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2 agosto 2016 - 27 Tammuz 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Roberto
Della Rocca,
rabbino
Il Midràsh ci racconta che nel momento in cui gli venne detto di ritirarsi Moshè chiese all’Eterno che gli venisse concesso di portare a termine la sua missione anche al costo di trasformarsi in allievo di Yeoshua, il suo discepolo servitore nominato nel frattempo suo successore. Di fronte a queste insistenti richieste l’Eterno acconsentì.
 
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Dario
Calimani,
Università di Venezia
Il mondo si divide in ottimisti e pessimisti, quelli che vedono tutto in rosa e quelli che vedono tutto in nero. I primi vivono assai meglio, perché sorridono al mondo, e il mondo restituisce loro dei bei sorrisi. È vero che qualche volta l’ottimismo si traduce in compiacenza per far cosa gradita al mondo, per non disturbarlo con le proprie lamentele, ma questo va nel conto dei piccoli inconvenienti accessori.
I pessimisti, d’altro canto, tolgono serenità e tagliano continuamente le gambe alle illusioni, perché invece di bearsi delle rosee verità amano sottolineare gli svantaggi che fanno da contrappeso alle rose sul prato. Il loro bicchiere è sempre mezzo vuoto.
 
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Italia e foreign fighters 
Farooq Aftab, il pachistano di Vaprio d’Adda espulso ieri per aver sposato l’ideologia dell’Isis, aveva legami con un albanese già allontanato dall’Italia: Ibdrahim Bledar, in contatto con il gruppo di Maria Giulia Sergio, la convertita all’Islam che si è arruolata tra le fila del Califfato. Una rete su cui, spiega il Corriere Milano, gli investigatori stanno indagando. L’uomo espulso, continua il quotidiano, dalla metà dello scorso anno “era profondamente cambiato, con larga probabilità su aiuto di un ‘innesco’, qualcheduno che ha intercettato un suo malessere o un desiderio di uscire dall’anonimato e che l’ha convogliato verso il Jihad”. Questo innesco non è ancora stato trovato. A volte, spiegano gli esperti di Anti-terrorismo, i reclutatori individuano pedine funzionali alla strategia e mettono in collegamento le une e le altre.

Libia, raid aereo Usa sull’Isis. Su richiesta del governo di Tripoli guidato da Serraj, caccia americani sono intervenuti in Libia, bombardando la città di Sirte e gli avamposti dei miliziani dell’Isis. “Con l’appoggio dell’areonautica americana, Serraj e le sue milizie ( innanzitutto i soldati di Misurata) diventano sempre più il “governo legittimo” di Libia, in questa lunga battaglia contro Daesh”, riporta Repubblica. Il governo italiano, per bocca del suo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, dichiara di essere stato avvisato dell’operazione e si prepara a un possibile intervento diretto: “Basi, caccia e uomini anche l’Italia si prepara alla campagna aerea”, titola Repubblica. Il comando Usa, intanto, ha già fatto sapere che i raid in Libia andranno avanti e dunque sarà necessario poter contare su altri luoghi di decollo, tra cui la base italiana di Sigonella, riporta il Corriere. Riguardo all’impegno Usa nel Nord Africa, La Stampa intervista il braccio destro di Hillary Clinton, Jake Sullivan, secondo cui “quello che il presidente Obama ha fatto e sta facendo in Libia non è pienamente conosciuto, e apprezzato. La combinazione delle politiche attuate dalla sua amministrazione in quel Paese coincide con le posizioni su cui si trova Clinton, che intende continuarle ed espanderle”.

L’anniversario della strage di Bologna. “Era un 2 agosto come oggi, esattamente 36 anni fa, quando Bologna, e la sua stazione, furono squassate da un’esplosione: 85 morti, oltre 200 feriti, una ferita mai sanata per la città e per il Paese. Una bomba per colpire al cuore la nostra vita, le nostre vacanze, i nostri affetti”, racconta Carlo Lucarelli su La Repubblica, ricordando l’attentato di cui ancora non sono chiari i responsabili e parlando di “una scia di misteri che porta alla P2”.
 
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  davar
israele - l'iniziativa della commissione cultura
Il genocidio armeno, alla Knesset
passi avanti per il riconoscimento

Nelle scorse ore la Commissione Educazione, Cultura e Sport della Knesset, il parlamento israeliano, ha riconosciuto il genocidio armeno e chiesto al governo di Gerusalemme di fare altrettanto. "Questo riconoscimento è un obbligo morale", ha dichiarato il presidente della commissione Yakov Margi (del partito Shas), esprimendo il proprio rammarico per l'assenza di Israele nel novero dei paesi che hanno formalmente riconosciuto il massacro del 1915 di 1 milione e 500mila armeni, uccisi per mano dei giovani turchi dell'Impero ottomano. Margi ha chiamato in causa anche lo speaker della Knesset Yuli Edelstein, che lo scorso anno aveva chiesto al governo di prendere posizione a favore del popolo armeno. “Non è un segreto che Israele ha una posizione ambivalente rispetto al genocidio degli armeni – aveva dichiarato un anno fa Edelstein – Ci sono molte ragioni, diplomatiche e non, che portano Israele a esitare e a trattenersi e che hanno minimizzato la portata di questo evento storico. Ma noi ebrei, che ancora soffriamo per le ferite della Shoah, non possiamo minimizzare la tragedia”.
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la lettera dell'ugei a Paolo gentiloni
"Caro ministro, l'Italia si impegni
a difendere i diritti in Turchia"

In quanto gruppo di “giovani cittadini uniti dall’avere a cuore i principi democratici su cui si fonda la nostra cultura”, l'Unione Giovani Ebrei d'Italia, ha sentito come un “dovere morale” quello di farsi promotrice di un appello affinché cessino le violazioni dei diritti umani che contraddistinguono gli ultimi eventi avvenuti in Turchia. A tal fine, l'Ugei, assieme ad altre associazioni giovanili, ha indirizzato una lettera al ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, firmata tra gli altri dal presidente Ariel Nacamulli. Al colpo di stato contro il governo turco da parte di un gruppo di militari, è seguito nelle scorse settimane un inasprimento del regime autoritario del presidente Recep Tayyip Erdogan, il quale ha dato avvio a una feroce campagna di epurazioni con arresti e licenziamenti di massa, prima tra le forze di sicurezza, e poi tra giudici, insegnanti e professori universitari, per arrivare a giornalisti e religiosi. Eventi di fronte ai quali i rappresentati dei movimenti giovanili, ebrei e non, hanno voluto esprimere la propria “vicinanza al popolo turco e in particolare ai giovani studenti e ai professori che sono stati presi di mira” e chiedere al ministro Gentiloni e a tutto il governo italiano di agire “affinché venga ristabilito in Turchia il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici”.
 
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verso rio 2016
Israele, l'orgoglio delle Olimpiadi
nei volteggi delle ginnaste

La più grande speranza di tornare da Rio con il tintinnio di una medaglia in tasca risiede un un fascio di lustrini colorati che svolazzano nell’aria. È questo l’aspetto scintillante delle atlete della squadra di ginnastica ritmica del paese – composta da Neta Rivkin, Yuval Filo, Alona Koshevatskiy, Ekaterina Levina, Karina Lykhvar e Ida Mayrin – reduce quest’estate dalla vittoria di un oro ai campionati europei svoltisi a Holon e uno ai mondiali di Baku in Azerbaijan. A tal punto Israele crede nel loro potenziale da aver scelto proprio Rivkin, che è la caposquadra e gareggerà anche nella competizione individuale, come portabandiera alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici dopodomani. “Quando me lo hanno detto, ho sentito di aver realizzato un sogno personale“, ha raccontato nel corso di un incontro di tutta la delegazione con il presidente Reuven Rivlin nella sua residenza. “A nome di tutti gli atleti – le sue parole – posso promettere che faremo del nostro meglio. Desideriamo tutti regalare momenti di gioia al popolo israeliano“.
La squadra di ginnastica artistica israeliana è al terzo posto nella classifica mondiale della Federazione Internazionale di Ginnastica, e in patria è ormai conosciuta come fabbrica di record. Non ultimo quello guadagnato a Holon, dal momento che si tratta del primo oro europeo.
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l'iniziativa di un'ong ebraica assieme all'ue
Come smascherare l’odio online
Unire le forze. È questa la ricetta del successo per quanto riguarda la lotta contro il razzismo in Europa, e a farlo devono essere le varie anime della società civile per implementare l’attività dei governi. Lo ha spiegato a Pagine Ebraiche Melissa Sonnino, curatrice parte di “Facing Facts. Make Hate Crime Visible”, un progetto di monitoraggio dei crimini d’odio e dell’incitamento. A promuoverlo è il CEJI – A Jewish Contribution for an Inclusive Europe, una no-profit con sede a Bruxelles che propone programmi educativi al fine di combattere ogni tipo di intolleranza. Grazie al lavoro di molti anni, il CEJI è riuscito a coinvolgere alcuni dei principali attori nel campo del monitoraggio, tra cui la FRA, l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, e l’Odhir, l’ufficio dell’OSCE per i diritti umani, ed è dunque proprio grazie a una collaborazione con 11 partner di nove paesi europei che ha ora ottenuto per il progetto un finanziamento dall’Unione Europea, che permetterà di sviluppare un nuovo corso online specificamente destinato alle forze dell’ordine.
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pilpul
Italiani, la migrazione ci unisce
Con la sua penna meravigliosamente corrosiva, Gian Antonio Stella ha raccontato, la settimana scorsa, la vicenda grottesca del Museo dell’emigrazione italiana: un’esposizione collocata tra 2009 e 2015 nel complesso del Vittoriano, a Roma, sede di mostre anche prestigiose e di numerose inaugurazioni, appuntamenti istituzionali, eventi pubblici. Fino alla chiusura definitiva nel 2015 e al comico epilogo del sito internet (www.museonazionaleemigrazione.it) che rimanda a portali pornografici (nel frattempo, immaginiamo, rimossi).
La vita breve ma intensa dello spazio si intreccia con quella del Museo del Mare di Genova che, al contrario della struttura romana, non è mai stato provvisorio e ha dunque potuto avvalersi di una progettazione intelligente e qualificata. Quindi, tutto è bene quel che finisce bene? Abbandonato lo sciatto esperimento romano, valorizziamo il polo genovese, sorto a pochi metri dai moli che videro salpare milioni di italiani?


Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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Venezia, Shylock e il Ghetto,
i motivi di un successo
Mettere in scena Il mercante di Venezia nel Ghetto è stata un'impresa difficile, irta di incognite e imprevisti sul piano artistico, organizzativo, finanziario, della meteorologia e della sicurezza. Ma tra mille incertezze, di una cosa eravamo sicuri: non avremmo mai fatto contento chi per forza non voleva essere contento. Tra le ripetute e spesso astiose prese di posizione contro questo progetto (così tante da aver convinto qualcuno che ci fosse un movimento di popolo piuttosto che una voce isolata), Dario Calimani ha commentato così la coincidenza tra il Quattrocentenario della morte di Shakespeare e il Cinquecentenario della fondazione del Ghetto: "Si tratta di due anniversari di carattere ben diverso, e sarebbe bene che nessuno in città li confondesse o semplicemente li fondesse."
Consideriamo quindi un bel traguardo che sia venuto a vedere lo spettacolo e che abbia perfino speso qualche bella parola nei suoi confronti (e chissà cosa avrà pensato quando l’editore ha piazzato sulla nuova pregevole edizione del Mercante da lui curata una fascetta che dice "Nel cinquecentenario del Ghetto di Venezia e a 400 anni dalla morte di Shakespeare una nuova edizione che rilegge la modernità del testo").
Non sono d'accordo con molte delle sue interpretazioni, ma non credo che questo possa interessare molto i lettori di questo notiziario. Ma per rispetto nei loro confronti e di chi ha lavorato per organizzare gli eventi in questione, sento il bisogno di commentare una affermazione riguardante il processo simulato presieduto da Ruth Bader Ginsburg, una delle più importanti giuriste e personalità ebraiche del mondo, nonché grande appassionata di Shakespeare.
Si parla di "spettacolarizzazione turistica allo stato puro, che lascia l’amaro in bocca, non solo per il cultore del testo shakespeariano, che vede in queste pseudo-scoperte giuridiche delle travisanti banalità, che con la finzione del testo non hanno nulla a che fare, ma anche per l’ebreo veneziano, che vorrebbe forse che la sua storia e la sua cultura non fossero trattate come una farsa da baraccone, da deformare e stazzonare a volontà".
Credo che i lettori meritino di sapere almeno tre cose.
La prima è che i processi simulati ai personaggi di Shakespeare sono un esercizio intellettuale molto in voga, capaci di far discutere dei temi e significati delle opere senza pretese di rigore scientifico e a coinvolgere un pubblico non specialistico.
Che a questo processo abbiano partecipato con entusiasmo anche Stephen Greenblatt e James Shapiro, due dei più grandi studiosi di Shakespeare, dimostra anche che, per fortuna, non tutti gli accademici pensano che questa sia stata "una farsa da baraccone".
La seconda cosa, nella sua straordinaria banalità, è che a questa "farsa" chi fa queste affermazioni non era presente, quindi è giusto che si sappia che scrive di qualcosa che non ha visto.
La terza cosa, e la più fondamentale, è che 'l'amaro in bocca' non è rimasto all'ebreo veneziano ma a un ebreo veneziano. Ci sono tanti ebrei veneziani. Alcuni la penseranno legittimamente come Dario Calimani. Ma molti altri, che erano sia allo spettacolo sia al processo, hanno apprezzato entrambi, hanno compreso lo spirito dell'iniziativa, e persino il beneficio potenziale che potrà avere per il futuro del Ghetto e della nostra comunità, della nostra storia e cultura.
Ma questa, forse, per qualcuno è la cosa più difficile da accettare.


Shaul Bassi, Università Ca' Foscari Venezia
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