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Roberto
Della Rocca,
rabbino
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Sabato
scorso abbiamo letto nella Torah che una parte consistente del popolo
ebraico, composta dalle tribù di Reuvén e Gad e una parte di Menashè,
decide, in ragione di legittimi interessi economici, di rimanere fuori
dalla terra di Israele. Moshè pone delle condizioni: queste due tribù
devono partecipare alla guerra di conquista della terra e solo alla
fine della conquista potranno tornare a vivere fuori da Israele, nei
luoghi più consoni alle loro scelte di vita. Possiamo immaginare, anche
se la Torah non ce lo dice, la reazione delle altre dieci tribù: se non
vogliono vivere in Israele, non ci aiutano nella guerra, se ne stanno a
casa loro al sicuro, perché dovremmo spartire con loro la terra
conquistata? Che ci piaccia o meno, noi facciamo parte di un popolo
che, nel bene e nel male, condivide la stessa storia e loro stesso
destino. Se i figli di Gad e quelli di Reuvén preferiscono vivere nella
terra di Ghilàd l’unico modo che hanno per farlo è sottolineare e
dimostrare pubblicamente la loro fedeltà al popolo combattendo per la
terra degli altri. Queste due tribù non hanno modo di uscire dal popolo
d’Israele così come qualsiasi singolo non può abiurare al proprio
ebraismo. Se Israele è in guerra si può distinguere tra quelli che
militano nelle file dell’esercito e quelli che lo fanno rimanendo nella
comunità. Certo i militari, come gli abitanti di Eretz Israèl, hanno
degli oneri e dei rischi di gran lunga maggiori degli altri. Ma una
guerra per Israele non è mai una guerra che riguarda solo i soldati,
perché, da sempre, si tratta di difendere l’incolumità fisica e
spirituale del popolo. E questa difesa è uno dei precetti della Torah
che riguarda, con le debite differenze, i soldati come gli
intellettuali.
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Dario
Calimani,
Università di Venezia
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A
volte si propongono critiche che ci si illude possano avviare una
riflessione e magari un dibattito su basi culturali. Se ne riceve
invece in risposta una polemica personalizzata. Non la messa in
discussione degli argomenti proposti, ma la critica alla persona che li
ha proposti. Un metodo che potrebbe essere equivocato per mancanza di
argomenti. Più volte rav Roberto Della Rocca ci ha ricordato una
considerazione di rabbì Naftalì Braunfield che parafraserò per
attenuarne il contenuto: ‘Certe persone parlano di idee, altre parlano
di cose, altre ancora si limitano a parlare di persone’. È un peccato
davvero che non si riesca a far cultura parlando delle idee.
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Kafka, i manoscritti
restano in Israele
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I
manoscritti di Franz Kafka resteranno di proprietà della Biblioteca
nazionale di Israele. Lo ha stabilito la Corte suprema dello Stato
ebraico con una decisione che mette fine a una lunga vertenza. Come
racconta il Corriere, i materiali erano stati affidati da Kafka a Max
Brod, suo amico ed esecutore testamentario. Brod custodì gli autografi
di Kafka nonostante la richiesta dell’amico di bruciarli alla sua
morte. Quando Brod lasciò la Cecoslovacchia, occupata dai nazisti, lì
portò con sé nella Palestina sotto il mandato britannico. Prima della
morte, avvenuta nel 1968 a Tel Aviv, Brod affidò i diari e le carte di
Kafka alla sua segretaria, Ester Hoffe, e dispose che fossero donati
all’Università ebraica di Gerusalemme o a “un’altra istituzione ebraica
in Israele o all’estero”. Hoffe, invece, decise di mettere all’asta il
manoscritto originale de Il processo per due milioni di dollari e alla
sua scomparsa, nel 2007, lasciò i materiali ai suoi eredi. Nel 2009 lo
Stato d’Israele ha fatto loro causa reclamando la proprietà dei
manoscritti. Ora arriva la decisione della Corte suprema di respingere
l’appello presentato degli eredi di Esther Hoffe stabilendo che Brod,
l’amico di Kafka, “avrebbe voluto che i manoscritti fossero non venduti
ma conservati”.
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L'INTERVENTO DELLA PRESIDENTE UCEI "Israeliani nelle mani di Hamas, serve una condanna ferma" La presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni dichiara:
"In occasione del secondo anniversario dalla scomparsa di Oron Shaul e
Hadar Goldin, soldati israeliani caduti nella Striscia di Gaza i cui
corpi sono ancora oggi trattenuti dai terroristi di Hamas, gli ebrei
italiani si uniscono al dolore delle loro famiglie e di tutto il popolo
di Israele nella speranza che questa offesa al valore della vita e
della dignità umana, valori sacri e inviolabili per una nazione che ha
a cuore ogni suo singolo figlio e che in questo senso da sempre si
adopera, cessi al più presto.
La memoria di Shaul e Goldin è con noi ogni giorno. E nei nostri
pensieri e nelle nostre preghiere ci sono anche Avraham Mengistu,
soldato di origine etiope, e un giovane beduino israeliano, entrambi
scomparsi per mano di Hamas.
Non li dimentichiamo assieme a tutti i soldati che hanno dato la loro
vita per la difesa di Israele e A tutte le vittime del terrorismo e ci
auguriamo che anche la comunità internazionale si unisca a noi,
adoperandosi nei modi più opportuni affinché cessi al più presto questa
inaccettabile violenza rivolta sia verso i vivi che verso i morti.
Israele non abbandona i suoi figli. Ma troppi, nel mondo, non sentono
il bisogno di intervenire. È un silenzio che fa male e che non possiamo
più accettare".
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RIO 2016
Il Cio contro la squadra libanese Condanna a parole, non nei fatti
C'è
voluto del tempo perché una qualche forma di intervento arrivasse.
Lunghe ore in attesa, la burocrazia a cinque cerchi impegnata a
spremere le meningi per trovare una soluzione accettabile. Almeno dal
punto di vista di chi tiene le redini dei Giochi e, ferma restando
l'esigenza di salvare la faccia, ha tutti gli interessi ad evitare
conflitti aperti. Anche quando vi sarebbero tutti i presupposti per
sanzioni memorabili.
Alla fine la nota di biasimo è arrivata, rivolta dal Comitato olimpico
internazionale alla federazione libanese. Comportamenti come quelli
adottati dagli atleti del paese dei cedri, che si sono rifiutati di
condividere il mezzo di trasporto diretto alla cerimonia di
inaugurazione del torneo con i loro colleghi israeliani, "non sono
accettabili e non saranno più tollerati".
Un ammonimento cui non seguono però, almeno per il momento, iniziative e ripercussioni significative.
(Nell'immagine il presidente del CIO Thomas Bach)
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RIO 2016 Ledecky, la più forte in vasca
nuota anche per la Memoria
Che
cosa ha portato Katie Ledecky a diventare una delle più forti – anzi la
più forte nuotatrice al mondo? “Non lo so, è difficile per me dirlo con
esattezza“, risponde lei. “Magari lo capirò più avanti nella vita, cosa
mi ha motivata, cosa mi ha guidata“. Perché nella sua straordinaria
carriera, fatta di vittorie in ogni gara internazionale a cui abbia
partecipato dal suo debutto a quindici anni ai Giochi olimpici di
Londra 2012, di record mondiali uno più sorprendente dell’altro, e di
nuotatori uomini sconvolti di essere stati battuti da lei, quello che
più stupisce è la forza, la determinazione, quasi la furia che la
anima. Da dove provenga è una specie di mistero, perché con essa una
volta in vasca si trasforma dalla ragazza della porta accanto, dalle
qualità fisiche completamente nella norma, all’imbattibile atleta della
corsia accanto. In un lungo ritratto recentemente pubblicato su Sports
Illustrated, l’autore S.L. Price si risponde che a fare da”carburante“
sono un misto di elementi della sua storia famigliare e della sua
biografia che l’hanno forgiata. Tra questi, anche “un cimitero ebraico
di Praga“. È quello dove l’ha portata sua nonna Berta, oggi 83enne,
quando aveva dieci anni, per farle vedere tutti i nomi dei suoi avi
morti durante la Shoah, da cui lei si è salvata. Leggi
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RIO 2016
Da Hava Naghila alla Samba,
Aly Raisman prova a ripetersi
A
Londra 2012 sulla stampa americana la chiamavano “la brava ragazza del
Massachusetts”. Adesso pare che il suo soprannome tra le colleghe sia
“grandma“, nonnina. Non per la sua età, è stato specificato, ma per il
fatto che le piace fare sonnellini. Del resto è anche vero che quattro
anni sono secoli per una ginnasta, ma ciononostante a 22 anni Alexandra
Raisman è stata scelta lo stesso come capitana della squadra
statunitense di ginnastica artistica ai Giochi Olimpici di Rio,
denominata le “Fierce Five”. Inoltre, si è anche conquistata un posto
nella gara individuale all-around, con cui potrà replicare il successo
della scorsa edizione, dove si è conquistata un oro sulle note di Hava
Nagila. C’è grande attesa dunque per la performance di Aly, che ha
anche visto realizzarsi a Rio un altro suo desiderio, quello che le
vittime di Monaco 1972 venissero ricordate. Era a loro che aveva
infatti dedicato la sua medaglia quattro anni fa, auspicando che la
memoria degli atleti israeliani uccisi proprio quarant’anni prima
trovasse il giusto riconoscimento da parte del Comitato Olimpico
Internazionale, che quest’anno ha finalmente istituito un memoriale
all’interno del villaggio degli atleti. Leggi
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L'ANNIVERSARIO Congresso Mondiale, 80 anni
"Unitevi a noi nella festa"
Nasceva
esattamente 80 anni fa, a Ginevra, con l’obiettivo di rappresentare uno
strumento diplomatico e di pressione al servizio delle comunità
ebraiche di tutto il mondo. Era una stagione difficile, Hitler al
potere da tre anni, le prime ombre sul futuro dell’Europa. Ne è passata
di acqua sotto i ponti, e le sfide sono cambiate. Resta comunque
l’esigenza di esercitare un’azione il più possibile sinergica e
condivisa. Questa è ancora oggi la missione del World Jewish Congress.
Una missione rappresentata attraverso una serie di iniziative lanciate
in queste ore dal Congresso, che attraverso il proprio direttore
esecutivo Robert Singer ha esortate le diverse comunità ebraiche
nazionali a unirsi nella festa. “Let’s Celebrate Together”, il titolo
di una campagna che punta a raccogliere, anche attraverso i social,
video, immagini e testi di apprezzamento dai cinque continenti. Leggi
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Noi e l'Islam italiano
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Proviamo
a essere concreti, ovvero proviamo ad avanzare una piccola proposta.
Parlando dell’Islam italiano, per essere concreti occorre partire da
alcuni assunti di fondo: è urgente definire un modello che garantisca
la libertà di culto e allo stesso tempo fornisca garanzie sulla
trasparenza dei finanziamenti alle moschee e sulla formazione degli
Imam; le comunità musulmane devono mettere in atto e rendere visibili
tutte le misure possibili per isolare gli estremisti e i violenti, cose
che oggi non sempre fanno; Al momento non ci sono le condizioni
politiche per siglare un’Intesa con l’Islam italiano: mancano
interlocutori riconosciuti da tutte le comunità, i più rumorosi sono
spesso i più impresentabili (uno su tutti, Hamza Roberto Picardo) e
comunque il dibattito pubblico difficilmente può consentire allo Stato
di finanziare le moschee attraverso lo strumento dell’Otto per Mille;
rimane irrisolta una domanda: se non si vuole che i soldi arrivino da
Stati stranieri, come finanziare le moschee e le comunità? È giusto
pretendere alcuni comportamenti virtuosi, come ad esempio la predica in
italiano, non è invece accettabile che ogni qual volta si voglia
costruire una moschea si inneschi un dibattito incivile contro la
struttura sotto casa, salvo poi lamentarsi dei fedeli che il venerdì si
riuniscono nei garage.
Come tenere insieme tutto questo?
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
Leggi
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