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25 Giugno 2017 - 1 Tamuz  5777
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dietrofront del governo sul provvedimento sul muro occidentale

Al Kotel la sezione egalitaria non s'ha da fare

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Dietrofront del governo guidato da Benjamin Netanyahu sulla realizzazione di una nuova area al Kotel di Gerusalemme (il Muro Occidentale), definita egalitaria e in cui uomini e donne dei movimenti dell’ebraismo Conservative e Reform avrebbero dovuto poter pregare insieme. Il provvedimento era stato approvato nel 2016 ma il gabinetto dell'esecutivo Netanyahu ha deciso in queste ore di congelare tutto, scatenando non poche polemiche sui media locali. Secondo diversi opinionisti si tratta di una concessione ai partiti haredi israeliani, parte della coalizione di Netanyahu e da sempre contrari all'iniziativa, che dimostra una certa debolezza politica del Primo ministro. “La decisione del governo di congelare il progetto del Muro Occidentale è un chiaro messaggio a tutto il mondo: i Reform non hanno e non avranno accesso o riconoscimento al Kotel”, le parole di soddisfazione di Yaakov Litzman, leader del partito Torah United nonché ministro della salute.
La parte egalitaria doveva essere realizzata nell’area archeologica dove si trova l’Arco di Robinson, a sud della sezione gestita dal Rabbinato centrale d’Israele in cui vigono le regole dell’ortodossia, tra cui la divisione tra uomini e donne (mehitza).


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per il wall street journal, l'obiettivo È limitare l'influenza Iraniana

Perché Israele finanzia i ribelli anti-Assad

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Qualche giorno fa il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo intitolato “Israele dà aiuti segreti ai ribelli siriani”, che è stato poi ripreso da altre testate internazionali. L’articolo, basato sulle testimonianze di fonti israeliane e siriane, racconta come Israele da tempo fornisca soldi, armi e munizioni ad alcuni gruppi di ribelli siriani anti-Assad, per tenere lontane dal suo confine le milizie sciite alleate al regime di Damasco e vicine all’Iran, principale nemico del governo israeliano. L’obiettivo di Israele sarebbe creare una specie di “zona cuscinetto” di una settantina di chilometri oltre alle Alture del Golan, territorio che Israele conquistò con la Guerra dei Sei giorni del 1967. Già in passato si era parlato di alcuni aiuti israeliani ai gruppi di ribelli anti-Assad, soprattutto di natura umanitaria e medica, ma l’articolo del Wall Street Journal sostiene che l’azione di Israele sia da tempo molto più diretta e incisiva.

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la ricerca di intesa san paolo

Porti israeliani, nuova via
per collegare i mercati

Israele registra una crescita media annua del 4% nelle merci che transitano per i suoi porti, investimenti da quattro miliardi di dollari per la costruzione di nuovi terminal container, un forte protagonismo sia per i collegamenti marittimi che terrestri nella strategia cinese "One Belt One Road". Sono queste le principali linee che emergono dall'analisi di Srm (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, del gruppo Intesa San Paolo) che ha dedicato al Paese un focus nel suo rapporto annuale sull'economia marittima. Israele è totalmente dipendente dai traffici marittimi visto che il 99% del volume del suo import-export passa per il mare e che il commercio estero rappresenta il 63% del Pil. Il trasporto marittimo nel Paese vale 157 miliardi di dollari l'anno. Una svolta nell'efficienza dei trasporti marittimi si è avuta, sottolineano gli analisti, dal 2005, quando il Paese ha avviato un programma di riforma portuale per incoraggiare il libero mercato. Il programma ha dato un'ulteriore spinta alla crescita del traffico merci nel Paese che nel 2016 ha raggiunto i 57 milioni di tonnellate (+6% rispetto all'anno precedente). In grande sviluppo i principali porti a partire da Haifa, il principale scalo, che movimenta 28 milioni di tonnellate di merci l'anno, il 51% del totale del Paese, seguito da Ashdod a quota 24 milioni di tonnellate: nel 2016 Ashdod ha registrato una crescita del 10,3%, mentre Haifa del 4,2%. Su container, i due principali scali israeliani movimentano attualmente 2,7 milioni di Teu l'anno e puntano a raggiungere quota 3,5 milioni entro il 2021, quando saranno finiti i lavori di potenziamento che li porteranno a ospitare navi fino a 18-19.000 teus.

Ansa

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i consigli dalla silicon wadi

"Innovazione, finanziarla
è compito dello Stato"

Da un lato c’è la cara, vecchia la Silicon Valley statunitense - ovvero l’esempio principe di cosa sia e di quale valore possa generare un vero, efficiente ecosistema dell’innovazione. Dall’altro c’è Israele, quella “startup nation” ormai riconosciuta da tutti come la dimostrazione che un simile “miracolo” possa essere replicato anche altrove, a patto che si disponga di sufficiente determinazione, spirito imprenditoriale e supporto istituzionale, ma anche e soprattutto di una visione a lungo termine basata su una sana collaborazione tra pubblico e privato.
Ce lo conferma Ahron Ahron, direttore dell’Autorità per l’Innovazione dello Stato d’Israele:  “Servono invece anni di duro lavoro quotidiano organizzati secondo strategie di ampio respiro”. Fresco di nomina, una lunga carriera nella technology industry alle spalle, Ahron raccoglie la pesante eredità dell’Office of the Chief Scientist.
Nota anche come OCS, questa è stata l’organizzazione afferente al ministero dell’Economia israeliano che per oltre 45 anni ha sostenuto e di fatto reso possibile la trasformazione del Paese in un ecosistema dell’innovazione che oggi in molti studiano e vorrebbero esportare in giro per il mondo, Italia compresa. A Roma per partecipare a un nuovo incontro della Commissione Mista di Cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra Italia ed Israele (attiva ormai da 15 anni), Ahron incontra i giornalisti per raccontare lo stato dell’arte della startup nation, così come per descrivere le sfide che attendono lui e i suoi collaboratori

Alessio Jacona

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