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28 Maggio 2017 - 3 Sivan 5777
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l'attentato al dolphinarium del 2001, il ricordo oggi di una vittima

Tel Aviv e Manchester, l'odio del terrorismo
continua a spezzare sogni e giovani vite

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“Avevo 17 anni quando ci fu l'attentato; avevo solo qualche anno in più rispetto a molti dei bambini uccisi questo lunedì sera in un concerto di Ariana Grande a Manchester, in Inghilterra. Era il 1 giugno 2001 e decisi di uscire al Dolphinarium, una discoteca sulla spiaggia di Tel Aviv, con tre miei amiche: Liana, Oksana e Tanya. Andavamo in quella discoteca quasi ogni fine settimana. Era l'estate prima del servizio militare, e avevamo pensato di spenderlo insieme - ballare, andare in bicicletta, nuotare e abbronzarci.
Le ragazze potevano entrare gratuitamente nella discoteca prima di mezzanotte. E noi non avevamo soldi, quindi decidemmo di andarci presto. Comprammo una vodka a buon mercato da un negozio di alimentari e passammo un po' di tempo sulla spiaggia, parlando e sorseggiando dalla bottiglia fino a quando, alle 11:30, non vedemmo una folla iniziare a raccogliersi fuori dalla porta della discoteca. Io e Tanya ci mettemmo in fila sul lato sinistro; Oksana e Liana si misero a destra in modo da poter entrare tutte più in fretta. Poi, alle 11.44, un attentatore suicida di Hamas si fece esplodere fuori dalla porta della discoteca”. A raccontare la sua storia sulle colonne del New York Times Tanya Weiz, una delle 132 persone ferite nell'attentato alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv nel 2001. Tra i 21 morti nell'attacco – 16 dei quali teenagers – c'era anche la sua amica Liana. L'attentato di Manchester, in cui sono morti molti giovanissimi,  l'ha spinta a tornare a quei giorni e scrivere di come ci si sente a sopravvivere all'odio dei terroristi.

(Nell'immagine, il memoriale a Tel Aviv per le vittime dell'attacco terroristico alla discoteca Dolphinarium)

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la manifestazione organizzata in piazza rabin

Tel Aviv, in quindicimila per chiedere la pace

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Una folla di 15 mila persone si è radunata a Tel Aviv per chiedere un accordo di pace con in palestinesi in base alla soluzione “due popoli, due Stati”. Nella centrale Piazza Rabin i manifestanti hanno letto un messaggio del leader dell’Anp Abu Mazen, diretto al governo israeliano: “Non c’è voce più forte che la voce di una pace giusta e inclusiva, non c’è voce più forte del diritto dei popoli all’autodeterminazione”.
Il messaggio ha poi delineato la soluzione possibile, nel solco degli accordi di Oslo del 1993: “E’ venuto il tempo di vivere, voi e noi, in pace, armonia, sicurezza e stabilità. Il solo modo per porre fine al conflitto e combattere il terrorismo nella regione e nel mondo intero è una soluzione basato due Stati entro i confini del 1967, la Palestina accanto a Israele. Abbiamo accettato le decisioni dell’Onu, accettato la soluzione dei due Stati, e il mondo ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ora è tempo per lo Stato di Israele di riconoscere il nostro Stato e mettere fine all’occupazione. C’è ancora un’opportunità, la pace è creata dai coraggiosi”.

Giordano Stabile, La Stampa

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la visita al centro per ragazzi con disabiità della cantante chiaffoni

Tsad Kadima, la solidarità in musica

img headerLa cantante lirica italiana Miriam Chiaffoni, trovandosi in Israele in questi giorni ha visitato il centro diurno di Tsad Kadima ( associazione israeliana che si occupa di aiutare e organizzare il percorso formativo di ragazzi e bambini che soffrono di lesione cerebrale a prescindere dalla religione, dal credo o dall’appartenenza etnica) a Gerusalemme.
Miriam, cantante lirica di lunga carriera, ha vinto di recente il premio “Roma è….arte” ed e stata ospite d'onore al Gala dell'Adei Wizo a Milano della scorsa settimana.
La cantante si è detta felice per il dialogo instauratosi e per la grande amicizia dimostrata, parlando della gratificazione di aver potuto incontrare ragazzi così contenti e positivi.
“Oggi – ha sottolineato Miriam - da questi meravigliosi ragazzi del centro Tsad Kadima di Gerusalemme ho ricevuto tanto ... la forza ed il coraggio di andare avanti nonostante tutto con un sorriso e tanta gioia di vivere”.

Alessandro Viterbo


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stime su un settore da sviluppare

Pellegrini, il turismo latita

Ogni anno centinaia di migliaia di persone vanno in Israele per ragioni legate alla religione cristiana. Più che turisti, si considerano “pellegrini”: sono cioè più interessati ai luoghi che hanno un legame con la vita di Gesù Cristo – che si è svolta interamente nell’arco dei duecento chilometri che vanno dal lago di Tiberiade, a nord, a Gerusalemme – che ai luoghi del turismo convenzionale, come spiagge e musei. Secondo una stima delle agenzie viaggi israeliane, ogni anno arrivano in Israele fra i 500mila e i 700mila pellegrini cristiani: un quarto del numero totale di turisti in Israele. Ma potrebbero essere molti di più: visto quanti sono i cristiani al mondo, secondo alcune stime raccolte da Haaretz potrebbero essere 10 milioni, una cifra 15 volte superiore alla stima più ottimista sulla loro presenza. Lo stesso giornale israeliano ha provato a mettere insieme i motivi per cui questo settore specifico del turismo non è ancora così sviluppato.
Un primo problema si intuisce dal nome stesso che i pellegrini cristiani usano per definire le mete del loro viaggio, “Terra Santa”. Oltre a essere una questione di sensibilità religiosa, c’entra anche la geopolitica: diversi luoghi legati alla vita di Gesù si trovano infatti in Cisgiordania o in zone palestinesi controllate da Israele come la parte est di Gerusalemme. Organizzare un tour che preveda alcune soste in queste zone, banalmente, significa accettare una mole aggiuntiva di burocrazia e la possibilità che le autorità israeliane impediscano l’accesso a questi posti per ragioni di sicurezza.

Il Post

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l'anniversario della guerra

I Sei giorni del 1967

Per il mondo la Guerra dei sei giorni iniziò con un rombo cupo e improvviso. Quello dei cacciabombardieri israeliani che, dopo un lungo volo radente, salivano di quota per buttarsi in picchiata sopra gli aeroporti militari egiziani, alle 7 e 45 (ora israeliana) del 5 giugno del 1967 (siamo quasi al cinquantenario).
Era l'operazione Moked che l'Idf, le forze di difesa israeliane, avevano pianificato in ogni dettaglio per cinque anni.
Per gli avieri egiziani che correvano verso i veicoli fu questione di pochi secondi prima di essere investiti dal fuoco nemico. Per l'aviazione israeliana invece quella manciata di attimi fu il coronamento di una lunga progettazione. Era iniziata con il dispendiosissimo (200 milioni di dollari) acquisto dall'aviazione francese di 76 Dassault Mirage IIICJ. La «J» che stava per juif, ebreo in francese, indicava speciali modifiche. L'aggiunta di due cannoni da 30 millimetri e di agganci subalari per bombe da attacco al suolo. Lì andavano agganciate le speciali bombe a razzo pensate per distruggere le piste degli aeroporti nemici. La progettazione era poi proseguita con un addestramento forsennato dei piloti (nel deserto del Negev bombardavano a ripetizione perfette copie delle basi aeree egiziane) e del personale di terra, che riusciva a riarmare e rimettere in volo un aereo in soli 10 minuti. In pratica ogni aereo poteva così svolgere otto missioni al giorno. Per fare un confronto, in condizioni normali, gli egiziani erano in grado di fare alzare in volo soltanto il 30 per cento dei loro aerei.

Matteo Sacchi, il Giornale  

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