
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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Molto
spesso, per lavoro, partecipo ad incontri di studio biblici con gruppi
di turisti italiani provenienti dal mondo dell’attivismo cattolico in
visita in Israele ed nei territori autonomi di Palestina.
Ovviamente, pur partendo da temi biblici, nelle pause o nelle serate
conviviali si parla della realtà di questo straordinario paese e della
sua storia, della sua politica e della sua unicità, bella o brutta che
sia. Questi gruppi, visitando per ovvi motivi spirituali anche
Betlemme, hanno sempre la domanda, che io chiamo, con il “sospiro”:
“Perché quel muro? I muri dividono, non uniscono!”.
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
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Fermo
ad aspettare l’ennesimo treno, vedo passare un trasporto merci carico
di container. Le merci non conoscono ideologie né identità, non si
fanno la guerra perché il loro interscambio dipende da un mezzo
indispensabile e neutrale, democratico e antirazzista, troppo spesso
ingiusto: il denaro. Lo storico israeliano Harari per la verità
sostiene che il denaro di per sé non è né giusto né ingiusto, ma neutro
e del tutto virtuale. Una convenzione che mette d’accordo tutti gli
umani, anche quando fra loro si dichiarano nemici. Può essere, ma è
anche certo che il suo uso genera ingiustizie.
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Onu, risoluzione sospesa
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Aoveva
essere votata ieri a New York una risoluzione che condannava gli
insediamenti israeliani in Cisgiordania. Israele aveva protestato,
sottolineando che in un momento in cui in Siria ci sono eccidi l’Onu
sceglieva ancora una volta di guardare altrove e prendersela con lo
Stato ebraico. La risoluzione, presentata dall’Egitto, per il momento
però è stata sospesa. Il Cairo ha deciso di ascoltare in parte le
richieste di Gerusalemme, accettando di posticipare la presentazione
della risoluzione al Consiglio di sicurezza. Anche il futuro presidente
degli Stati Uniti Trump era intervenuto sulla questione, chiedendo che
venisse posto il veto Usa alla risoluzione Onu che chiedeva “la fine
immediata e completa di tutti gli insediamenti nei Territori
palestinesi, inclusa Gerusalemme Est” (Avvenire).
Roma e le storie della Shoah. Sul Corriere Sette Andrea Riccardi scrive
della mostra in corso nella Capitale alla Casina dei Vallati, sede
della Fondazione del Museo della Shoah di Roma, sulla razzia degli
ebrei del 16 ottobre 1943. “Uno degli aspetti più toccanti sono le
immagini dei persecutori e delle vittime. Abbiamo letto tante
ricostruzioni, ma forse non abbiamo mai visto i volti. Ci sono tante
foto di ebrei poi deportati: bambini, feste di famiglia, adulti e
anziani. – racconta Riccardi, parlando dell’esposizione curata da
Marcello Pezzetti – Ricordano una vita indifesa, tra tante difficoltà
(come le leggi razziste del1938), ma serena e inconsapevole del
prossimo annientamento. Ci sono i resti di tante esistenze, conservati
gelosamente in archivi familiari degli scomparsi”.
La Memoria e lo sport. Gianni Mura sul Venerdì di Repubblica racconta
la storia del nuotatore francese Alfred Nakache, sopravvissuto ad
Auschwitz. Nakache fu un campione in vasca prima della Shoah ma il
nazifascismo ne distruggerà la vita (nei campi di concentramento
perderà la moglie). Nonostante tutto, riuscirà a tornare in vasca ad
altissimi livelli anche dopo l’immane tragedia.
La Siria di cui non si parla. “Non dimenticate i curdi”, è l’appello
lanciato da Michele Rech, in arte Zerocalcare, su quanto sta accadendo
in Siria. Autore del fumetto Kobane calling, Zerocalcare, oggi
intervistato da Repubblica, torna a raccontare della realtà del Rojava
curdo (domani sul quotidiani uscirà una sua storia a fumetti legato al
tema): “La cosa fondamentale è una sola – spiega Zerocalcare – il
riconoscimento internazionale dell’esperienza dei curdi alla fine della
guerra. E quindi che venga riconosciuta l’esistenza dello stato del
Rojava e l’idea di federalismo democratico a cui è ispirato quando le
grandi potenze andranno a spartirsi la Siria. Più persone sanno che
cos’è il Rojava, chi sono i curdi, quale è stato il loro ruolo, meglio
è”.
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sospeso il voto contro gli insediamenti
Egitto rinuncia a risoluzione Onu "Su Israele, aspettiamo Trump"
Per
il momento la risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani in
Cisgiordania non verrà votata alle Nazioni Unite. Era stata presentata
al Palazzo di Vetro la scorsa notte dall'Egitto, sorprendendo la
diplomazia israeliana. Ma sempre l'Egitto ha deciso di fare un passo
indietro e posticipare a tempo indeterminato la richiesta di voto sulla
risoluzione. In quest'ultima, come anticipato su questo notiziario, si
affermava che gli insediamenti non “hanno alcuna validità legale”, sono
“una palese violazione” del diritto internazionale e si chiede
l’“immediata e completa cessazione di ogni attività” a loro legata “nei
territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme est” (dal testo
della risoluzione).
La scelta del presidente egiziano Al Sisi di sospendere l'iter per il
voto è stata dettata dalla pressione diplomatica israeliana, che ha
chiesto aiuto anche al futuro presidente Usa Donald Trump. “Dopo aver
capito che l'amministrazione Usa (quella attuale) non avrebbe posto il
veto alla risoluzione contro Israele, diplomatici israeliani hanno
contattato il comitato di transizione di Trump per chiedere aiuto al
presidente eletto ed evitare la risoluzione”, ha dichiarato all'agenzia
di stampa Afp un diplomatico israeliano. E il futuro inquilino della
Casa Bianca è intervenuto prima denunciando pubblicamente la
risoluzione - “gli Usa devono porre il veto” aveva dichiarato – poi
parlando direttamente con Al Sisi. Nelle scorse ore infatti l'ufficio
della presidenza egiziana ha diffuso un comunicato dicendo che nella
conversazione telefonica Al Sisi e Trump (nell'immagine l'incontro tra
i due lo scorso settembre a New York) hanno convenuto “sull'importanza
di dare una possibilità alla nuova amministrazione americana di
trattare in modo completo ed esauriente i diversi aspetti della
questione palestinese, con l'obiettivo di raggiungere una completa e
definitiva risoluzione al conflitto decennale”. Leggi
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la proposta di una comunità ebraica polacca
'Ospitiamo i siriani a Breslavia,
l'accoglienza è un valore ebraico'
La
comunità ebraica di Breslavia, in Polonia occidentale ha presentato una
richiesta alle autorità locali per avere il permesso di ospitare una
famiglia siriana di Aleppo.
Alexander Gleichgewicht, il presidente della comunità ebraica
Breslavia, ha detto che la comunità fornirà ai rifugiati un tetto,
soldi per vivere, e la possibilità di frequentarela scuola.
“Vorremmo prenderci cura di una famiglia con uno o più bambini, e
fornire loro una vita tranquilla qui per tutto il tempo che vogliono”,
ha detto Gleichgewicht a Radio Breslavia. “Spero che altre
organizzazioni, altre chiese di altre denominazioni, si uniranno a
questo progetto in seguito”.
Secondo Gleichgewicht, la comunità ebraica deve aiutare e prendersi
cura dei profughi perché nella sua storia ha conosciuto sia la
sofferenza e sia l'aiuto disinteressato.
“Si tratta di un debito che dobbiamo pagare”, ha affermato. Leggi
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Mercatini, libertà, laicità
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Il
5777 – circostanza che capita ogni 19 anni – vede la perfetta
coincidenza tra prima sera di Chanukkah e la vigilia di Natale, con la
conseguente coincidenza tra l’ultima sera e il Capodanno. Non saprei
dire se in assoluto questa sia la formula più gradevole: personalmente
preferisco quando Chanukkah arriva prima e si può godere dell’atmosfera
festiva mentre tutti intorno a noi sono ancora lì ad affannarsi nei
preparativi. Anche questa coincidenza ha comunque i suoi vantaggi: ci
si possono scambiare auguri perfettamente sincronizzati, gli otto
giorni di Chanukkah sono otto giorni di vacanza, si può festeggiare il
primo giorno con una bella sciata su piste eccezionalmente poco
affollate. Intanto attorno a noi ci sono le luci, lo shopping, la corsa
ai regali: un mondo sfavillante che non ci riguarda.
Anna Segre, insegnante
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Luce a Berlino |
Nel
Cielo sopra Berlino (1987) un angelo guarda la città dal campanile
diroccato della Gedächtniskirche, “la chiesa della memoria” perché
distrutta nei bombardamenti aerei del 1943. Sotto, la piazza è dedicata
a Rudolf Breitscheid, un esponente socialdemocratico arrestato dalla
Gestapo e deportato nel campo di Buchenwald, dove ha trovato la morte.
Chi conosce Berlino ha presente l'immagine di una città mutaforma, in
continua trasformazione, che non ha smesso di fare i conti con la
propria storia e la propria memoria, a volte cancellata – si pensi che
sono quasi assenti i simboli del passato nazionalsocialista – e a volte
musealizzata. Berlino non è Roma o Napoli, il passato non convive e
dialoga con il futuro, in un continuo, eterno presente, si sente un
certo imbarazzo nei confronti della storia moderna, si cerca anzi di
rievocare o ricostruire ex novo periodi più “fastosi”, come il
medioevo, o comunque tutto ciò che è anteriore al 1933.
Francesco Moises Bassano
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