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22 maggio 2016 - 14  Iyar 5776
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il dibattito sull'avvicendamento alla difesa deciso da netanyahu

Rivoluzione al governo, Bibi sorprende tutti

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Dopo David Ben-Gurion, il Primo ministro rimasto più a lungo in carica alla guida d'Israele è l'attuale Premier Benjamin Netanyahu. Dieci anni e tre mesi (13 anni e 112 giorni per Ben Gurion). Se Netanyahu dovesse rimanere in carica fino alla scadenza naturale del suo mandato (novembre 2019), supererebbe persino uno dei simboli del Paese, stabilendo un record in un paese caratterizzato da governi instabili e da chiamate alle urne. La longevità politica di Netanyahu, a capo del Likud (partito della destra israeliana), è un dato da tenere in conto, sottolineano gli analisti, alla luce di quanto successo di recente: nessuno si aspettava l'avvicendamento deciso dal Premier al Ministero della Difesa. Nessuno pensava che Moshe Yaalon, considerato a lungo uno stretto alleato di Netanyahu, sarebbe stato sostituito da Avigdor Lieberman, ex braccio destro del Premier poi però uscito dalla coalizione e diventato uno dei più aspri critici del leader del Likud. E invece è arrivato il coup de théâtre: l'ultranazionalista Lieberman, fondatore del partito Israel Beitenu, torna al governo e lo fa dalla porta principale, ottenendo uno dei ministeri più prestigiosi del Paese. In dote porta i suoi sei seggi alla Knesset, rafforzando così la maggioranza che fino ad ora poggiava su un solo voto (la coalizione, senza Lieberman, contava 61 seggi su 120). Se matematicamente la mossa di Netanyahu è comprensibile, molti opinionisti israeliani mettono in luce che la scelta di far entrare Lieberman potrebbe ritorcersi contro di lui. Mettendo addirittura a rischio la sua longevità politica.

Daniel Reichel

(Nell'immagine, a sinistra l'ex ministro della Difesa Moshe Yaalon, in basso al centro il Premier Benjamin Netanyahu, in alto Avigdor Lieberman, successore di Yaalon alla Difesa
- foto di Miriam Aister)

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il nuovo ministro della difesa

Il ritorno di Lieberman

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Biberman è tornato? Ovvero, si è ricostituita la coppia Bibi (Benjamin Netanyahu) – Lieberman (Avigdor), il duo incontratosi nel lontano 1988 e che per diversi anni ha dominato la scena politica israeliana? Il primo passo per la ricostruzione dell'alleanza tra i due è stata la nomina da parte del Premier di Lieberman a ministro della Difesa. In cambio della sedia al governo (e annesso appoggio della coalizione) il leader del partito di ultradestra Israel Beitenu ha promesso di rivedere alcune delle sue posizioni e proposte più estreme tra cui l'idea di introdurre in Israele la pena di morte per i terroristi.
Appoggiato dal grande bacino elettorale di origine russa, Lieberman (nato nell'ex Unione Sovietica) si è costruito da solo la sua carriera politica, passando dal lavoro di guardia del corpo a quello di scafato politico alla guida della sua creatura, Israel Beitenu (Israele casa nostra). Per i suoi elettori, incarna l’uomo forte e piace alla destra più estrema per le sue posizioni radicali sulla questione palestinese e sugli insediamenti.

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l'ex ministro lascia la knesset

Yaalon, l'addio temporaneo

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Da ministro della Difesa alle dimissioni dalla Knesset. Nei giorni scorsi, la storia politica di Moshe Yaalon si è interrotta bruscamente. È passato dall'essere uno dei volti chiave del governo di Benjamin Netanyahu all'abbandono – seppur, come avvisa lui stesso, momentaneo – della vita politica. La decisione di Netanyahu di sostituirlo alla Difesa con Avigdor Lieberman ha infatti spinto Yaalon a prendere decisioni drastiche. “Ho informato il Primo ministro che a seguito della sua gestione degli ultimi avvenimenti, e alla luce della mia mancanza di fiducia nei suoi confronti, mi dimetto dal governo e dalla Knesset e prenderò un po' di tempo per stare lontano dalla politica”, le dichiarazioni di Yaalon durante la conferenza stampa in cui annunciava le sue dimissioni. A nulla è valsa l'offerta di Netanyahu di ricoprire la carica di ministro degli Esteri, l'ormai ex ministro della Difesa, figura di primo piano del Likud (il partito della destra israeliana guidato da Netanyahu) ha vissuto la sostituzione come uno strappo troppo grave per poter essere ricucito.

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dopo la risoluzione dell'onu sui luoghi santi di gerusalemme

"Monte del Tempio, onestà sulle definizioni"

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Il 21 aprile scorso l’Unesco ha approvato una mozione che, fra l’altro, definisce i Luoghi Santi a Gerusalemme. La mozione elimina dalla terminologia dell’Unesco l’espressione Monte del Tempio (in ebraico: Har Habayt) e indica la Spianata solo come al-Haram al-Sharif (in arabo: Il Santuario Nobile) e sede della moschea di al-Aqsa. La risoluzione è passata con 33 voti favorevoli (fra cui la Francia), 6 contrari (Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Estonia e Lituania) e 17 astenuti (fra cui l’Italia). Il governo francese ha poi dichiarato che si è trattato di un malinteso e che in futuro la cosa non si ripeterà. Ossia non ha detto che chiede di annullare la votazione, ma solamente che non voterà di nuovo a favore della stessa mozione (ora che è già stata votata). Il che vuol dire o essere o prendere il mondo per imbecilli. Da parte sua, l’astensione dell’Italia su una questione che riguarda le coscienze non solo di tutti o quasi tutti i cittadini italiani nella circoscrizione di Gerusalemme, ma anche di tutti gli Ebrei e di tutti i Cristiani al mondo, non è un atto ammissibile. Al di là della scelta di un certo codice linguistico ad esclusione di un altro, il voto dell’Unesco implica infatti la scelta di cancellare il legame cardinale fra Israele, la sua terra, e i Luoghi Santi, e con questo la storia degli ultimi 3000 anni. Ma anche il Cristianesimo risulta vittima di questo tentativo di cancellare la storia. La predicazione di Gesù, così ci è stato insegnato per 2000 anni, avveniva sulla Spianata del Tempio, e si rivolgeva criticamente agli ebrei. Oppure tutto il tempo ci siamo sbagliati e invece Gesù predicava (in arabo) ai Palestinesi a Haram al-Sharif? Il voto dell’Unesco appare come un evidente oltraggio alla storia, un’inutile provocazione ai danni del popolo ebraico e dello stato d’Israele, e un attentato alla pacifica convivenza fra i diversi popoli e le diverse religioni a Gerusalemme. L’astensione dell’Italia in questa votazione appare come un vergognoso atto di opportunismo politico, anche di fronte al voto negativo di molti importanti Paesi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Chiediamo al Governo italiano, attraverso la sua rappresentanza presso l’Unesco, di far re-inserire la dicitura “del Tempio” accanto alla definizione “Spianata delle Moschee”. Dopo; anzi, meglio se prima. Confrontiamoci con la storia onestamente e apertamente. Non è politica, è rettitudine etica.

Sergio Della Pergola, Univeristà Ebraica di Gerusalemme

 

sicurezza negli aeroporti

Il modello Ben Gurion

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L’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, in Israele, è considerato uno dei più sicuri al mondo, con numerosi controlli di sicurezza che partono dal momento stesso in cui il viaggiatore acquista un biglietto da o per Israele. Dopo gli attentati all’aeroporto di Bruxelles e dopo l’incidente al volo EgytpAir di mercoledì, che potrebbe essere stato causato da un attacco terroristico, diversi osservatori italiani e internazionali hanno spiegato che la soluzione per evitare nuovi attentati del genere in Europa sia seguire il modello del Ben Gurion. Ma secondo molti questo sarebbe impraticabile: sia per motivi economici, ma anche perché rischia di imporre severe limitazioni alla libertà a cui i passeggeri europei non sono abituati.
Da quando negli anni Settanta e Ottanta i nazionalisti palestinesi iniziarono una campagna di attacchi e dirottamenti nei confronti degli aerei diretti o in partenza da Israele, le agenzie di sicurezza del paese hanno intensificato molto i controlli all’aeroporto Ben Gurion, il più grande scalo internazionale del paese. Oggi il Ben Gurion è considerato uno dei più sicuri al mondo.

Il Post, 21 maggio 2016

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il giacimento a largo di ashkelon

Tamar, risorsa da sfruttare

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Vista dall’alto sembra un enorme fenicottero. Con la gru che si protende verso il cielo, 80 metri sopra la superficie del mare, i piloni d’acciaio che sprofondano nell’acqua, fino a 300 metri di profondità. Un corpo fatto di tubi grigi e rossi, ringhiere gialle. E come coda la pedana dove si posa l’elicottero. La piattaforma Tamar, a 27 chilometri al largo di Ashkelon, è la centralina del gas di Israele. Da qui passa il metano estratto a 150 chilometri di distanza: viene scaldato, filtrato, ripulito e inviato nel centro di stoccaggio sulla terraferma. E qui ci sono le manopole che regolano il flusso, a seconda della domanda di energia. Ma la Tamar, a metà strada fra Libano, Cipro, l’Egitto, è anche al centro della battaglia energetica nel Mediterraneo orientale. Una gara ad arrivare primi nello sfruttamento dei giacimenti che vengono scoperti uno dopo l’altro, e stanno facendo di questo spicchio di mare un nuovo Golfo del Messico. Israele ha, assieme all’Egitto, le maggiori potenzialità. È partita per prima ma rischia di rimanere indietro.


Giordano Stabile, La Stampa 17 maggio 2015

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