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9 Agosto 2016 - 5 Av 5776
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Roberto
Della Rocca,
rabbino
Sabato scorso abbiamo letto nella Torah che una parte consistente del popolo ebraico, composta dalle tribù di Reuvén e Gad e una parte di Menashè, decide, in ragione di legittimi interessi economici, di rimanere fuori dalla terra di Israele. Moshè pone delle condizioni: queste due tribù devono partecipare alla guerra di conquista della terra e solo alla fine della conquista potranno tornare a vivere fuori da Israele, nei luoghi più consoni alle loro scelte di vita. Possiamo immaginare, anche se la Torah non ce lo dice, la reazione delle altre dieci tribù: se non vogliono vivere in Israele, non ci aiutano nella guerra, se ne stanno a casa loro al sicuro, perché dovremmo spartire con loro la terra conquistata? Che ci piaccia o meno, noi facciamo parte di un popolo che, nel bene e nel male, condivide la stessa storia e loro stesso destino. Se i figli di Gad e quelli di Reuvén preferiscono vivere nella terra di Ghilàd l’unico modo che hanno per farlo è sottolineare e dimostrare pubblicamente la loro fedeltà al popolo combattendo per la terra degli altri. Queste due tribù non hanno modo di uscire dal popolo d’Israele così come qualsiasi singolo non può abiurare al proprio ebraismo. Se Israele è in guerra si può distinguere tra quelli che militano nelle file dell’esercito e quelli che lo fanno rimanendo nella comunità. Certo i militari, come gli abitanti di Eretz Israèl, hanno degli oneri e dei rischi di gran lunga maggiori degli altri. Ma una guerra per Israele non è mai una guerra che riguarda solo i soldati, perché, da sempre, si tratta di difendere l’incolumità fisica e spirituale del popolo. E questa difesa è uno dei precetti della Torah che riguarda, con le debite differenze, i soldati come gli intellettuali.
 
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Dario
Calimani,
Università di Venezia
A volte si propongono critiche che ci si illude possano avviare una riflessione e magari un dibattito su basi culturali. Se ne riceve invece in risposta una polemica personalizzata. Non la messa in discussione degli argomenti proposti, ma la critica alla persona che li ha proposti. Un metodo che potrebbe essere equivocato per mancanza di argomenti. Più volte rav Roberto Della Rocca ci ha ricordato una considerazione di rabbì Naftalì Braunfield che parafraserò per attenuarne il contenuto: ‘Certe persone parlano di idee, altre parlano di cose, altre ancora si limitano a parlare di persone’. È un peccato davvero che non si riesca a far cultura parlando delle idee.
 
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Kafka, i manoscritti
restano in Israele
I manoscritti di Franz Kafka resteranno di proprietà della Biblioteca nazionale di Israele. Lo ha stabilito la Corte suprema dello Stato ebraico con una decisione che mette fine a una lunga vertenza. Come racconta il Corriere, i materiali erano stati affidati da Kafka a Max Brod, suo amico ed esecutore testamentario. Brod custodì gli autografi di Kafka nonostante la richiesta dell’amico di bruciarli alla sua morte. Quando Brod lasciò la Cecoslovacchia, occupata dai nazisti, lì portò con sé nella Palestina sotto il mandato britannico. Prima della morte, avvenuta nel 1968 a Tel Aviv, Brod affidò i diari e le carte di Kafka alla sua segretaria, Ester Hoffe, e dispose che fossero donati all’Università ebraica di Gerusalemme o a “un’altra istituzione ebraica in Israele o all’estero”. Hoffe, invece, decise di mettere all’asta il manoscritto originale de Il processo per due milioni di dollari e alla sua scomparsa, nel 2007, lasciò i materiali ai suoi eredi. Nel 2009 lo Stato d’Israele ha fatto loro causa reclamando la proprietà dei manoscritti. Ora arriva la decisione della Corte suprema di respingere l’appello presentato degli eredi di Esther Hoffe stabilendo che Brod, l’amico di Kafka, “avrebbe voluto che i manoscritti fossero non venduti ma conservati”.
 
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  davar
L'INTERVENTO DELLA PRESIDENTE UCEI
"Israeliani nelle mani di Hamas, serve una condanna ferma"
La presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni dichiara:

"In occasione del secondo anniversario dalla scomparsa di Oron Shaul e Hadar Goldin, soldati israeliani caduti nella Striscia di Gaza i cui corpi sono ancora oggi trattenuti dai terroristi di Hamas, gli ebrei italiani si uniscono al dolore delle loro famiglie e di tutto il popolo di Israele nella speranza che questa offesa al valore della vita e della dignità umana, valori sacri e inviolabili per una nazione che ha a cuore ogni suo singolo figlio e che in questo senso da sempre si adopera, cessi al più presto.
La memoria di Shaul e Goldin è con noi ogni giorno. E nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere ci sono anche Avraham Mengistu, soldato di origine etiope, e un giovane beduino israeliano, entrambi scomparsi per mano di Hamas.
Non li dimentichiamo assieme a tutti i soldati che hanno dato la loro vita per la difesa di Israele e A tutte le vittime del terrorismo e ci auguriamo che anche la comunità internazionale si unisca a noi, adoperandosi nei modi più opportuni affinché cessi al più presto questa inaccettabile violenza rivolta sia verso i vivi che verso i morti. Israele non abbandona i suoi figli. Ma troppi, nel mondo, non sentono il bisogno di intervenire. È un silenzio che fa male e che non possiamo più accettare".
RIO 2016
Il Cio contro la squadra libanese Condanna a parole, non nei fatti
C'è voluto del tempo perché una qualche forma di intervento arrivasse. Lunghe ore in attesa, la burocrazia a cinque cerchi impegnata a spremere le meningi per trovare una soluzione accettabile. Almeno dal punto di vista di chi tiene le redini dei Giochi e, ferma restando l'esigenza di salvare la faccia, ha tutti gli interessi ad evitare conflitti aperti. Anche quando vi sarebbero tutti i presupposti per sanzioni memorabili.
Alla fine la nota di biasimo è arrivata, rivolta dal Comitato olimpico internazionale alla federazione libanese. Comportamenti come quelli adottati dagli atleti del paese dei cedri, che si sono rifiutati di condividere il mezzo di trasporto diretto alla cerimonia di inaugurazione del torneo con i loro colleghi israeliani, "non sono accettabili e non saranno più tollerati".
Un ammonimento cui non seguono però, almeno per il momento, iniziative e ripercussioni significative.


(Nell'immagine il presidente del CIO Thomas Bach)
RIO 2016
Ledecky, la più forte in vasca

nuota anche per la Memoria
Che cosa ha portato Katie Ledecky a diventare una delle più forti – anzi la più forte nuotatrice al mondo? “Non lo so, è difficile per me dirlo con esattezza“, risponde lei. “Magari lo capirò più avanti nella vita, cosa mi ha motivata, cosa mi ha guidata“. Perché nella sua straordinaria carriera, fatta di vittorie in ogni gara internazionale a cui abbia partecipato dal suo debutto a quindici anni ai Giochi olimpici di Londra 2012, di record mondiali uno più sorprendente dell’altro, e di nuotatori uomini sconvolti di essere stati battuti da lei, quello che più stupisce è la forza, la determinazione, quasi la furia che la anima. Da dove provenga è una specie di mistero, perché con essa una volta in vasca si trasforma dalla ragazza della porta accanto, dalle qualità fisiche completamente nella norma, all’imbattibile atleta della corsia accanto. In un lungo ritratto recentemente pubblicato su Sports Illustrated, l’autore S.L. Price si risponde che a fare da”carburante“ sono un misto di elementi della sua storia famigliare e della sua biografia che l’hanno forgiata. Tra questi, anche “un cimitero ebraico di Praga“. È quello dove l’ha portata sua nonna Berta, oggi 83enne, quando aveva dieci anni, per farle vedere tutti i nomi dei suoi avi morti durante la Shoah, da cui lei si è salvata.
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RIO 2016
Da Hava Naghila alla Samba,

Aly Raisman prova a ripetersi
A Londra 2012 sulla stampa americana la chiamavano “la brava ragazza del Massachusetts”. Adesso pare che il suo soprannome tra le colleghe sia “grandma“, nonnina. Non per la sua età, è stato specificato, ma per il fatto che le piace fare sonnellini. Del resto è anche vero che quattro anni sono secoli per una ginnasta, ma ciononostante a 22 anni Alexandra Raisman è stata scelta lo stesso come capitana della squadra statunitense di ginnastica artistica ai Giochi Olimpici di Rio, denominata le “Fierce Five”. Inoltre, si è anche conquistata un posto nella gara individuale all-around, con cui potrà replicare il successo della scorsa edizione, dove si è conquistata un oro sulle note di Hava Nagila. C’è grande attesa dunque per la performance di Aly, che ha anche visto realizzarsi a Rio un altro suo desiderio, quello che le vittime di Monaco 1972 venissero ricordate. Era a loro che aveva infatti dedicato la sua medaglia quattro anni fa, auspicando che la memoria degli atleti israeliani uccisi proprio quarant’anni prima trovasse il giusto riconoscimento da parte del Comitato Olimpico Internazionale, che quest’anno ha finalmente istituito un memoriale all’interno del villaggio degli atleti.
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L'ANNIVERSARIO
Congresso Mondiale, 80 anni

"Unitevi a noi nella festa"
Nasceva esattamente 80 anni fa, a Ginevra, con l’obiettivo di rappresentare uno strumento diplomatico e di pressione al servizio delle comunità ebraiche di tutto il mondo. Era una stagione difficile, Hitler al potere da tre anni, le prime ombre sul futuro dell’Europa. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e le sfide sono cambiate. Resta comunque l’esigenza di esercitare un’azione il più possibile sinergica e condivisa. Questa è ancora oggi la missione del World Jewish Congress.
Una missione rappresentata attraverso una serie di iniziative lanciate in queste ore dal Congresso, che attraverso il proprio direttore esecutivo Robert Singer ha esortate le diverse comunità ebraiche nazionali a unirsi nella festa. “Let’s Celebrate Together”, il titolo di una campagna che punta a raccogliere, anche attraverso i social, video, immagini e testi di apprezzamento dai cinque continenti.
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qui canazei
Educazione all'ombra delle Alpi
Si sta svolgendo a Canazei, in Trentino, la vacanza per famiglie organizzata dall’Area Formazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Quest’anno i partecipanti sono particolarmente numerosi: 40 tra bambini e ragazzi e 56 adulti; le comunità rappresentate Bologna, Firenze, Venezia, Casale Monferrato, Milano e Roma con l’aggiunta di alcune famiglie italo-israeliane.
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pilpul
Noi e l'Islam italiano
Proviamo a essere concreti, ovvero proviamo ad avanzare una piccola proposta. Parlando dell’Islam italiano, per essere concreti occorre partire da alcuni assunti di fondo: è urgente definire un modello che garantisca la libertà di culto e allo stesso tempo fornisca garanzie sulla trasparenza dei finanziamenti alle moschee e sulla formazione degli Imam; le comunità musulmane devono mettere in atto e rendere visibili tutte le misure possibili per isolare gli estremisti e i violenti, cose che oggi non sempre fanno; Al momento non ci sono le condizioni politiche per siglare un’Intesa con l’Islam italiano: mancano interlocutori riconosciuti da tutte le comunità, i più rumorosi sono spesso i più impresentabili (uno su tutti, Hamza Roberto Picardo) e comunque il dibattito pubblico difficilmente può consentire allo Stato di finanziare le moschee attraverso lo strumento dell’Otto per Mille; rimane irrisolta una domanda: se non si vuole che i soldi arrivino da Stati stranieri, come finanziare le moschee e le comunità? È giusto pretendere alcuni comportamenti virtuosi, come ad esempio la predica in italiano, non è invece accettabile che ogni qual volta si voglia costruire una moschea si inneschi un dibattito incivile contro la struttura sotto casa, salvo poi lamentarsi dei fedeli che il venerdì si riuniscono nei garage.
Come tenere insieme tutto questo?


Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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