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3 luglio 2016 - 27 Sivan 5776
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tsahal ha chiuso l'area in risposta ai recenti attacchi palestinesi

Hebron, giro di vite sulla città del terrorismo

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img headerDopo una relativa calma nelle ultime settimane la violenza palestinese ha vissuto un nuovo momento di escalation. Dall'attentato nel cuore di Tel Aviv, in cui due terroristi palestinesi hanno ucciso quattro persone, fino ad arrivare agli attacchi in Cisgiordania in cui prima è stata accoltellata a morte a Kiryat Arba (insediamento israeliano) una bambina di 13 anni, Hallel Ariel (nell'immagine a sinistra), e poi è stato ucciso Michael Mark (nell'immagine a destra), padre di dieci figli e direttore della yeshiva ortodossa dell'insediamento di Otniel. Mark stava viaggiando nei pressi di Hebron quando la sua auto è stata crivellata di colpi. A bordo, anche la moglie, ricoverata in terapia intensiva, e due figli, rimasti anche loro feriti. A unire i tre episodi di attacchi, la provenienza degli attentatori, tutti di villaggi attorno a Hebron. Da qui la decisione del governo israeliano di chiudere l'area della città, considerata la roccaforte del movimento terroristico di Hamas in Cisgiordania, e della zona adiacente, dove abitano 700 mila palestinesi. “Faremo uno sforzo particolare per rafforzare le comunità in Cisgiordania e proporremo un piano speciale per Kiryat Arba in occasione della prossima riunione di gabinetto”, ha dichiarato nelle scorse ore il Premier israeliano Benjamin Netanyahu all'inizio del settimanale riunione di gabinetto, aggiungendo, che ha istruito tutti i ministeri del governo per fare il loro parte per aiutare insediamenti in Cisgiordania.

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il rifiuto del leader palestinese di incontrare il presidente rivlin

Cosa può fare Abu Mazen? Andare in pensione

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In un suo intervento sul bollettino del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (Cipmo) – il suo direttore Janiki Cingoli scrive del declino del leader palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen): “Si deve rispetto al presidente palestinese Abbas per il suo ruolo negli Accordi di Oslo, per il suo rifiuto di ogni forma di violenza e di ricorso alle armi, per la sua coerente scelta di negoziare con Israele, sulla base della strategia ‘due Stati per due popoli’, per essere arrivato alla creazione di uno Stato palestinese. Tuttavia, i recenti sondaggi dimostrano un crollo della sua popolarità, ridotta al 38% e con il 65% che ne richiede le dimissioni …. La vecchia leadership dell’OLP è ormai logora, ma non si intravede chi possa incarnare il possibile ricambio e quali potrebbero essere le sue future scelte.” Cingoli non manca di notare “la scelta del premier israeliano Netanyahu di gestire il conflitto invece che provare a risolverlo”. Ma la realtà è più amara. Giorni fa in un discorso all’Unione Europea a Bruxelles il presidente israeliano Ruvi Rivlin aveva invitato pubblicamente Abu Mazen a un incontro. Rivlin, anche se constituzionalmente fuori dal gioco della politica attiva, si pone attualmente come una specie di alternativa a Netanyahu e quindi la sua offerta poteva in teoria creare un canale parallelo di trattativa che avrebbe non poco imbarazzato il primo ministro israeliano. Ma Abu Mazen ha rifiutato.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

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la linea ferroviaria in costruzione tra tel aviv e gerusalemme

Il treno veloce che può unire il Paese

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Il presidente israeliano Reuven Rivlin ne ha simbolicamente visitato un tratto in occasione di Yom Yerushalaim, la ricorrenza che celebra l'unità della Capitale. La linea ferroviaria ad alta velocità che la collegherà a Tel Aviv (inaugurazione prevista per il 2018) costituisce anche concretamente un passo in più verso l'unità dell'intero Paese, o come ha detto Rivlin, “una dimostrazione che tutte le strade portano a Gerusalemme". La decisione di costruire un collegamento ad alta velocità tra le due città risale al 2001, e una volta aperto sarà possibile spostarsi in circa mezz'ora – contro i 78 minuti sulla vecchia linea costruita ai tempi dell'Impero Ottomano – con treni che partiranno ogni quarto d'ora. I lavori, finanziati da fondi pubblici, vanno avanti da ben quindici anni tra battaglie legali di vario genere, avvicendamenti politici e qualche fisiologico imprevisto. Il direttore delle Ferrovie dello Stato israeliane Boaz Tzafrir ha promesso a fine marzo a un gruppo di parlamentari che aveva visitato il cantiere che non si protrarranno oltre il 2018. Secondo i piani iniziali avrebbero dovuto essere già conclusi dal 2008, solo che alcune proteste da parte di gruppi ambientalisti, preoccupati che la linea potesse causare dei danni ad alcune zone collinari e valli protette intorno a Gerusalemme, hanno causato uno stallo. In particolare, a destare contrarietà era stata la costruzione di un ponte che facesse passare i treni sotto l'Yitlah Stream – parco nazionale nonché località biblica, menzionata nel libro di Giosuè – e per questo era stato chiesto di costruire un tunnel in alternativa. Ma una commissione del ministero dell'Interno aveva stabilito che una galleria avrebbe fatto ritardare il progetto di due ulteriori anni – con relativa ulteriore spesa – dando il via libera alle Ferrovie dello Stato.

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la diplomazia passa da londra

In dialogo con i sunniti

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Ex portavoce del premier israeliano Netanyahu, Mark Regev è da aprile ambasciatore nel Regno Unito dove ha dovuto affrontare la questione Livingstone, quando l'ex sindaco di Londra paragonò Netanyahu a Hitler. "Ci sono due luoghi comuni diffusi - spiega -. Che l'antisemitismo sia una malattia degli ignoranti e che si possa battere con l'informazione e l'istruzione. Ma non è così: anche gli intellettuali hanno credenze antisemite... pensi a Shakespeare, Voltaire, Dostoevski... L'altro luogo comune è che la gente di sinistra non sia antisemita, invece una parte sostiene l'uguaglianza solo a parole".
Molti criticano Israele per la sua politica. E un modo per camuffare l'antisemitismo?
«Dire che gli israeliani sbagliano non è antisemitismo. La critica della politica di Israele è il nostro pane quotidiano. Ma associarlo a ogni male è antisemitismo. Invece di odiare i singoli ebrei si sceglie di odiare lo Stato ebraico. Oggi dire che lo Stato ebraico ha la responsabilità della guerra, che gli ebrei uccidono deliberatamente i bambini palestinesi è una manifestazione di odio che risale a 2000 anni fa. Se sostieni il diritto dei popoli all'autodeterminazione e all'indipendenza, e pensi che gli ebrei siano gli unici a non averlo, di che cosa stiamo parlando?».


Alan Elkann, La Stampa, 3 luglio 2016

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corbyn e l'attacco a israele

Quei paragoni impossibili

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Jeremy Corbyn di male in peggio. Stava parlando del rapporto sull’antisemitismo nel Labour inglese quando ha dichiarato: “I nostri amici ebrei non sono responsabili delle azioni di Israele o del governo Netanyahu come i nostri amici musulmani per l’autoproclamato Stato islamico”. Sì, abbiamo sentito bene: Israele come l’Isis e il premier Netanyahu come il califfo Baghdadi. È da quando è stato eletto segretario del Labour che Corbyn annaspa in uno scandalo antisemita dietro l’altro. Non c’è da sorprendersi: il fatale e orrendo paragone fra Israele e l’Isis corre sulla bocca di tanti deputati e consiglieri laburisti sospesi in questi mesi (compreso l’ex sindaco di Londra Livingstone). Ma non c’è da sorprendersi per un altro motivo. Perché quanto ha detto Corbyn lo pensano anche molte élite umanitariste, specie alle Nazioni Unite. L’inviata dell’Onu per i Bambini e i conflitti armati, Leila Zerrougui, ha suggerito l’inserimento dell’esercito israeliano nella lista nera di paesi e organizzazioni che causano regolarmente danni ai bambini. In questa black list c’è l’Isis, appunto.




Il Foglio, 1 luglio 2016

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