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 23 dicembre 2016 - 23 Kislev 5777
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
Molto spesso, per lavoro, partecipo ad incontri di studio biblici con gruppi di turisti italiani provenienti dal mondo dell’attivismo cattolico in visita in Israele ed nei territori autonomi di Palestina.
Ovviamente, pur partendo da temi biblici, nelle pause o nelle serate conviviali si parla della realtà di questo straordinario paese e della sua storia, della sua politica e della sua unicità, bella o brutta che sia. Questi gruppi, visitando per ovvi motivi spirituali anche Betlemme, hanno sempre la domanda, che io chiamo, con il “sospiro”: “Perché quel muro? I muri dividono, non uniscono!”.
 
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
Fermo ad aspettare l’ennesimo treno, vedo passare un trasporto merci carico di container. Le merci non conoscono ideologie né identità, non si fanno la guerra perché il loro interscambio dipende da un mezzo indispensabile e neutrale, democratico e antirazzista, troppo spesso ingiusto: il denaro. Lo storico israeliano Harari per la verità sostiene che il denaro di per sé non è né giusto né ingiusto, ma neutro e del tutto virtuale. Una convenzione che mette d’accordo tutti gli umani, anche quando fra loro si dichiarano nemici. Può essere, ma è anche certo che il suo uso genera ingiustizie.
 
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Onu, risoluzione sospesa
Aoveva essere votata ieri a New York una risoluzione che condannava gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Israele aveva protestato, sottolineando che in un momento in cui in Siria ci sono eccidi l’Onu sceglieva ancora una volta di guardare altrove e prendersela con lo Stato ebraico. La risoluzione, presentata dall’Egitto, per il momento però è stata sospesa. Il Cairo ha deciso di ascoltare in parte le richieste di Gerusalemme, accettando di posticipare la presentazione della risoluzione al Consiglio di sicurezza. Anche il futuro presidente degli Stati Uniti Trump era intervenuto sulla questione, chiedendo che venisse posto il veto Usa alla risoluzione Onu che chiedeva “la fine immediata e completa di tutti gli insediamenti nei Territori palestinesi, inclusa Gerusalemme Est” (Avvenire).

Roma e le storie della Shoah. Sul Corriere Sette Andrea Riccardi scrive della mostra in corso nella Capitale alla Casina dei Vallati, sede della Fondazione del Museo della Shoah di Roma, sulla razzia degli ebrei del 16 ottobre 1943. “Uno degli aspetti più toccanti sono le immagini dei persecutori e delle vittime. Abbiamo letto tante ricostruzioni, ma forse non abbiamo mai visto i volti. Ci sono tante foto di ebrei poi deportati: bambini, feste di famiglia, adulti e anziani. – racconta Riccardi, parlando dell’esposizione curata da Marcello Pezzetti – Ricordano una vita indifesa, tra tante difficoltà (come le leggi razziste del1938), ma serena e inconsapevole del prossimo annientamento. Ci sono i resti di tante esistenze, conservati gelosamente in archivi familiari degli scomparsi”.

La Memoria e lo sport. Gianni Mura sul Venerdì di Repubblica racconta la storia del nuotatore francese Alfred Nakache, sopravvissuto ad Auschwitz. Nakache fu un campione in vasca prima della Shoah ma il nazifascismo ne distruggerà la vita (nei campi di concentramento perderà la moglie). Nonostante tutto, riuscirà a tornare in vasca ad altissimi livelli anche dopo l’immane tragedia.

La Siria di cui non si parla. “Non dimenticate i curdi”, è l’appello lanciato da Michele Rech, in arte Zerocalcare, su quanto sta accadendo in Siria. Autore del fumetto Kobane calling, Zerocalcare, oggi intervistato da Repubblica, torna a raccontare della realtà del Rojava curdo (domani sul quotidiani uscirà una sua storia a fumetti legato al tema): “La cosa fondamentale è una sola – spiega Zerocalcare – il riconoscimento internazionale dell’esperienza dei curdi alla fine della guerra. E quindi che venga riconosciuta l’esistenza dello stato del Rojava e l’idea di federalismo democratico a cui è ispirato quando le grandi potenze andranno a spartirsi la Siria. Più persone sanno che cos’è il Rojava, chi sono i curdi, quale è stato il loro ruolo, meglio è”.
 
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  davar
sospeso il voto contro gli insediamenti
Egitto rinuncia a risoluzione Onu "Su Israele, aspettiamo Trump"
Per il momento la risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania non verrà votata alle Nazioni Unite. Era stata presentata al Palazzo di Vetro la scorsa notte dall'Egitto, sorprendendo la diplomazia israeliana. Ma sempre l'Egitto ha deciso di fare un passo indietro e posticipare a tempo indeterminato la richiesta di voto sulla risoluzione. In quest'ultima, come anticipato su questo notiziario, si affermava che gli insediamenti non “hanno alcuna validità legale”, sono “una palese violazione” del diritto internazionale e si chiede l’“immediata e completa cessazione di ogni attività” a loro legata “nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme est” (dal testo della risoluzione).
La scelta del presidente egiziano Al Sisi di sospendere l'iter per il voto è stata dettata dalla pressione diplomatica israeliana, che ha chiesto aiuto anche al futuro presidente Usa Donald Trump. “Dopo aver capito che l'amministrazione Usa (quella attuale) non avrebbe posto il veto alla risoluzione contro Israele, diplomatici israeliani hanno contattato il comitato di transizione di Trump per chiedere aiuto al presidente eletto ed evitare la risoluzione”, ha dichiarato all'agenzia di stampa Afp un diplomatico israeliano. E il futuro inquilino della Casa Bianca è intervenuto prima denunciando pubblicamente la risoluzione - “gli Usa devono porre il veto” aveva dichiarato – poi parlando direttamente con Al Sisi. Nelle scorse ore infatti l'ufficio della presidenza egiziana ha diffuso un comunicato dicendo che nella conversazione telefonica Al Sisi e Trump (nell'immagine l'incontro tra i due lo scorso settembre a New York) hanno convenuto “sull'importanza di dare una possibilità alla nuova amministrazione americana di trattare in modo completo ed esauriente i diversi aspetti della questione palestinese, con l'obiettivo di raggiungere una completa e definitiva risoluzione al conflitto decennale”.
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il caso che ha coinvolto una famiglia ebraica
Gli Usa e la protesta inventata
Storia di una bufala natalizia 

A Lancaster, in Pennsylvania, una famiglia ebraica ha protestato contro la recita di Natale organizzata nella scuola elementare del figlio. La scuola ha cancellato l'evento. Fox News e il sito Breitbart hanno rilanciato la notizia, sostenendo che dei “genitori si sono lamentati perché nella recita (basata su A Christmas Carol di Charles Dickens) c'era la frase 'Dio ci benedica, benedica tutti noi'”. A causa della notizia riportata da Fox News e il sito Breitbart, la famiglia ebraica ha subito pressioni e per paura di ritorsioni ha deciso di lasciare la contea di Lancaster. Fin qui il resoconto di quanto è emerso dai media nelle scorse ore: il problema è che i fatti riportati in questo modo sono falsi e sono l'ennesima dimostrazione del proliferare di informazioni non verificate quando non volutamente distorte.
La famiglia ebraica di Lancaster esiste e aveva chiesto alla scuola elementare in questione se il figlio poteva non partecipare alla recita. Una richiesta accordata dalla scuola che poi però, per questioni legate al monte ore – e non per la protesta dei genitori – ha scelto di rinunciare alla recita. Alcuni educatori inoltre avevano chiesto di evitare di mettere in scena A Christmas Carol “in modo da rispettare le diverse origini culturali e religiose rappresentate dagli studenti della scuola”.
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la proposta di una comunità ebraica polacca
'Ospitiamo i siriani a Breslavia,
l'accoglienza è un valore ebraico'

La comunità ebraica di Breslavia, in Polonia occidentale ha presentato una richiesta alle autorità locali per avere il permesso di ospitare una famiglia siriana di Aleppo.
Alexander Gleichgewicht, il presidente della comunità ebraica Breslavia, ha detto che la comunità fornirà ai rifugiati un tetto, soldi per vivere, e la possibilità di frequentarela scuola.
“Vorremmo prenderci cura di una famiglia con uno o più bambini, e fornire loro una vita tranquilla qui per tutto il tempo che vogliono”, ha detto Gleichgewicht a Radio Breslavia. “Spero che altre organizzazioni, altre chiese di altre denominazioni, si uniranno a questo progetto in seguito”.
Secondo Gleichgewicht, la comunità ebraica deve aiutare e prendersi cura dei profughi perché nella sua storia ha conosciuto sia la sofferenza e sia l'aiuto disinteressato.
“Si tratta di un debito che dobbiamo pagare”, ha affermato.
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pilpul
Mercatini, libertà, laicità
Il 5777 – circostanza che capita ogni 19 anni – vede la perfetta coincidenza tra prima sera di Chanukkah e la vigilia di Natale, con la conseguente coincidenza tra l’ultima sera e il Capodanno. Non saprei dire se in assoluto questa sia la formula più gradevole: personalmente preferisco quando Chanukkah arriva prima e si può godere dell’atmosfera festiva mentre tutti intorno a noi sono ancora lì ad affannarsi nei preparativi. Anche questa coincidenza ha comunque i suoi vantaggi: ci si possono scambiare auguri perfettamente sincronizzati, gli otto giorni di Chanukkah sono otto giorni di vacanza, si può festeggiare il primo giorno con una bella sciata su piste eccezionalmente poco affollate. Intanto attorno a noi ci sono le luci, lo shopping, la corsa ai regali: un mondo sfavillante che non ci riguarda.

Anna Segre, insegnante
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Luce a Berlino
Nel Cielo sopra Berlino (1987) un angelo guarda la città dal campanile diroccato della Gedächtniskirche, “la chiesa della memoria” perché distrutta nei bombardamenti aerei del 1943. Sotto, la piazza è dedicata a Rudolf Breitscheid, un esponente socialdemocratico arrestato dalla Gestapo e deportato nel campo di Buchenwald, dove ha trovato la morte. Chi conosce Berlino ha presente l'immagine di una città mutaforma, in continua trasformazione, che non ha smesso di fare i conti con la propria storia e la propria memoria, a volte cancellata – si pensi che sono quasi assenti i simboli del passato nazionalsocialista – e a volte musealizzata. Berlino non è Roma o Napoli, il passato non convive e dialoga con il futuro, in un continuo, eterno presente, si sente un certo imbarazzo nei confronti della storia moderna, si cerca anzi di rievocare o ricostruire ex novo periodi più “fastosi”, come il medioevo, o comunque tutto ciò che è anteriore al 1933.

Francesco Moises Bassano
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