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14 marzo 2017 - 16 adar 5777
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L’ULTIMA PROVA DI MAURO COVACICH

Trieste, i passaggi obbligati della città interiore

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Mauro Covacich / LA CITTÀ INTERIORE / La nave di Teseo

Ma Trieste, dove sta, che genere di città è davvero? Mauro Covacich con il suo recentissimo “La città interiore” (La Nave di Teseo edizioni) ripete l’eterno interrogativo e cerca di svelare almeno qualcuno degli interrogativi che cela l’enigmatica, sfuggente città adriatica. Ne sa qualcosa chi ha tentato di portare in giro per le strade triestine la nuova direttrice del Museo e del parco di Miramare, incarico di punta per la politica culturale italiana, luogo mitico e meta ambita dei visitatori provenienti da tutta Europa, appena arrivata dalla complessità di Gerusalemme e subito piombata in tutt’altri, inestricabili labirinti.
img header Covacich è un triestino che ha deciso di navigare nel mare grande. Non si è accontentato di cullarsi nella rassicurante vita culturale ed editoriale sempre rinchiusa nell’area di quel Golfo che apre alle Alpi la scena del Mediterraneo. Si tratta ormai di un autore affermato e maturo, che ha affrontato le proprie prove su scala nazionale e internazionale, che è riconosciuto da tanti lettori sparsi per il mondo.
Della sua città non ha bisogno per scrivere, e in definitiva le sue scelte di vita da Trieste lo hanno portato distante. Eppure Trieste è un vizio assurdo, ci si ricasca continuamente, soprattutto quando si cerca di voltarle le spalle.
E il motivo è semplice: Trieste non è una città. È molto di meno, e contemporaneamente molto di più. Un caleidoscopio di identità e di storie, e non solo un suggestivo fenomeno ambientale e naturalistico.
Covacich cade proprio nel vortice di questo caleidoscopio, dando spazio a un monologo interiore che parte dalle memorie familiari e si espande progressivamente fino a richiamare tutte le genti, tutti i destini d’Europa e tutti i fantasmi che negli ultimi tre secoli a Trieste hanno preso la consuetudine di darsi appuntamento.
Così, fra romanzo, racconto storico, storie piccole e grandi di vita vissuta, ferite personali e drammi collettivi, il libro si espande nel tentativo di assaggiare la vita vera della gente di Trieste. Capitale di tutte le minoranze, teatro di ogni lacerazione, Trieste è anche la città che non riesce mai a scindere i propri pensieri dai destini ebraici. E fra le pagine emerge continuamente anche questo inestricabile legame.
Difficile dire se “La città interiore” possa essere considerato una prova letteraria riuscita, soprattutto quando si richiama in massa sulla scena affollata i protagonisti di mezza letteratura europea del Novecento. Ma certo resta una memorabile antiguida del visitatore. Ma certo è un libro vivo, a tratti palpitante di commozione e di passione. Un viaggio tutto da leggere su questa città mai a proprio agio sulle carte geografiche eppure luogo incessantemente necessario nei percorsi della mente.

gv

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ETICA

La via ebraica tra giustizia e compassione

img headerMassimo Giuliani / LA GIUSTIZIA SEGUIRAI / Giuntina

Massimo Giuliani è docente di pensiero ebraico all’Università di Trento e di filosofia ebraica presso il diploma universitario in studi ebraici dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Autore prolifico, il suo ultimo lavoro per Giuntina si intitola “La giustizia seguirai – Etica e halakhah nel pensiero rabbinico”, una riflessione di ampio respiro sul delicato rapporto tra etica e normativa halakhica. È possibile esporre e comprendere un tema così complesso "stando su un piede solo", ossia in poche e semplici formule? È certamente impresa ardua, che diventa però affascinante quando a tentarla è uno studioso di vasta preparazione, che tenta di tradurre il contenuto di passaggi dei Testi, delle fonti rabbiniche, delle opere dei grandi pensatori, in capitoli comprensibili a un lettore che non vi abbia facilità di accesso. Spaziando anche tra molti e importanti temi di attualità.

Professore, perché un saggio su etica e halakhah?

Nel dibattito attuale sull'ebraismo, e dentro lo stesso mondo ebraico, affiora spesso il sospetto che vi sia un conflitto tra laici e religiosi, “universalisti” i primi e “particolaristi” i secondi, difensori dei principi etici i laici e paladini dell'halakhah i religiosi. In questo testo ho cercato di mostrare che si tratta di una falsa contrapposizione, perché, sebbene la tradizione rabbinica ben conosca la distinzione tra precetti con base etica e razionale e precetti in apparenza solo rituali, la dimensione etica pervade tutta l'halakhà, ossia lo sforzo rabbinico di “fare una siepe” intorno alla Torah per proteggerla e implementarla ad ogni generazione.
In queste pagine ho voluto documentare come la feconda tensione tra le due dimensioni sia una costante del pensiero ebraico, dall'epoca di Hillel e Shammai, e poi Rabbi Aqiva e Ben Azzai, fino ai nostri giorni, ai dibattiti tra Rav Joseph Soloveitchik (uno dei maggiori pensatori dell'halakhà in epoca contemporanea) e i suoi migliori allievi: i rabbini Aharon Lichtenstein, Walter Wurzburger, David Hartman. Passando ovviamente attraverso la grande riflessione di Maimonide, che è estremamente preoccupato di presentare le mitzvot come strumenti per l'elevazione morale e intellettuale dell'essere umano.

Marco Di Porto

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AUTORI D’EUROPa

Predrag Matvejevic, voce dal crogiolo

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Qualche anno fa una giornalista russa, nota per le sue inchieste e i suoi articoli ostili alla politica e all’entourage di Putin, venne misteriosamente assassinata a Mosca, una morte politicamente sospetta, l’ombra di un delitto di Stato. Ricordo il commento malinconicamente beffardo di Predrag Matvejevic: «È colpa della democrazia! Ai tempi di Stalin non sarebbe successo, perché si potevano arrestare le persone, processarle senza garanzie giuridiche e condannarle, anche alla pena capitale, senza prove oggettive. Non era dunque necessario ucciderle per strada. Con la democrazia, invece…».
Quell’umorismo da patibolo, come si dice in tedesco, nasceva dall’amarezza profonda per quella «democratura» che, come Matvejevic diceva coniando questo termine, era spesso succeduta, in modi diversi da come lui e tanti altri avevano sperato, alle dittature a lungo dominanti nell’Europa dell’Est. Di quel frastagliato continente sommerso e a tratti riemergente come un vulcano sottomarino lo stesso Matvejevic era, è, una delle figure più ricche e complesse, un inesausto partigiano della tolleranza e della convivenza, un figliol prodigo sempre pronto a nuovi esodi dall’Europa centro-sud-orientale e a nuovi fraterni ritorni a quella casa così composita.
Nato a Mostar da madre croata e padre ucraino, Matvejevic è l’incarnazione di quel composito crogiolo plurinazionale, plurilingue e pluriculturale, oscillante fra il totalitarismo e l’atomizzazione anarchica, che era ed è il mondo ex absburgico, ex ottomano, ex jugoslavo, ex comunista, ex sovietico.

(disegno di Giorgio Albertini per Pagine Ebraiche, ottobre 2010)

Claudio Magris, Corriere della Sera, 9 marzo 2017

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SAGGISTICa

Così iniziò il negazionismo

narrativa

Vite oltre la porta

Francesco Germinario / NEGAZIONISMO
A SINISTRA / Asterios

All'origine il negazionismo è di sinistra. Fu il comunista antistalinista Paul Rassinier, deportato a Buchenwald, il primo a sostenere che da parte dello stato maggiore nazista non ci fu mai un piano di sterminio degli ebrei, ma che i milioni di «sottouomini» scannati nei campi fu l'inevitabile risultato delle condizioni materiali della guerra (fame, malattie, bombardamenti) e della brutalità dei kapò, tutti o quasi comunisti staliniani e socialdemocratici (di nuovo alleati tra loro da quando il Comintern aveva abbracciato la politica dei fronti popolari). Era un falso storico, naturalmente, come documenta nel suo libro Francesco Germinario, storico dell'antisemitismo e del radicalismo di destra.





Corriere Sette
10 marzo 201
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Eshkol Nevo / TRE PIANI / Neri Pozza


C’è uno stabile residenziale in una imprecisata località di periferia d'Israele, dove tutto è decoroso e ordinato. Ci sono tre piani e ad ogni piano un appartamento. O meglio, tre porte chiuse dietro le quali avvengono cose, più o meno tristi, drammatiche, prevedibili, assurde. Nel suo nuovo romanzo, Eshkol Nevo usa un ardito accorgimento letterario: Tre piani sono infatti tre storie raccontate dai protagonisti a un muto e cangiante interlocutore. Uno scrittore che ascolta senza mai interrompere il flusso della scabrosa confessione, la destinataria di una lunghissima lettera che avrà un oceano e più da attraversare, il nastro di una antiquata segreteria telefonica.


Elena Loewenthal
La Stampa
11 marzo 201
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consigli di lettura

Un ricordo delle Hit Parade

img header“Settimana fondamentale a Hit Parade”. Così ripeteva, ogni settimana, Lelio Luttazzi in veste di voce prestata al programma radiofonico che dal 6 gennaio 1967 e per molti anni dava conto della classifica delle vendite dei 45 giri in Italia. Avevo tredici anni, e per una serie di coincidenze che ancora oggi non so se fossero fauste o infauste, la consideravo un male in sé e per gli effetti che produceva. Non era tanto la questione della inesattezza - o dell’imbroglio - che mi infastidiva, quanto quell’aggettivo che, ripetuto ogni dannata volta, smentiva se stesso, istituendo però in me una sana diffidenza nei confronti di ogni iperbole.
Capivo allora, come ancora oggi, le leggi dello spettacolo che obbligano a sopra o sotto valutare. Allora però confondevo l’arte con lo spettacolo: ora non più - e ne sono lieto perché solo così posso canticchiare una canzonetta e ascoltare Bach. I miei Esercizi sono nati così, per saggiare un disco o un libro come fosse un cibo, per cercare di sentire e capire - masticando a lungo prima di deglutire. Molte letture e molti ascolti ho digerito da allora, e ognuno di loro ha contribuito a formare il mio gusto - e il mio disgusto
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Valerio Fiandra

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