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  25 maggio 2017 - 29 Iyar 5777
PAGINE EBRAICHE 24


ALEF / TAV DAVAR PILPUL
alef/tav


Elia Richetti,
rabbino
All’inizio della Parashà, elencando i figli di Aharòn, la Torah ricorda che i primi due sono morti “offrendo un fuoco estraneo al cospetto del Signore, e non avevano figli”. Un aspetto particolare di questo versetto è che non è detto che “Nadàv e Avihù morirono”, bensì “morì”, al singolare.
 
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
PMartedì, mentre Gerusalemme era in stato d’assedio per la visita di Trump, fortunatamente mi trovavo all’Istituto Universitario Ben Gurion a Sdé Bokér nel Neghev per la presentazione del libro “Israele 1967-1977: Continuità e svolta”. È davvero stata la guerra dei Sei giorni un punto di svolta nella storia di Israele, oppure è stata solamente un momento saliente in una storia dominata da processi a più lungo termine? La risposta è complessa, perché in ogni società, e in particolare in Israele, vi sono linee di sviluppo diverse collocate su diversi piani e giudicabili con strumenti diversi. La guerra dei Sei giorni, seguita dopo sei anni dalla guerra del Kippur, domina il periodo iniziale del terzo decennio di Israele ed è possibile oggi leggerne l’impatto anche alla luce dell’esperienza dei decenni successivi. Con i Sei giorni, Israele crebbe sul piano strategico e militare, assunse un ruolo di piccola potenza che prima non aveva, aumentò enormemente la sua visibilità e influenza internazionale, e fatto non secondario, conquistò per la prima volta una reale prominenza nell’immaginario degli ebrei della Diaspora. E questo avrebbe grandemente influenzato il destino degli ebrei sovietici, con risultati di cui Israele avrebbe beneficiato molti anni dopo. In un certo senso, Israele è realmente nata nel 1967, non nel 1948.
 
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"Estremisti? Imam denunciano”
Dopo l’attentato di Manchester, la minaccia del terrorismo islamico continua ad essere al centro delle cronache (insieme naturalmente alla visita di Trump a Roma e all’incontro con il papa). “Noi imam denunciamo gli estremisti. E siamo orgogliosi di questa scelta” sostiene il presidente dell’Ucoii Izzedin Elzir in una intervista a Goffredo Buccini del Corriere. Al giornalista che gli chiede “In Italia siete un milione e 800 mila: possibile che non riusciamo mai a vedere centomila musulmani in corteo contro i terroristi”, l’imam risponde: “Noi siamo italiani. E manifestiamo con i nostri concittadini italiani. Io non voglio fare una manifestazione di un solo colore religioso, la trappola dei terroristi è separarci, metterci in un ghetto”. Sostiene inoltre Elzir: “La nostra reazione si può vedere nei blitz antiterrorismo che dal Nord al Sud d’Italia vanno a segno anche grazie agli imam”.

Lo sguardo di molti è anche al prossimo G7 di Taormina, oltre al vertice che si apre in queste ore a Bruxelles. Quali le priorità dell’Italia in vista dell’appuntamento di questo fine settimana? Il Sole 24 Ore ricorda come, centrale nel corso dei lavori, sarà il tema delle migrazioni. Una sfida che riguarda molto da vicino il nostro paese, come ci ricorda il nuovo e drammatico naufragio nel Canale di Sicilia. “Serve – scrive il Sole – un regime globale per gestire sviluppo, sicurezza e rifugiati”.

“Trump non è interessato alla pace tra israeliani e palestinesi, come non è interessato il suo amico di famiglia Netanyahu. Entrambi vogliono mantenere lo status quo, quello che dicono e fanno in pubblico è solo una farsa. La verità è che entrambi non vogliono la nascita di uno Stato palestinese”. Così Abraham Yehoshua in una intervista al Fatto Quotidiano.

Inaugurata ieri a Roma, nella sede della Fondazione Museo della Shoah, la mostra “Sport, sportivi e Giochi olimpici in guerra (1936-1948)” frutto della collaborazione con il Memoriale della Shoah di Parigi. Scrive al riguardo Il Messaggero: “I cori razzisti a Muntari dopo Cagliari-Pescara sono storia di oggi, così come striscioni, insulti, aggressioni. Se lo sport è un terreno ‘privilegiato’ di discriminazione, una bella mostra aperta ieri alla Casina dei Vallati ricorda un’epoca certamente più buia”.
 
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  davar
yom yerushalaim
Gerusalemme, città in festa
A Gerusalemme decine di migliaia di persone hanno percorso le vie della Città Vecchia sventolando bandiere israeliane, cantando e festeggiando. L'occasione, il cinquantesimo anniversario di Yom Yerushalaim, che ricorda la riunificazione della città avvenuta durante la guerra dei Sei giorni del 1967. “In queste pietre batte il cuore del popolo ebraico”, ha affermato durante la cerimonia ufficiale il presidente d'Israele Reuven Rivlin che ha poi sostenuto che il Paese deve immediatamente agire per migliorare la qualità della vita nei quartieri arabi di Gerusalemme Est. “Non possiamo cantare canzoni che lodano una Gerusalemme unita quando la parte est, la zona in cui vive il 40 per cento dei suoi abitanti, è la più povera area urbana d'Israele”. Secondo Rivlin, detenere la sovranità sulla città significa assumersi la responsabilità di ogni suo singolo residente. Alla cerimonia è intervenuto anche il capo di Stato maggiore Gadi Eizenkot, che si è rivolto in particolare ai veterani della guerra del 1967: “avete riportato al popolo ebraico la sua Capitale eterna - ha affermato Eizenkot – Voi ricordate la grande gioia e quella sensazione di orgoglio per la vittoria ma ricordate anche il dolore per il prezzo pagato, per il sangue versato durante battaglie difficili”.
 

LE PAROLE DELL'AMBASCIATORE OREN DAVID
Israele-Santa Sede, legame unico
Le relazioni tra Stato di Israele e Vaticano sono basate su un legame “profondo e unico”. Ad essere condivisi “gli stessi valori, virtù e ideali”.
Così l’ambasciatore dello Stato ebraico presso la Santa Sede, Oren David, nel corso di un intervento tenuto ieri sera in occasione della festa organizzata dalla rappresentanza diplomatica per festeggiare i 69 anni di Israele.
“Il 2017 è per Israele un anno giubilare poiché si celebrano diversi importanti anniversari” ha osservato David. Tra gli altri, il cinquantesimo anniversario della riunificazione di Gerusalemme. “Questo – ha proseguito – è un anniversario molto significativo nella storia del Popolo ebraico. La città di Gerusalemme è la nostra antica capitale sin dal Regno di Davide, circa tremila anni fa”.
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IL PRESIDENTE CEI A PAGINE EBRAICHE
"Rav Belgrado, un incontro
che ha segnato la mia vita"

Un incontro indimenticabile, nelle ore più difficili per Firenze dal dopoguerra in poi. Novembre 1966: il centro storico ferito dall’alluvione, una città letteralmente in ginocchio. Le parole di un grande rabbino, il rav Fernando Belgrado, che gettano una luce in quelle giornate drammatiche, cariche di angoscia e di interrogativi.
“Quando ho visto che l’acqua cresceva, da ebreo mi sono posto il problema se prima dovevo salvare la Torah, la Legge, oppure i miei figli. Però ho avuto un istinto primario e ho salvato i rotoli. Dio mi ha illuminato, e mi ha dato la forza per salvare anche i miei figli” dice il rabbino capo, storica figura dell’ebraismo fiorentino del Novecento, al giovanissimo viceparroco di San Salvi, allora 24enne, che lo incontra anche nelle vesti di angelo del fango.
Ha ricordato con emozione questo aneddoto il nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana Gualtiero Bassetti, rispondendo a una domanda di Pagine Ebraiche sui suoi rapporti con l’ebraismo nel corso della conferenza stampa convocata dalla Santa Sede all’indomani della nomina. “Non dimenticherò mai la testimonianza di questo uomo di eccezionale spiritualità, che aveva fatto una scelta di coscienza e di fede” ha spiegato Bassetti al giornale dell’ebraismo italiano.

Adam Smulevich
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European Council of Jewish Communities
La rete delle Comunità ebraiche, per l'Italia ruolo di primo piano
Domenica dopo un intenso lavoro di preparazione si è riunito a Londra il Consiglio dell’European Council of Jewish Communities, la piattaforma europea che permette a comunità e organizzazioni ebraiche di confrontarsi sui temi dell’educazione, social welfare, giovani e cultura. Durante l'incontro si è svolta una attenta revisione delle attività dell'ultimo triennio e sono state definite le strategie per il nuovo mandato. Durante l'Assemblea Generale, su mandato dei delegati delle 46 organizzazioni ebraiche europee che aderisco all'ECJC, è stato inoltre nominato il nuovo Board composto da 15 rappresentanti: Michael Blake, membro del Board of directors di Jewishcare, è stato eletto presidente. Per l'Italia Simone Mortara e Arturo Tedeschi sono stati confermati nel'Executive Committee con le cariche rispettivamente di Vice Presidente e Tesoriere. Insieme a loro, come delegata dell'UCEI, ha preso parte ai lavori Sabrina Coen con l'obiettivo di massimizzare la partecipazione ed il contributo italiano alle iniziative promosse dell'ecjc.
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qui roma
Quale sport sotto la dittatura,
inaugurata la mostra romana

C’erano soddisfazione e orgoglio ieri nelle parole del presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma Mario Venezia. Soddisfazione, per la qualità dell’allestimento. Orgoglio, per aver implementato una collaborazione così prestigiosa come quella con il Memoriale di Parigi.
Presentato nel corso della mattinata alla stampa, l’allestimento “Sport, sportivi e Giochi olimpici nell’Europa in Guerra (1936-1948)” è stato ufficialmente inaugurato nel pomeriggio alla presenza di rappresentanti istituzionali, vertici comunitari, molti curiosi.
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qui milano - memoriale della shoah
Ebrei e armeni, la Memoria
è un impegno comune

“Lo stupore per il male altrui, quello che Primo Levi racconta di aver visto sui soldati russi ad Auschwitz, non mi ha mai abbandonato. Per fortuna mi stupisco ancora perché è ciò che mi rende viva”. Scuotono, come sempre, le parole della Testimone Liliana Segre che da anni gira per le scuole per raccontare la sua storia di sopravvissuta ad Auschwitz. Lo ha fatto anche ieri, chiudendo con la sua testimonianza il ciclo di incontri organizzato al Memoriale della Shoah di Milano e dedicato a due delle pagine più buie del Novecento, la Shoah e il Metz Yeghern, rispettivamente il genocidio ebraico e quello armeno. “Non si tratta dello stesso fenomeno – ha precisato lo psicanalista David Meghnagi,  direttore del Master Internazionale Didattica della Shoah dell’Università Roma Tre e assessore alla Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, durante il suo intervento – dobbiamo avere una comprensione specifica dei due genocidi altrimenti non possiamo capire il presente”. Da qui l'importanza di dedicare spazio e tempo a parlare delle due tragedie come accaduto nella serie di appuntamenti al Memoriale della Shoah, organizzati da Vittorio Bendaud e promossi, fra gli altri, dall’Adei Wizo di Milano, dalla Fondazione Memoriale della Shoah e dalla Casa Armena-Hay Dun. Al fianco a Meghnagi e Segre, la scrittrice Antonia Arslan e la filosofa Siobhan Nash Marshall, con il coordinamento dei lavori affidato a Irene Manzi, membro dell’Ufficio di Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. A chiudere l'incontro, il vicepresidente della Fondazione del Memoriale Roberto Jarach.
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Yom Yerushalaim – Qui Firenze 
“Ecco la nostra Gerusalemme”
Letture, video, canzoni, musica e testimonianze. Dai grandi intellettuali che l’hanno raccontata nei loro libri a chi ogni giorno, laico o religioso, vive la città nelle sue molteplici sfaccettature e nelle sue sfide quotidiane. Una serata riuscita, a Firenze, per celebrare Yom Yerushalaim (il giorno di Gerusalemme) nel cinquantesimo anniversario dalla riunificazione. Sala gremita e una diversità di voci, per riflettere insieme sul significato di questa ricorrenza.
A curare l’iniziativa l’assessore alla Cultura della Comunità ebraica fiorentina Laura Forti e la Consigliera dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Sara Cividalli.Tra gli intermezzi musicali, una performance della Balagan Cafè Orkestar.
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qui vercelli
Lo striscione della vergogna,
assoluzione per i responsabili

Il tribunale di Vercelli ha assolto dall'accusa di incitamento all'odio razziale Alessandro Jacassi e Sergio Caobianco, che nel luglio 2014 avevano appeso un farneticante striscione sulla sinagoga di via Foa con le scritte "Stop bombing Gaza", "Free Palestine" e "Israele Assassini". “Al di là dell'esito del primo grado del processo ed in attesa di valutare se impugnare o meno la sentenza – il commento in una nota della presidente della Comunità ebraica di Vercelli - il gesto è ritenuto grave anche solo perché possibile oggetto di pericolose strumentalizzazioni. Riteniamo, infatti, che il tempio israelita sia un luogo sacro ed inviolabile, e quindi sarà nostro compito tutelarne, anche con il prezioso supporto della Questura locale, la sua integrità, la sua sicurezza e, conseguentemente, denunciare qualsiasi tipo di oltraggio si dovesse verificare in futuro".
 

jciak
Israeliani a Cannes
Sul red carpet l’abito della ministra della Cultura Miri Regev, con la gonna decorata da una Gerusalemme d’oro di dubbio gusto, ha fatto sensazione strappando titoli ovunque. Per il resto d’Israele poco si parla, al festival di Cannes. Se la scorsa edizione aveva visto in lizza Eran Kolirin (Beyond the Mountains and Hills) e Maha Haj (Personal Affairs) con Asaph Polonsky premiato alla Settimana della critica per Una settimana e un giorno - adesso nelle sale - quest’anno la posta in palio è più stentata. D’israeliano in programma ci sono solo due corti: Heritage - Ben-Mamshich di Yuval Aharoni nella sezione Cinefondation e Soup di Sharon Chetrit nella sezione Creative Minds. A consolazione, Siege – Matzor (1969) del regista di teatro italiano Gilberto Tofano, figlio di Sergio e Rosetta Tofano, con Ghila Almagor e Yehoram Gaon, va in proiezione nella prestigiosa sezione Classici in una nuova versione restaurata dalla Cineteca di Gerusalemme.

Daniela Gross
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  pilpul
Setirot - Responsabilità
Sono anche io tra i firmatari della Carta delle responsabilità 2017, presentata alcuni giorni fa a Milano da Gariwo – La foresta dei Giusti. Vi hanno già aderito personaggi più o meno noti, moltissimi cittadini di differenti parti politiche accomunati dal fatto di riconoscersi nelle sue parole, analisi, prospettive. Che, stringi stringi, sono poi quel caposaldo assoluto dell’ebraismo che risponde al nome di responsabilità individuale. Perché, scrive Gabriele Nissim che di Gariwo è presidente, “… Per sconfiggere il male, bisogna anticipare il bene… Come è accaduto a tanti giusti nella storia che hanno riempito uno spazio vuoto e costruito piccole isole di umanità, l’uomo responsabile nel suo ambito di sovranità offre il suo contributo per raddrizzare il mondo. Il suo esempio può diventare contagioso e accendere una scintilla tra gli altri uomini…”. Già, tiqqùn olàm, riparare il mondo.

Stefano Jesurum, giornalista
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In ascolto - Margaritkalekh
È esploso il caldo, l’estate sta arrivando e i prati di montagna sono punteggiati di margherite, come nei boschi della celebre canzone Margaritkalekh, in cui i fiorellini sono “piccoli soli con raggi bianchi, tra la la la...”; come in un sogno, si muove in quel bagliore la piccola Chava, una ragazzina dalla lunga chioma biondo oro che sussurra “una semplice melodia, tra la la la...”. Quante volte abbiamo ascoltato quella bella canzone di Zalman Shneur, poeta e autore di novelle in ebraico e in yiddish.
Nasce nel 1886 in Bielorussia a Shklov, centro pulsante del movimento hassidico e punto di riferimento per gli studi; il piccolo Zalman frequenta il heder e impara l’ebraico moderno e il russo. Ha solo 13 anni quando lascia la famiglia e si trasferisce a Odessa, dove incontra Hayyim Nachman Bialik, il grande poeta che diventa la sua figura paterna di riferimento.


Maria Teresa Milano
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Ma non chiamatela liberazione
Le strumentalizzazioni e le riscritture del passato allo scopo di giustificare il presente non sono novità recente. E tuttavia colpisce il grado con cui dilagano nell’Israele che commemora i cinquant’anni dalla guerra dei Sei giorni. “Cinquant’anni fa siamo tornati nel cuore della nostra capitale e del nostro Paese. Cinquant’anni fa non abbiamo conquistato, abbiamo liberato”, ha detto Benjamin Netanyahu. Vorrei chiarire che non ho proprio nulla contro i festeggiamenti per l’unificazione di Gerusalemme, che è un dato di fatto, ma c’è una parola, “liberazione”, che ho difficoltà a far andare giù. Perché la guerra dei Sei giorni non è stata mossa dal desiderio israeliano di “liberare” alcunché, ma dal tentativo di autodifesa di un piccolo Stato circondato da nemici che ne minacciavano l’annientamento, e che già avevano, con l’Egitto di Nasser, optato per atti di guerra veri e propri.

Giorgio Berruto, HaTikwà/Ugei
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Forse non tutto è perduto
Scrive Yehudit Hendel in I villaggi del silenzio: diario di un viaggio in Polonia (Guida 2000) a proposito del suo ritorno nel Paese dove nacque e da cui fece aliyah ancora bambina in epoca del mandato britannico, che "È impossibile liberarsi dalla sensazione che la Polonia sia un unico immenso cimitero ebraico" (p. 45), e che la vita ebraica esiste, appunto, solo nei cimiteri e negli archivi. Ciò è in parte cambiato negli ultimi decenni, ma è pur vero che la popolazione ebraica continua a contare numeri miserrimi rispetto a prima della catastrofe.

Sara Valentina Di Palma
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