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5 settmebre 2016 - 2 Elul 5776
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parlano davide romano e gadi schoenheit

"Milano, città capofila: un'occasione per noi
per raccontare chi siamo e i nostri valori”

img headerLa Giornata Europea della Cultura ebraica serve a costruire relazioni con la società civile, con le istituzioni, a far conoscere i valori dell'ebraismo e l'importanza della minoranza ebraica all'interno della realtà italiana. E su questi concetti che si sono mossi Davide Romano e Gadi Schoenheit, rispettivamente assessore e vice‐assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano, per realizzare il programma della Giornata nel capoluogo lombardo, quest'anno città capofila della rassegna organizzata per il 18 settembre. “Abbiamo voluto essere noi la città capofila – spiega Romano – perché quest'anno cade il 150enario della nostra Comunità e per cui abbiamo pensato fosse importante dare risalto a questo anniversario”. Un'iniziativa quindi dal valore internazionale ma che sottolinea anche un momento particolare della storia della Keillah meneghina. “Con la Giornata – sottolinea Schoenheit – continuiamo il programma avviato a inizio anno e poi proposto con forza durante il festival Jewish in the city (realizzato in città a fine maggio) diretto a coinvolgere attraverso la cultura diversi spaccati della nostra società”. Milano ha poi scelto di declinare il tema della giornata in modo diverso, parlando del “Potere della parola”. “A riguardo mi sembra significativo e simbolico il fatto che il ministro della Difesa Roberta Pinotti, ospite al Tempio di via Guastalla, venga a parlare di shalom, pace. Un modo per dare un messaggio positivo e dimostra come la cultura sia uno strumento importante per costruire appunto la pace”, sottolinea Schoenheit. Quest'ultimo, così come Romano, ricorda l'importanza poi dello stretto rapporto costruito con le istituzioni cittadine e con la regionimg headere, in particolare nel caso della Giornata con la disponibilità tangibile dimostrata dall'assessore alla Cultura del Comune Filippo Del Corno. L'impegno di Palazzo Marino, sottolineano Romano e Schoenheit, ha portato ad esempio alla concessione dello spazio del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia "Leonardo da Vinci", dove si svolge parte del programma.
In un momento come questo, rileva Romano, “il potere della parola ha poi una rilevanza ulteriore, visto come viene distorta dai radicalisti e per questo bisogna impegnarsi perché questa non venga
utilizzata come arma distruttiva ma come strumento di conoscenza reciproca”. “Crediamo infatti che il tema della lingue ebraiche e della potenza e della  forza della parola, sia stato spesso sottovalutato. - spiega Romano - Con essa, in famiglia e tra amici, possiamo litigare o fare la pace. Sempre attraverso essa, per esempio dallo psicologo, possiamo guarire. Quando poi i politici ne fanno pessimo uso – la storia insegna - possono addirittura scatenare odio e guerre. Proprio per questo crediamo che la parola – e quella ebraica in particolare - abbia un potenziale inesplorato di pace. In questa giornata vogliamo proprio illuminare e valorizzare tutto questo”.
“Chi ha fede – prosegue R
omano - sa bene come le parole che l’Eterno pronunciò per creare l’universo furono pronunciate proprio in ebraico. E nella nostra tradizione le lettere ebraiche sono infatti depositarie della potenza divina. Ma anche i non credenti possono riconoscere l’importanza che hanno avuto nelle coscienze di tutti, quelle sole Dieci Parole (erroneamente tradotte come Dieci Comandamenti).  Combattendo l’ignoranza e portando alla luce la ricchezza contenuta nella lingua e nelle scritture ebraiche, vorremmo portare a scoprire quanto una lingua e le sue parole possano fare la differenza tra il buio della ragione e la luce della conoscenza”.


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milano, lo spettacolo al museo delle scienze che chiude la giornata

Caffé Odessa, un viaggio tra le note ebraiche

img headerÈ un viaggio tra tempi e luoghi diversi per scoprire l’intreccio tra musica, identità ebraica e lingue dell'ebraismo. Si tratta del Caffè Odessa  portato in scena da Miriam Camerini, Manuel Buda e Bruna Di Virgilio, spettacolo che chiuderà l'intensa Giornata della Cultura ebraica a Milano. Dall'ebraico, all'yiddish al ladino, le note accompagneranno il pubblico nei diversi angoli del mondo della diaspora ebraica grazie al progetto ideato e diretto da Camerini.

Sei nata a Gerusalemme, ma italianissima di formazione. Nei tuoi spettacoli attingi da un bel melting pot ebraico, dalla cultura aschenazita a quella sefardita agli Stati Uniti. Ci racconti il tuo percorso?
Ho vissuto a Gerusalemme un anno e poco più, quando ero piccolissima, perché vi si erano trasferiti i miei genitori, facendo l’Aliyah. Ma sono cresciuta, anche artisticamente, a Milano, e in Israele sono tornata a vivere solo nel 2007, per circa quattro anni, per poi ristabilirmi in Italia, fatto salvo il mio costante girovagare.
In Israele ho lavorato come direttrice di produzione in una compagnia teatrale, la Jerusalem Theatre Company, che fa un lavoro per così dire laico, ma su testi della tradizione. Al contempo, studiavo Talmud e ho iniziato a maturare l’idea di coniugare l’arte, il teatro, con la religiosità, l’osservanza.
Ho lavorato su diversi testi ed elementi culturali, soprattutto di matrice aschenazita: il Golem, alcuni testi di Elie Wiesel… nell’universo ebraico dell’est Europa trovo forme di fede, gioia e partecipazione davvero bellissime.

Infatti, nonostante la tua poliedricità, sembri più affascinata dall’universo aschenazita che da quello sefardita. Cosa ti attrae di quel mondo?
La mia famiglia è italiana da generazioni, nessun legame con l’est Europa. Eppure il mio rapporto con la cultura aschenazita è una sorta di affinità elettiva, nonché l’oggetto della mia tesi di laurea. Per diversi motivi, durante la mia crescita artistica, sono stata conquistata da quell’universo. Mi piacciono i suoi autori, l’idea del chassidismo, con la sua spiritualità altissima, che esprime un grande amore anche “fisico” per la vita. Il chassidismo ha coniugato spiritualità e sensualità… io cerco di fare qualcosa del genere, di andare nella stessa direzione
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(foto di Luca Piva)

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roma, nel programma diversi approfondimenti sull'antico dialetto

Il giudaico-romanesco, lingua di famiglia

img headerSimona Foà è ricercatrice e docente di critica letteraria e letterature comparate all’Università di Roma Tor Vergata. In occasione della Giornata europea della cultura ebraica, sarà tra i relatori del convegno “Il giudaico romanesco: passato, presente e futuro di un’antica lingua”, il 18 settembre al Palazzo della Cultura a Roma. Ha inoltre curato i pannelli della mostra “È tutta 'na commedia”, realizzata da Memoria srl, in collaborazione con ADEI WIZO, Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) e Centro Romano di Studi sull’Ebraismo (CERSE).

Professoressa, da dove nasce il suo interessamento per il giudaico romanesco?
Il mio interesse per il giudaico romanesco si inquadra all’interno dei miei studi sulla letteratura prodotta dagli ebrei in Italia dal Medioevo alla contemporaneità.

Esattamente, cos’è il giudaico romanesco, e qual è la sua storia?
Il giudaico-romanesco appartiene alla famiglia delle cosiddette parlate giudeo-italiane, ossia alle lingue usate tra il XVI la fine del XIX secolo in Italia dagli ebrei che vivevano all’interno dei ghetti, e, come queste, è caratterizzato soprattutto dalla presenza di vocaboli o forme linguistiche provenienti dalla lingua ebraica. Con l’apertura del ghetto nella seconda metà del XIX secolo, il giudaico-romanesco era destinato a scomparire come lingua di uso quotidiano, perché gli ebrei ormai potevano parlare non solo fra loro, ma anche con il resto della città. Sopravvissuto nel parlato soprattutto come lingua familiare, nel corso del XX secolo il giudaico-romanesco è riuscito a trasformarsi in una lingua letteraria grazie al poeta Crescenzo Del Monte.

Qual è l’"anima" intima di questo linguaggio? Lingua del ghetto, della separazione, ma anche della tradizione ebraica romana...
È difficile definire l’“anima” di una lingua prescindendone dall’uso. Nel suo uso il giudaico romanesco è stata senz’altro la lingua della povertà e della separazione in quanto era usata soprattutto dalla parte più povera, anche culturalmente, degli abitanti del ghetto. Inoltre essa si può considerare come una sorta di “linguaggio cifrato”, per così dire, perché usata per non farsi capire in contesti quotidiani o difficili. Ricordo che mia madre e mia nonna usavano parlare fra loro in giudaico romanesco quando non volevano farsi capire da noi bambini.
Una importante caratteristica del giudaico romanesco rispetto al romanesco, è di essere linguisticamente più arretrato, perché, essendo stato utilizzato da una comunità di parlanti che viveva nel chiuso delle mura del ghetto, ha risentito meno dell’influenza che dal XVI secolo in poi il romanesco ha subìto da parte del toscano. In questo modo ha mantenuto delle forme linguistiche che lo avvicinano ai dialetti meridionali, come il napoletano.

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il programma di firenze e siena

Chi inventò l'esperanto

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Un programma ampio e molto ricco quello realizzato di concerto da Firenze, città capofila della Giornata lo scorso anno, e Siena.
Nel capoluogo Toscano, le iniziative avranno come epicentro come sempre la Sinagoga di Via Farini e l’antistante giardino. La Giornata si aprirà alle 10.30, con i saluti istituzionali e una conferenza sul tema “Lingue e dialetti ebraici”. Dando il via alle visite guidate alla Sinagoga e al museo ebraico, con focus sul tema della Giornata.
Tra gli approfondimenti, quello su Ludwik Zamenhof, l’inventore dell’Esperanto, il geniale progetto per un linguaggio universale, con Fabrizio Angelo Pennacchietti, professore emerito dell’Università di Torino, e un ricordo di Elie Wiesel di Daniel Vogelman, fondatore della casa editrice Giuntina, editore italiano de “La notte”.
Alle 13.00, “I linguaggi del gusto: viaggio gastronomico nella tradizione ebraica”, assaggi di delicatezze ebraiche ashkenazite e sefardite curate da Ariel Hagen, e alle segue 14.00 Balagan Café Orkestar, viaggio attraverso la musica ebraica.
Tanti appuntamenti anche a Siena, dove la sinagoga di Vicolo delle Scotte sarà visitabile durante tutto il giorno.  Gli appuntamenti inizieranno alle 10.00, con i saluti di benvenuto e l’inaugurazione della mostra “Soferut-Arte calligrafica ebraica”, con opere di Rav Crescenzo Piattelli in conversazione con l’autore Anna Di Castro.
 

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il programma di venezia

Come si parla in Ghetto

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A Venezia, nell’anno in cui si ricordano i 500 anni dall’istituzione del Ghetto con tanti importanti eventi, si celebrerà la Giornata con un fitto calendario di appuntamenti.
La Giornata in laguna si aprirà alle 10.00 nella Sala conferenze del Palazzo Regione Grandi Stazioni, con i saluti istituzionali e una lectio magistralis del linguista francese Claude Hagège, noto anche per le sue capacità di poliglotta (possiede capacità espressive in decine di lingue lingue diverse).
A seguire, intervento del Rabbino Capo Scialom Bahbout su “La forza della parola” e una conferenza sulla parlata giudeo-veneziana.
Dalle 10.00 alle 19.00 saranno aperte e visitabili gratuitamente le sinagoghe in campo di Ghetto Nuovo e Vecchio. Durante la mattinata si potrà inoltre visitare (partenza ore 9.30) l´antico cimitero ebraico in Lido riviera S. Nicolò, con visita guidata a cura di Aldo Izzo.
Alle 10.00 aprirà il Museo Ebraico (Cannaregio 2902/b) e sarà inaugurata la bella mostra fotografica di Graziano Arici: “Passato prossimo. Il ghetto di Venezia 1986-2016”. All´interno del Museo un angolo speciale, ispirato al tema di quest’anno: #‎oggiscrivoebraico‬, per imparare le lettere dell’alfabeto ebraico.  Alle 12.00 e alle 16.00, sempre al Museo ebraico, si terranno lezioni sulla lingua ebraica per principianti, mentre alle 18.00 Agata Brusegan, conservatrice IRE (Archivio Istituzioni di Ricovero e di Educazione) interviene su “I catecumeni nei documenti degli archivi veneziani”.


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