
Elia Richetti,
rabbino
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All’inizio
della Parashà, elencando i figli di Aharòn, la Torah ricorda che i
primi due sono morti “offrendo un fuoco estraneo al cospetto del
Signore, e non avevano figli”. Un aspetto particolare di questo
versetto è che non è detto che “Nadàv e Avihù morirono”, bensì “morì”,
al singolare.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
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PMartedì,
mentre Gerusalemme era in stato d’assedio per la visita di Trump,
fortunatamente mi trovavo all’Istituto Universitario Ben Gurion a Sdé
Bokér nel Neghev per la presentazione del libro “Israele 1967-1977:
Continuità e svolta”. È davvero stata la guerra dei Sei giorni un punto
di svolta nella storia di Israele, oppure è stata solamente un momento
saliente in una storia dominata da processi a più lungo termine? La
risposta è complessa, perché in ogni società, e in particolare in
Israele, vi sono linee di sviluppo diverse collocate su diversi piani e
giudicabili con strumenti diversi. La guerra dei Sei giorni, seguita
dopo sei anni dalla guerra del Kippur, domina il periodo iniziale del
terzo decennio di Israele ed è possibile oggi leggerne l’impatto anche
alla luce dell’esperienza dei decenni successivi. Con i Sei giorni,
Israele crebbe sul piano strategico e militare, assunse un ruolo di
piccola potenza che prima non aveva, aumentò enormemente la sua
visibilità e influenza internazionale, e fatto non secondario,
conquistò per la prima volta una reale prominenza nell’immaginario
degli ebrei della Diaspora. E questo avrebbe grandemente influenzato il
destino degli ebrei sovietici, con risultati di cui Israele avrebbe
beneficiato molti anni dopo. In un certo senso, Israele è realmente
nata nel 1967, non nel 1948.
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"Estremisti? Imam denunciano” |
Dopo
l’attentato di Manchester, la minaccia del terrorismo islamico continua
ad essere al centro delle cronache (insieme naturalmente alla visita di
Trump a Roma e all’incontro con il papa). “Noi imam denunciamo gli
estremisti. E siamo orgogliosi di questa scelta” sostiene il presidente
dell’Ucoii Izzedin Elzir in una intervista a Goffredo Buccini del
Corriere. Al giornalista che gli chiede “In Italia siete un milione e
800 mila: possibile che non riusciamo mai a vedere centomila musulmani
in corteo contro i terroristi”, l’imam risponde: “Noi siamo italiani. E
manifestiamo con i nostri concittadini italiani. Io non voglio fare una
manifestazione di un solo colore religioso, la trappola dei terroristi
è separarci, metterci in un ghetto”. Sostiene inoltre Elzir: “La nostra
reazione si può vedere nei blitz antiterrorismo che dal Nord al Sud
d’Italia vanno a segno anche grazie agli imam”.
Lo sguardo di molti è anche al prossimo G7 di Taormina, oltre al
vertice che si apre in queste ore a Bruxelles. Quali le priorità
dell’Italia in vista dell’appuntamento di questo fine settimana? Il
Sole 24 Ore ricorda come, centrale nel corso dei lavori, sarà il tema
delle migrazioni. Una sfida che riguarda molto da vicino il nostro
paese, come ci ricorda il nuovo e drammatico naufragio nel Canale di
Sicilia. “Serve – scrive il Sole – un regime globale per gestire
sviluppo, sicurezza e rifugiati”.
“Trump non è interessato alla pace tra israeliani e palestinesi, come
non è interessato il suo amico di famiglia Netanyahu. Entrambi vogliono
mantenere lo status quo, quello che dicono e fanno in pubblico è solo
una farsa. La verità è che entrambi non vogliono la nascita di uno
Stato palestinese”. Così Abraham Yehoshua in una intervista al Fatto
Quotidiano.
Inaugurata ieri a Roma, nella sede della Fondazione Museo della Shoah,
la mostra “Sport, sportivi e Giochi olimpici in guerra (1936-1948)”
frutto della collaborazione con il Memoriale della Shoah di Parigi.
Scrive al riguardo Il Messaggero: “I cori razzisti a Muntari dopo
Cagliari-Pescara sono storia di oggi, così come striscioni, insulti,
aggressioni. Se lo sport è un terreno ‘privilegiato’ di
discriminazione, una bella mostra aperta ieri alla Casina dei Vallati
ricorda un’epoca certamente più buia”.
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yom yerushalaim
Gerusalemme, città in festa
A
Gerusalemme decine di migliaia di persone hanno percorso le vie della
Città Vecchia sventolando bandiere israeliane, cantando e festeggiando.
L'occasione, il cinquantesimo anniversario di Yom Yerushalaim, che
ricorda la riunificazione della città avvenuta durante la guerra dei
Sei giorni del 1967. “In queste pietre batte il cuore del popolo
ebraico”, ha affermato durante la cerimonia ufficiale il presidente
d'Israele Reuven Rivlin che ha poi sostenuto che il Paese deve
immediatamente agire per migliorare la qualità della vita nei quartieri
arabi di Gerusalemme Est. “Non possiamo cantare canzoni che lodano una
Gerusalemme unita quando la parte est, la zona in cui vive il 40 per
cento dei suoi abitanti, è la più povera area urbana d'Israele”.
Secondo Rivlin, detenere la sovranità sulla città significa assumersi
la responsabilità di ogni suo singolo residente. Alla cerimonia è
intervenuto anche il capo di Stato maggiore Gadi Eizenkot, che si è
rivolto in particolare ai veterani della guerra del 1967: “avete
riportato al popolo ebraico la sua Capitale eterna - ha affermato
Eizenkot – Voi ricordate la grande gioia e quella sensazione di
orgoglio per la vittoria ma ricordate anche il dolore per il prezzo
pagato, per il sangue versato durante battaglie difficili”.
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IL PRESIDENTE CEI A PAGINE EBRAICHE
"Rav Belgrado, un incontro
che ha segnato la mia vita"
Un
incontro indimenticabile, nelle ore più difficili per Firenze dal
dopoguerra in poi. Novembre 1966: il centro storico ferito
dall’alluvione, una città letteralmente in ginocchio. Le parole di un
grande rabbino, il rav Fernando Belgrado, che gettano una luce in
quelle giornate drammatiche, cariche di angoscia e di interrogativi.
“Quando ho visto che l’acqua cresceva, da ebreo mi sono posto il
problema se prima dovevo salvare la Torah, la Legge, oppure i miei
figli. Però ho avuto un istinto primario e ho salvato i rotoli. Dio mi
ha illuminato, e mi ha dato la forza per salvare anche i miei figli”
dice il rabbino capo, storica figura dell’ebraismo fiorentino del
Novecento, al giovanissimo viceparroco di San Salvi, allora 24enne, che
lo incontra anche nelle vesti di angelo del fango.
Ha ricordato con emozione questo aneddoto il nuovo presidente della
Conferenza Episcopale Italiana Gualtiero Bassetti, rispondendo a una
domanda di Pagine Ebraiche sui suoi rapporti con l’ebraismo nel corso
della conferenza stampa convocata dalla Santa Sede all’indomani della
nomina. “Non dimenticherò mai la testimonianza di questo uomo di
eccezionale spiritualità, che aveva fatto una scelta di coscienza e di
fede” ha spiegato Bassetti al giornale dell’ebraismo italiano.
Adam Smulevich
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European Council of Jewish Communities
La rete delle Comunità ebraiche, per l'Italia ruolo di primo piano
Domenica
dopo un intenso lavoro di preparazione si è riunito a Londra il
Consiglio dell’European Council of Jewish Communities, la piattaforma
europea che permette a comunità e organizzazioni ebraiche di
confrontarsi sui temi dell’educazione, social welfare, giovani e
cultura. Durante l'incontro si è svolta una attenta revisione delle
attività dell'ultimo triennio e sono state definite le strategie per il
nuovo mandato. Durante l'Assemblea Generale, su mandato dei delegati
delle 46 organizzazioni ebraiche europee che aderisco all'ECJC, è stato
inoltre nominato il nuovo Board composto da 15 rappresentanti: Michael
Blake, membro del Board of directors di Jewishcare, è stato eletto
presidente. Per l'Italia Simone Mortara e Arturo Tedeschi sono stati
confermati nel'Executive Committee con le cariche rispettivamente di
Vice Presidente e Tesoriere. Insieme a loro, come delegata dell'UCEI,
ha preso parte ai lavori Sabrina Coen con l'obiettivo di massimizzare
la partecipazione ed il contributo italiano alle iniziative promosse
dell'ecjc. Leggi
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qui milano - memoriale della shoah
Ebrei e armeni, la Memoria
è un impegno comune
“Lo
stupore per il male altrui, quello che Primo Levi racconta di aver
visto sui soldati russi ad Auschwitz, non mi ha mai abbandonato. Per
fortuna mi stupisco ancora perché è ciò che mi rende viva”. Scuotono,
come sempre, le parole della Testimone Liliana Segre che da anni gira
per le scuole per raccontare la sua storia di sopravvissuta ad
Auschwitz. Lo ha fatto anche ieri, chiudendo con la sua testimonianza
il ciclo di incontri organizzato al Memoriale della Shoah di Milano e
dedicato a due delle pagine più buie del Novecento, la Shoah e il Metz
Yeghern, rispettivamente il genocidio ebraico e quello armeno. “Non si
tratta dello stesso fenomeno – ha precisato lo psicanalista David
Meghnagi, direttore del Master Internazionale Didattica della
Shoah dell’Università Roma Tre e assessore alla Cultura dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane, durante il suo intervento – dobbiamo
avere una comprensione specifica dei due genocidi altrimenti non
possiamo capire il presente”. Da qui l'importanza di dedicare spazio e
tempo a parlare delle due tragedie come accaduto nella serie di
appuntamenti al Memoriale della Shoah, organizzati da Vittorio Bendaud
e promossi, fra gli altri, dall’Adei Wizo di Milano, dalla Fondazione
Memoriale della Shoah e dalla Casa Armena-Hay Dun. Al fianco a Meghnagi
e Segre, la scrittrice Antonia Arslan e la filosofa Siobhan Nash
Marshall, con il coordinamento dei lavori affidato a Irene Manzi,
membro dell’Ufficio di Presidenza della Commissione Cultura
della Camera dei Deputati. A chiudere l'incontro, il
vicepresidente della Fondazione del Memoriale Roberto Jarach.
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qui vercelli
Lo striscione della vergogna,
assoluzione per i responsabili
Il
tribunale di Vercelli ha assolto dall'accusa di incitamento all'odio
razziale Alessandro Jacassi e Sergio Caobianco, che nel luglio 2014
avevano appeso un farneticante striscione sulla sinagoga di via Foa con
le scritte "Stop bombing Gaza", "Free Palestine" e "Israele Assassini".
“Al di là dell'esito del primo grado del processo ed in attesa di
valutare se impugnare o meno la sentenza – il commento in una nota
della presidente della Comunità ebraica di Vercelli - il gesto è
ritenuto grave anche solo perché possibile oggetto di pericolose
strumentalizzazioni. Riteniamo, infatti, che il tempio israelita sia un
luogo sacro ed inviolabile, e quindi sarà nostro compito tutelarne,
anche con il prezioso supporto della Questura locale, la sua integrità,
la sua sicurezza e, conseguentemente, denunciare qualsiasi tipo di
oltraggio si dovesse verificare in futuro".
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Setirot
- Responsabilità |
Sono
anche io tra i firmatari della Carta delle responsabilità 2017,
presentata alcuni giorni fa a Milano da Gariwo – La foresta dei Giusti.
Vi hanno già aderito personaggi più o meno noti, moltissimi cittadini
di differenti parti politiche accomunati dal fatto di riconoscersi
nelle sue parole, analisi, prospettive. Che, stringi stringi, sono poi
quel caposaldo assoluto dell’ebraismo che risponde al nome di
responsabilità individuale. Perché, scrive Gabriele Nissim che di
Gariwo è presidente, “… Per sconfiggere il male, bisogna anticipare il
bene… Come è accaduto a tanti giusti nella storia che hanno riempito
uno spazio vuoto e costruito piccole isole di umanità, l’uomo
responsabile nel suo ambito di sovranità offre il suo contributo per
raddrizzare il mondo. Il suo esempio può diventare contagioso e
accendere una scintilla tra gli altri uomini…”. Già, tiqqùn olàm,
riparare il mondo.
Stefano Jesurum, giornalista
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In ascolto - Margaritkalekh |
È
esploso il caldo, l’estate sta arrivando e i prati di montagna sono
punteggiati di margherite, come nei boschi della celebre canzone
Margaritkalekh, in cui i fiorellini sono “piccoli soli con raggi
bianchi, tra la la la...”; come in un sogno, si muove in quel bagliore
la piccola Chava, una ragazzina dalla lunga chioma biondo oro che
sussurra “una semplice melodia, tra la la la...”. Quante volte abbiamo
ascoltato quella bella canzone di Zalman Shneur, poeta e autore di
novelle in ebraico e in yiddish.
Nasce nel 1886 in Bielorussia a Shklov, centro pulsante del movimento
hassidico e punto di riferimento per gli studi; il piccolo Zalman
frequenta il heder e impara l’ebraico moderno e il russo. Ha solo 13
anni quando lascia la famiglia e si trasferisce a Odessa, dove incontra
Hayyim Nachman Bialik, il grande poeta che diventa la sua figura
paterna di riferimento.
Maria Teresa Milano
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Ma non chiamatela liberazione |
Le
strumentalizzazioni e le riscritture del passato allo scopo di
giustificare il presente non sono novità recente. E tuttavia colpisce
il grado con cui dilagano nell’Israele che commemora i cinquant’anni
dalla guerra dei Sei giorni. “Cinquant’anni fa siamo tornati nel cuore
della nostra capitale e del nostro Paese. Cinquant’anni fa non abbiamo
conquistato, abbiamo liberato”, ha detto Benjamin Netanyahu. Vorrei
chiarire che non ho proprio nulla contro i festeggiamenti per
l’unificazione di Gerusalemme, che è un dato di fatto, ma c’è una
parola, “liberazione”, che ho difficoltà a far andare giù. Perché la
guerra dei Sei giorni non è stata mossa dal desiderio israeliano di
“liberare” alcunché, ma dal tentativo di autodifesa di un piccolo Stato
circondato da nemici che ne minacciavano l’annientamento, e che già
avevano, con l’Egitto di Nasser, optato per atti di guerra veri e propri.
Giorgio Berruto, HaTikwà/Ugei
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Forse non tutto è perduto
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Scrive
Yehudit Hendel in I villaggi del silenzio: diario di un viaggio in
Polonia (Guida 2000) a proposito del suo ritorno nel Paese dove nacque
e da cui fece aliyah ancora bambina in epoca del mandato britannico,
che "È impossibile liberarsi dalla sensazione che la Polonia sia un
unico immenso cimitero ebraico" (p. 45), e che la vita ebraica esiste,
appunto, solo nei cimiteri e negli archivi. Ciò è in parte cambiato
negli ultimi decenni, ma è pur vero che la popolazione ebraica continua
a contare numeri miserrimi rispetto a prima della catastrofe.
Sara Valentina Di Palma
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