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A quarant’anni dall’operazione Entebbe
Netanyahu in visita in Africa
nuovi alleati contro il terrore

Schermata 2016-07-05 alle 12.05.35L’arrivo la scorsa settimana in Uganda del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha segnato una data storica: dopo quasi trent’anni, un Premier israeliano è tornato a visitare uno Stato dell’Africa Sub-Sahariana. Un vertice che, al fianco di Netanyahu, vede protagonisti i capi di governo di Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania, Zambia e Uganda. Un vertice che costituisce, annuncia un comunicato congiunto dei diversi Stati coinvolti, “l’apertura di una nuova era nelle relazioni tra Israele e i paesi dell’Africa”. Obiettivo della missione, rinsaldare la collaborazione sul fronte della sicurezza e della lotta al terrorismo internazionale così come della cooperazione economica. “Credo nell’Africa. Credo nel suo futuro e nella collaborazione tra di noi per questo futuro. Questo incontro è un punto di svolta per Israele rispetto ai legami con un più ampio numero di paesi africani – ha dichiarato Netanyahu durante il summit – Pensiamo di poter essere il vostro partner perfetto. Israele sta tornando in Africa. L’Africa sta tornando in Israele”.

Ma per Netanyahu, e non solo, la visita in Africa ha anche un significato simbolico particolarmente significativo: la sua prima tappa è stata l’Uganda e qui ha commemorato il quarantesimo anniversario dalla celebre operazione Entebbe: la missione che nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1976 portò segretamente un commando di militari israeliani all’aeroporto internazionale di Entebbe, in Uganda, dove i soldati di Tsahal, guidati dal fratello di Netanyahu Yonathan (rimasto ucciso nell’operazione), riuscirono a liberare 106 passeggeri e membri dell’equipaggio del volo Air France 139, tenuti in ostaggio da un gruppo di terroristi palestinesi e tedeschi. “Fu una vittoria non solo per Israele ma per tutta l’umanità”, ha dichiarato il Primo ministro d’Israele a Entebbe, ricordando “la missione storica, eroica e indimenticabile” dei soldati israeliani, tra cui il fratello Yoni. “Atterrarono nel mezzo della notte in un Paese guidato da un dittatore brutale, Idi Amin, che aveva offerto rifugio ai terroristi. Oggi, siamo atterrati in pieno giorno e siamo stati accolti da un presidente che combatte il terrorismo”. Quel presidente è Yoweri Museveni, che nel suo discorso ha dichiarato che Gerusalemme “fece bene a lanciare quell’operazione”, riconoscendo i crimini del dittatore ugandese, Idi Amin Dada. Quest’ultimo, eccentrico e violento (sotto il suo regime furono uccise decine di migliaia di ugandesi), simboleggia la virata che ebbero i rapporti tra Israele e i paesi dell’Africa Sub-Sahariana: negli anni 60 il dittatore aveva rapporti con lo Stato ebraico così come altri stati dell’area. Il cambio arrivò negli anni ’70, con l’influenza di Gheddafi e la pressione dei paesi arabi. Questi ultimi promisero aiuti economici alle nazioni africane ma in cambio i rapporti con Gerusalemme dovevano saltare. E così fu, con il dittatore ugandese trasformatosi in particolare in un nemico d’Israele, come dimostrò la sua decisione di lasciar atterrare a Entebbe i terroristi che avevano dirottato l’aereo dell’Air France diretto da Tel Aviv a Parigi e preso in ostaggio decine di israeliani.
“In Africa siamo stati nella lista nera per anni, cacciati in pratica dalle pressioni politiche”, ha sottolineato Netanyahu intervistato da un quotidiano ugandese. Ora però la situazione è cambiata.
Come rileva il Washington Post, con l’aumento del jihadismo in tutto il continente, da Boko Haram in Nigeria ad al-Shabab in Somalia (legato ad Al-Qaeda), Israele ha trovato un terreno comune con paesi come Kenya, Uganda e Nigeria: la lotta la terrorismo islamista. Da qui l’intensificarsi dei rapporti tra Gerusalemme e queste nazioni, con l’inserirsi nel quadro della cooperazione dei servizi di intelligence anche di una collaborazione economica. “È una grande opportunità. – ha dichiarato Netanyahu – Noi abbiamo risolto il nostro problema con l’acqua, anche se abbiamo una terra molto secca. Noi siamo riusciti a risolvere il nostro problema agricolo”. E questo know-how potrà essere messo a disposizione dei paesi africani. Anzi, in realtà sono già molti i progetti portati avanti da privati e aziende pubbliche israeliane con Stati africani. Secondo ynet, Gerusalemme ha previsto un pacchetto di investimenti da 13 milioni diretto a questi paesi e incentrato sui settori dell’agricoltura, della sanità e della sicurezza.
Nella delegazione, al fianco del Premier, c’era anche un nutrito gruppo di uomini d’affari (un’ottantina), che rappresentavano 50 aziende israeliane che lavorano già nel continente.
Altro motivo della visita in Africa, il progetto di Netanyahu di gettare le basi per cambiare l’orientamento internazionale nei confronti di Israele. In particolare, il progetto è quello di allentare la pressione dell’Onu, spostando una parte degli Stati africani a favore di Gerusalemme. Fino ad ora il supporto è stato pressoché nullo: nel 2012 per esempio, nessun paese africano all’Onu ha votato contro all’Assemblea generale per la mozione di riconoscimento dei palestinesi come Stato osservatore. Nell’ultimo periodo questo blocco (che conta 54 paesi) ha cominciato a non essere così compatto. “Oggi abbiamo un gruppo di paesi che sono disposti a votare per noi”, ha dichiarato al Financial Times Yoram Elron, responsabile delle relazioni con l’Africa del ministero degli Esteri israeliano. “Questo è uno dei motivi per cui l’Africa sta crescendo di importanza per noi”. Secondo l’Economist, Israele sta anche cercando di confrontarsi con i tentativi iraniani di guadagnare influenza nella regione e vuole impedire il contrabbando di armi dall’Iran a Hezbollah e Hamas attraverso l’Oceano Indiano e il Corno d’Africa. “L’Iran sta cercando di ottenere influenza in Africa da tempo”, ha affermato alla rivista inglese un alto diplomatico israeliano. “E sta invitando i leader africani a Teheran e noi non vogliamo vedere l’Iran prendere piede lì”.

Daniel Reichel