sfida o confronto e in tal modo sconfiggere,
una volta per tutte, quell’insegnamento del disprezzo che non è ancora
completamente debellato.
Per noi è opportuno e necessario uscire dai porti, solo apparentemente
sicuri, staccarci dagli ormeggi fissi e statici e affrontare
coraggiosamente il mare aperto guidati con prudenza e con saggezza dai
nostri Maestri; navigare nel mare aperto può sempre comportare rischi e
riservare sorprese, ma non esistono alternative se si vuole continuare
a partecipare e contribuire, come protagonisti, all’evoluzione della
civiltà contemporanea e al tempo stesso riscoprire continuamente la
nostra forza interiore”.
“Estremismo e demagogia – ha aggiunto Gattegna - sono figli della paura
e si nutrono di banali, arbitrarie e volgari semplificazioni, alterano
le relazioni umane, inducono al pregiudizio e all’odio nei confronti
del diverso, stimolano alla continua e perenne ricerca di nemici veri o
immaginari, alla diffidenza verso gli amici, all’alterata visione di
una realtà sempre e solo bianca o nera, senza sfumature.
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I lavori dell'assise dell'ebraismo italiano
"Orgoglioso del lavoro svolto,
l'ebraismo sia sempre d'esempio"
Cari Consiglieri, cari amici,
siamo giunti al termine del mandato che è iniziato nel giugno del
2012 e questa è l’ultima riunione del Consiglio; siamo il primo
Consiglio che ha sperimentato e collaudato gli effetti della riforma
dello Statuto del 2010.
Su questa riforma, che ha creato il nostro piccolo Parlamento, ho
ascoltato e ho letto le opinioni più disparate, sia positive che
negative.
La mia valutazione è fortemente positiva perché ci ha dato la
possibilità di vedere, per la prima volta, un ebraismo italiano unito e
solidale, costantemente collegato e non solo nel corso degli incontri
tra le ventuno Comunità in occasione dei Congressi.
Si compie tra pochi giorni il decimo anno della mia presidenza
dell’Unione e voglio rendervi partecipi di alcune mie riflessioni e
valutazioni di questi ultimi mesi, partendo da una breve introduzione
di carattere personale.
Ho vissuto come un grande onore poter ricoprire per un periodo così
lungo questa carica prestigiosa, significativa e coinvolgente per una
persona come me che, per circa sessanta anni, ha lavorato per
l’ebraismo e per le sue istituzioni, iniziando con le organizzazioni
giovanili e proseguendo con il Consiglio della Comunità di Roma.
Ringrazio voi che avete onorato l’impegno assunto, voi che avete
ricoperto attivamente, fino ad oggi, la carica alla quale siete stati
eletti, per la possibilità che mi avete dato, accordandomi la vostra
fiducia, di vivere questa esperienza entusiasmante, senza mai lasciarmi
solo, ma condividendo tutte le responsabilità, anche e soprattutto nei
momenti più difficili; rivolgo quindi un sentito ringraziamento a tutti
voi Consiglieri, membri di Giunta e professionali, che ci avete
affiancato.
Attraverso le riflessioni di questi ultimi mesi sono giunto anche alla
conclusione che tutti conoscete, perché non ne ho mai fatto mistero, di
non ripresentare la mia candidatura per le prossime elezioni del 19
giugno 2016.
Non sono né stanco né deluso, al contrario sono sereno e orgoglioso del
lavoro svolto, ma sono certo che sia giunto il momento migliore per
facilitare e assecondare un tranquillo e democratico ricambio al
vertice dell’Unione e ritengo che abbia un preciso e positivo
significato che il ricambio non avvenga sotto la pressione di fattori
esterni, ma per una mia precisa scelta di chiudere una stagione della
mia vita, favorendo un avvicendamento nella continuità e anteponendo
così il bene dell’Unione e dell’ebraismo italiano a qualsiasi altra
considerazione.
Nel redigere questa relazione conclusiva ho pensato che fosse utile una
sintetica trattazione dei temi che considero attuali nel periodo
storico che stiamo attraversando.
Tutte le Costituzioni degli Stati democratici sono ispirate e
contengono il principio della laicità, inteso come netta separazione
tra lo Stato e le Istituzioni e le organizzazioni confessionali.
In ogni caso una netta distinzione tra leggi civili e regole religiose,
storicamente, si è sempre rivelata la più forte garanzia per il
rispetto dei principi di libertà ed eguaglianza, soprattutto per le
minoranze, in quanto nessuna ideologia o religione può essere
privilegiata o sfavorita.
Viene spontaneo domandarci se queste concezioni della democrazia e
della laicità siano ancora attuali di fronte alle grandi sfide che
l’umanità si trova a fronteggiare e che derivano dalla coesistenza
all’interno delle stesse entità nazionali e sovranazionali, di
identità, etnie e religioni che si riconoscono in principi e valori tra
loro contrastanti.
Se ogni comunità esistente all’interno dello stesso contesto sociale
pretendesse di rimanere chiusa in sé stessa e tesa a realizzare al
proprio interno una totale omogeneità di idee e di comportamenti,
sarebbe inevitabile un progressivo irrigidimento delle posizioni e
un’accentuazione dei contrasti e dei rischi di conflitto.
È necessario che nelle società contemporanee si proceda a un
aggiornamento di questi principi; non sembra più sufficiente che gli
Stati garantiscano la libertà e l’eguaglianza fra i cittadini, si sente
la necessità che si fissino anche le regole e si garantisca la
possibilità che tra le varie componenti si svolga un pacifico e
produttivo scambio culturale.
Nel secolo scorso milioni di ebrei sono emigrati o fuggiti verso
l’Europa occidentale, le Americhe ed Israele divenendo parte integrante
e costitutiva di società nelle quali è certo indispensabile conservare
la propria identità, ma anche uscire fisicamente e psicologicamente dai
ghetti, imparare a convivere, comunicare, integrarsi in società libere
e aperte nelle quali, in senso non retorico e non teorico, la varietà è
vera ricchezza e le diverse ideologie, teologie e tradizioni convivono
in pace, con pari dignità e reciproco rispetto.
L’ebraismo deve conservare le sue caratteristiche originarie di rifiuto
di qualsiasi forma di idolatria e di conciliare rigore e flessibilità,
lasciando, come il Talmud insegna, ampi spazi alla dissertazione
filosofica, alla ricerca scientifica e alla libertà di interpretare e
sviluppare il dibattito come valore positivo e irrinunciabile,
rispettando le diverse correnti di pensiero, ma conservando sempre la
capacità di riportare tutto all’unità.
Le forme di chiusura e ripiegamento in se stessi, adottate nei secoli
scorsi dai nostri antenati per autodifesa, appaiono superate, inutili e
dannose in un mondo globale nel quale confini e barriere si sono
fortemente affievoliti e non esistono più microcosmi impenetrabili e
incontaminabili.
Un futuro dell’ebraismo che sia degno dei suoi valori universali e
delle sue gloriose e plurimillenarie tradizioni non potrà esistere
senza l’uscita da qualsiasi forma di isolamento, uscita alla quale
siamo insistentemente chiamati dalle società contemporanee e
democratiche nelle quali viviamo e delle quali siamo parte integrante.
Sarebbe un’illusione antistorica, un errore fatale, la perdita di
un’occasione unica, e forse irripetibile, se ci sottraessimo
all’apertura e al confronto che, si badi bene, sono cose ben diverse,
anzi opposte, all’assimilazione; sono infatti prove di fiducia in noi
stessi e stimoli al rafforzamento della nostra cultura e della nostra
identità per poter essere all’altezza di qualsiasi sfida o confronto e
in tal modo sconfiggere, una volta per tutte, quell’insegnamento del
disprezzo che non è ancora completamente debellato.
Per noi è opportuno e necessario uscire dai porti, solo apparentemente
sicuri, staccarci dagli ormeggi fissi e statici e affrontare
coraggiosamente il mare aperto guidati con prudenza e con saggezza dai
nostri Maestri; navigare nel mare aperto può sempre comportare rischi e
riservare sorprese, ma non esistono alternative se si vuole continuare
a partecipare e contribuire, come protagonisti, all’evoluzione della
civiltà contemporanea e al tempo stesso riscoprire continuamente la
nostra forza interiore.
La nostra forza dovrà esprimersi, d’ora in avanti, indirizzando il
nostro popolo fuori e lontano dai ruoli contraddittori che chi non ci
ama tende da secoli ad attribuirci, di vittime, di sfruttatori, di
arroganti e spietati usurpatori.
Noi ebrei, anche sulla base della nostra esperienza storica, dovremmo
rifuggire da qualsiasi tentazione all’estremismo, alla faziosità, alla
chiusura in noi stessi, all’isolamento culturale, al verbo unico, ai
dogmi; dovremmo combattere il fascino insidioso della demagogia
ideologica e verbale, sia teorica che pratica.
Estremismo e demagogia sono figli della paura e si nutrono di banali,
arbitrarie e volgari semplificazioni, alterano le relazioni umane,
inducono al pregiudizio e all’odio nei confronti del diverso, stimolano
alla continua e perenne ricerca di nemici veri o immaginari, alla
diffidenza verso gli amici, all’alterata visione di una realtà sempre e
solo bianca o nera, senza sfumature.
L’estremismo del linguaggio, l’uso sconsiderato di provocazioni
verbali, non toccano solo aspetti di pura forma perché producono
effetti traumatici e danni reali e concreti, sviluppano la tendenza a
demonizzare non solo gli avversari, ma spesso anche gli amici se
chiedono uno spazio per il dialogo o una maggiore apertura.
Se un simile degrado si presentasse fra noi dovrebbe essere duramente
contrastato ricordandoci che, secondo le Legge ebraica, nessuno ha il
diritto di affermare di essere un’autorità suprema depositaria della
verità e che nessuno è titolare del potere assoluto e indiscutibile di
accogliere o di escludere chiunque.
Fondamentalismo e integralismo non sono termini equivalenti, anche se frequentemente vengono abbinati e confusi.
La differenza emerge chiaramente se si risale alla loro origine storica ed etimologica.
Nonostante le differenze, sia il fondamentalismo che l’integralismo,
aspirano alla costruzione di società e di stati teocratici nei quali
tutti i poteri, legislativo, esecutivo e giurisdizionale siano ispirati
e sottomessi a un solo potere religioso.
Appare ogni giorno più evidente quali siano le drammatiche conseguenze
che derivano dal rifiuto dei principi di democrazia e di laicità dello
Stato, i soli che possono assicurare parità di diritti e dignità fra
maggioranze e minoranze, fra credenti e non credenti, fra cittadini e
stranieri.
Non ho la pretesa di aver esaurito gli importanti argomenti che ho
appena accennato ma il mio compito era oggi di sottoporvi una relazione
che contenesse una sintesi delle linee guida che hanno ispirato la mia
e la nostra azione negli ultimi quattro o dieci anni e che fossero, a
mio giudizio, ancora validi e attuali per l’immediato futuro.
Grazie per l’attenzione e la pazienza con le quali mi avete ascoltato.
Renzo Gattegna, Presidente UCEI Leggi
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al salone del libro con pagine ebraiche
Teheran, Tel Aviv, Torino
Il viaggio di Payam Feili
È
ormai tradizionale l'appuntamento di Pagine Ebraiche con il Salone del
Libro di Torino, che quest'anno invece di scegliere un paese ospite si
concentra sulla cultura dei paesi arabi. Anche la redazione andrà
dunque a fondo del tema, attraverso l'incontro intitolato “Teheran-Tel
Aviv solo andata. Volevo una poesia, ho trovato la libertà”. Sarà
infatti Payam Feili, il poeta iraniano che ha chiesto asilo in Israele
ed è stato protagonista della grande intervista pubblicata sul numero
di aprile di Pagine Ebraiche ad incontrare il pubblico insieme a
Daniela Fubini, dopo un’introduzione del direttore della redazione
dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Guido Vitale domani alle
13.00 nello Spazio Autori. Oltre ai vari appuntamenti, ai tanti
visitatori del Salone viene distribuito l'ultimo numero del giornale,
che contiene il dossier Lingue e linguaggi, curato da Ada Treves e
dedicato al mondo delle traduzioni.
(Disegno di Giorgio Albertini)
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al salone del libro con pagine ebraiche
Talmud, la sfida è solo all'inizio
Si
chiude con un breve ma suggestivo itinerario per “entrare nella mente
di Dio, o almeno provarci”, condotto dal rav Gianfranco Di Segni, la
presentazione del progetto di traduzione del Talmud babilonese in
italiano.
Grande folla nella Sala Blu del Salone del Libro, dove i primi
risultati ottenuti nel solco del protocollo d’intesa siglato nel 2011
da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Miur, il Cnr,
e l’UCEI sono stati illustrati, oltre che dal rav Di Segni,
coordinatore della traduzione, portata nelle librerie dalla casa
editrice Giuntina, dalla direttrice del progetto Clelia Piperno e dallo
storico Alberto Melloni. A introdurre i lavori Armando Masserenti del
Sole 24 Ore, che nel dare la parola ai relatori ha voluto soffermarsi
sulla ricchezza di spunti che emergono da un “testo aperto” quale è il
Talmud. Leggi
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qui milano
Insieme, per Yom HaAtzmaut
Una
giornata festa, incontri culturali e momenti conviviali, spettacoli e
lezioni di Krav Maga, concerti e danze, quella promossa in occasione di
Yom HaAtzmaut alla Società Umanitaria di Milano. Il pubblico ha così
potuto, camminando tra i chiostri e partecipando alle varie iniziative,
celebrare l’indipendenza dello Stato d’Israele, proclamata a Tel Aviv
proprio il 14 maggio del 1948. La mattinata si è aperta con una lezione
dello studioso di ermeneutica biblica Haim Baharier, intitolata
“Israele o il disinnamoramento dell’Occidente”, un racconto attraverso
le fonti della tradizione del rapporto tra il popolo ebraico e la terra
di Israele. Leggi
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Ritorno al radicalismo islamista |
Prima
che una nuova ondata di violenze in Europa, che auspichiamo non abbia a
ripetersi ma che non è per nulla scontato che non trovi l’occasione per
manifestarsi, possa di nuovo occupare la scena pubblica (tra ondate di
sdegno alle quali si alterna la sostanziale indifferenza dei più,
esauritosi il primo momento di identificazione emotiva), è buona cosa
tornare a ragionare ancora una volta su cos’è il radicalismo islamista
e a cosa corrispondono i processi di “radicalizzazione”, laddove
individui in origine sostanzialmente estranei alla lotta armata e al
terrorismo propendono e poi optano, dopo un breve periodo di
indottrinamento, all’una e all’altro. Basti comunque ricordare che nel
novero delle vittime, secondo le stime degli operatori e delle agenzie
che monitorano l’islamismo radicale, più di nove decimi di esse (per
l’esattezza il 97,2%) è di fede o comunque origine musulmana.
Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Macroeconomics
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4635 - 4695 - 4755 - 3890 19665 - 22550 - 29635 - 35665 4,24 - 4,80 - 6,23 - 9,17 1985 - 1995 - 2005 - 2014
La
prima riga indica il reddito medio netto mensile (in shekel) delle
famiglie nel 10% più povero della popolazione israeliana, e la seconda
di quelle nel 10% più ricco, secondo un grafico riportato nel giornale
economico The Marker alla vigilia di Yom HaAzmauth, e tratto dai dati
dell’Ufficio Centrale di Statistica. Come si vede nella terza riga, il
rapporto fra le due, che è un indice della disuguaglianza fra le fasce
sociali, è cresciuto negli ultimi 30 anni, con una vera e propria
impennata negli ultimi nove, quando i ricchi sono diventati più ricchi,
ed i poveri più poveri.
Alessandro Treves, neuroscienziato
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Un intervento controverso
e la libertà d'espressione
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Un
recente scritto apparso la scorsa domenica su questo notiziario
quotidiano e firmato dal neuroscienziato Alessandro Treves ha suscitato
in alcuni lettori reazioni contrastanti e anche un misto di perplessità
e fastidio. Nel notiziario appaiono gli interventi del collaboratore
Daniel Funaro, del gruppo Benè Binah, dei Consiglieri UCEI Victor
Magiar e Raffaele Turiel e di Daniele Massimo Regard, oltre ad alcune
considerazioni del direttore della redazione giornalistica dell’Unione,
ma anche la documentazione completa evocata da Treves nel suo
controverso intervento.
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