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9 giugno 2016 - 3 Sivan 5776
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LEADER

36 under 36: il Jewish Week presenta
il futuro dell’America ebraica

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C’è chi ha scritto un libro di successo. Chi ha rivoluzionato lo studio del Talmud al femminile. Chi porta avanti le tradizioni e l’orgoglio delle radici familiari. Chi si accinge a diventare un campione mondiale di ping pong, rigorosamente evitando di disputare incontri di Shabbat. Chi serve nella Polizia. C’è l’ebraismo americano in tutte le sue sfumature e soprattutto speranze di futuro a essere rappresentato nello speciale “36 under 36”, una galleria di ritratti dei giovani che fanno parlare di sé raccontati dal settimanale ebraico newyorkese The Jewish Week. La loro età varia, qualcuno rientra appena nel limite, ma ci sono anche liceali, così come variano le passioni, professioni o risultati che li hanno portati a guadagnarsi il riconoscimento.
La palma della più piccola va alla quattordicenne Estee Ackerman, astro nascente del ping pong. Di mattina si dedica agli studi nella Samuel H. Wang Yeshiva University High School for Girls, dove sta terminando il primo anno. Pratica lo sport da quando aveva otto anni, ed è stata selezionata tra le 16 migliori atlete USA nella disciplina, tra cui sono state poi scelte le componenti della squadra olimpica per Rio. Estee non ce l’ha fatta, ma non demorde: l’obiettivo ora è Tokyo 2020. Obiettivo per cui si impegnerà al massimo, sei giorni alla settimana. Perché Estee non ha dubbi, di Shabbat ci si riposa.

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VERSO SHAVUOT

Tutti i numeri dei precetti

img headerA proposito della Torah, che celebriamo a Shavuot, uno dei concetti più noti è che contenga 613 mitzvot, precetti. È una nozione tanto nota quanto problematica. Perché, ovviamente, la Torah non mette un numero progressivo alle sue regole. E se si prova ad andarle a contare il numero totale può essere molto variabile, perché concetti analoghi o ripetuti potrebbero essere compattati in un’unica norma o frammentati in più norme, oppure alcune cose potrebbero non essere considerate un precetto e così via. Su un numero molto più basso, quello delle dieci parole o comandamenti (qui è la Torah-Shemot 34:28- a dire che erano proprio dieci), già si pone il problema, perché se si contano le singole affermazioni si va ben oltre il numero di dieci. Lo stesso succede con i tredici attributi di Shemot 34:6, che per la tradizione rabbinica sono tredici ma vai a capire come si compattano. A maggior ragione con le 613 mitzvot. Questo numero, in modo sorprendente, il Talmud Babilonese lo dà solo due volte, una en passant in Yevamot 47b a proposito della conversione di Ruth, l’altra in Makkot 23b dove a parlare è R. Simlai (in altre fonti di midrash il nome del Maestro è diverso), che distingue ulteriormente i precetti in due gruppi: i divieti, che sono 365 come i giorni dell’anno solare, e gli obblighi a fare che sono 248 come “le membra dell’uomo”. Passi per i giorni dell’anno, ma che cosa sono le “membra”? Dovrebbero essere ossa singole, con i relativi muscoli, ma le ossa sono un po’ di meno, e allora che numero è? Qualcuno suppone che si tratti dello scheletro di un adolescente, dove alcune ossa non sono ancora saldate e quindi sembrano di più... Ma per tornare a R. Simlai, da dove gli viene il numero 613? La risposta: dal valore numerico della parola Torah. Ma fate il conto e viene 611. Insomma, come si vede ognuno di questi insegnamenti tradizionali si presta a obiezioni e risposte infinite e sembra fatto apposta non per chiudere il discorso e dare una regola, ma per sollevare la discussione. È il gusto della Torah, accettazione e spirito critico.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

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Verso Shavuot

I figli. Vicini o lontani?

img headerUno degli aspetti più inquietanti che trova oggi chiunque si occupi di pedagogia è la parità dei diritti invocata sistematicamente dai più giovani nei confronti di chi è più grande di loro. Figli o allievi che siano, i bambini pretendono di ricambiare genitori ed educatori con le stesse limitazioni ed imposizioni di cui si ritengono perlopiù vittime ingiustificate. Non si rendono conto, naturalmente, che la diversa esperienza di vita e il diverso grado di responsabilità sono ciò che fanno la musica e, in una parola, l’autorità. Cresciuti in una società di stampo commerciale, egualitaria all’estremo, dove tutti sono potenziali complici, essi considerano chiunque entri in relazione con loro un pari grado con il quale è lecito fare, e al quale è lecito chiedere, qualsiasi cosa. Nel testo dei Dieci Comandamenti vi è una distinzione linguistica evidente fra i primi due e i successivi. Nei primi due il S.B. si presenta in prima persona ai suoi ascoltatori/lettori. Terminata questa presentazione di Sé in presa diretta, con il terzo Comandamento il Buon D. muta registro e continua la conversazione come per interposta persona: “Non pronunciare il Nome di H. tuo D. invano, perché H. non lascerebbe impunito chiunque pronunci il Suo Nome invano…”. I dotti commentatori sottolineano che si tratta dell’alternanza di due caratteri compresenti nella Divinità: l’immanenza, per cui D. si fa percepire come vicino all’Uomo e la trascendenza, che segna piuttosto la distanza. È la stessa duplicità che regola il testo di molte nostre Berakhòt, in cui iniziamo dando a D. del “tu” (Benedetto Tu H. D. nostro Re del mondo…) per terminare rivolgendoci a Lui con il “lei” (… che ci ha santificato con le Sue Mitzwòt; …che ci ha prescelto fra tutti i popoli, …che ci ha redento, ecc.). C’è sempre molto da imparare nella Torah. Nel promulgarci il Decalogo, la “costituzione” del popolo d’Israel, il S.B. ci dà una lezione di autorità su come far valere la Legge. Se volete l’autorità - è il Suo messaggio - è necessario imparare a dosare entrambi gli atteggiamenti, proprio come Egli in persona ha fatto sul Monte Sinai.

Alberto Moshe Somekh, rabbino

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IDENTITA’

Capire Giona con Scholem
 

Immaginate una città in cui tutte le luci si spengono alle otto e mezzo di sera. In giro per le strade non rimane anima viva, eccezion fatta per gli stranieri. Poiché è tempo di guerra, e la Svizzera neutrale è un buon posto per sfuggire a eserciti e battaglie, di forestieri a Berna ce ne sono parecchi. Sono loro ad aggirarsi inquieti dopo il tramonto, a discutere, a divertirsi, qualche volta a bere più del dovuto. Gershom Scholem ha appena vent'anni. Se n'è andato dalla Germania per sfuggire a un conflitto che non condivide. In Svizzera, assieme all'amico Walter Benjamin, Scholem studia, sogna, s'innamora. È il consueto turbine di curiosità e d'emozioni dei ventenni. Ma sono tempi straordinari, e i due —Scholem e Benjamin - non sono certo giovanotti qualsiasi. Irene Kajon, dell'Università la Sapienza di Roma, ha recuperato alcuni scritti giovanili di Scholem, testimonianza di questo biennio bernese (1918-19), e più in generale del lavoro intellettuale del futuro storico della qabbalah durante il periodo bellico. Sono testi brevi, spesso allo stato di abbozzo, con la freschezza che aleggia sugli incompiuti letterari.

Giulio Busi, Il Sole 24 Ore Domenica
5 giugno 2016


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IDENTITA’

"Tra dieci anni i movimenti xenofobi saranno finiti"

Un po' meno d'ansia. Nervi più saldi. Soprattutto, visione più lunga: non dobbiamo banalmente stabilire chi ha ragione, dobbiamo riscoprire la forza di ciò che è giusto, della Giustificazione. Martin Walser dice che, in fondo grazie a questa forza, tra una decina d'anni nessuno si ricorderà più della Alternative für Deutschland e dei movimenti illiberali che attraversano l'Europa e minacciano i governi. Sono anacronistici, non hanno futuro. Quanto a Donald Trump, vedremo il musical. Naturalmente, la sua non è una previsione né di destra né di sinistra. Walser, 89 anni, considerato da molti il maggiore scrittore vivente di lingua tedesca, negli anni è stato definito comunista e poi nazionalista, ha suscitato polemiche sia con le battaglie contro la guerra del Vietnam sia con l'idea di Germania postbellica che doveva riunificarsi e non rimanere per sempre prigioniera del suo passato tremendo. In Italia ha da poco pubblicato un libro — Sulla giustificazione, una tentazione (Edizioni Ariele) — che afferma l'importanza di cercare il giusto, di giustificare. Non certo questione di destra o sinistra.

Danilo Taino, Corriere La Lettura
5 giugno 2016


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Shir Shishi - una poesia per erev shabbat

Il mio pianoforte azzurro

img headerElse Lasker-Schüler, poetessa, pittrice e drammaturga ebrea nacque nel 1869 a Wuppertal in Germania, allora un bellissimo centro di architettura raffinata e innovativa. Nel 1894, Else, figlia di un banchiere, si sposa e si trasferisce a Berlino. La città del Espressionismo la assorbe completamente, Else studia pittura, abbandona la vita borghese per i circoli culturali e pubblica opere per il teatro, libri di poesia ottenendo nel 1932 il prestigioso premio Heinrich von Kleist. Ma la vita già instabile e piena di avventure personali di Else subisce una terribile tragedia con la morte del figlio nel 1927. Da lì la sua biografia, descritta con maestria dal regista israeliano Amos Gitai (1989), è un lungo sentiero tortuoso. Con l’ascesa del nazismo fugge in Svizzera, visita due volte la Palestina mandataria e nel 1939 rimane a Gerusalemme, sola, strana e straniera, né sionista, né pioniera, un’artista d’avanguardia tradita dallo spirito di libertà elogiato a Berlino e da un’anima che cercava disperatamente l’inesistente “Jussuf, il principe di Tebe”, il nome d’arte con cui usava firmare i suoi lavori. Morirà a Gerusalemme nel 1945

Io ho a casa un pianoforte azzurro,

eppure non conosco nessuna nota.

Se ne sta nell’oscurità della cantina

da quando il mondo s’è abbruttito.

Lo suonano le stelle a quattro mani,

la signora luna canta nella barca,

e allora ballano i topi nello strepitio.

La tastiera è spezzata…

o piango la morte azzurra.

Oh, caro angelo, aprimi,

o ho mangiato il pane amaro,

a me che ho ben vissuto sulla porta del cielo

anche contro il divieto.

Else Lasker-Schüler, Poesie, Acquaviva, 2004
Traduzione di Giuseppe D’Ambrosio Angelillo


Sarah Kaminski, Università di Torino

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