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 Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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L’ebraismo
italiano è in crisi. Dicono. Dicono siano in crisi le sane
relazioni tra le persone, la capacità di una comunicazione serena, di
un confronto proficuo, di un dissenso leale. Dicono. E dicono pure che
forse ad essere in crisi è l’intero sistema di valori del popolo
ebraico ovunque esso viva. Eppure un padre e una madre il cui piccolo
bambino italo-israeliano è stato investito da una moto in corsa lo
scorso venerdì in Maremma, potrebbero affermare il contrario. E
potrebbero raccontare dell’aiuto di un parnas di un tempio italiano di
Rechavia, Gerusalemme, che ha organizzato un minian speciale ed una
lettura di tehilim per il bambino, insieme all’intero kahal del tempio.
Potrebbero raccontare di una pediatra, già presidente della comunità di
Firenze, che ha accolto la giovane madre dopo il viaggio in elicottero
da Grosseto a Firenze con il piccolo ed è stata presente in ogni
momento del delicato ricovero. Potrebbero raccontare di due nonni di
altri giovani israeliani con origini fiorentine che si sono presentati
in ospedale anche solo per dire: “Shabbat Shalom”, portando generi di
conforto ed un chupa chups, lecca lecca, primo pasto post operatorio
del bimbo. Potrebbero raccontare di amici fiorentini di ritorno dalle
vacanze in montagna che, senza neanche aprire le valigie, hanno prima
cucinato un bel piatto di pasta e ragù da portare al bimbo. Potrebbero
raccontare di una signora sconosciuta alla famiglia del bimbo che ha
cucinato anche lei per lui, sua madre e suo padre (in realtà, date le
quantità “ebraiche” dei piatti, hanno mangiato anche i fratelli del
bimbo) e solo perché fare questo è una mitzvà. Potrebbero raccontare
delle telefonate, dei messaggi, delle preghiere di tutto il mondo
ebraico che si è messo in contatto con la famiglia del bimbo al di là
di ogni ruolo sociale e di ogni compito formale e comunitario,
superando distanze e fusi orari, dal Trentino alle navi da crociera nel
mediterraneo, fino a New York. Potrebbero raccontare di amici che
muovono amici, cugini e parenti tutti per fare in modo che ogni azione
burocratica per la famiglia del bimbo sia meno pesante, meno invadente
e si arrivi presto alla soluzione: che sia un biglietto aereo da
cambiare o una pratica di dimissioni ospedaliere da tradurre in
inglese. Dicono che l’ebraismo italiano sia in crisi. Forse sono in
crisi i consigli amministrativi, le riunioni, le giunte, le assemblee,
i verbali ed i protocolli. Ma l’ebraismo non sembra in crisi. Perché
come ha affermato Simon Dubnow, lo storico ebreo russo morto,
tragicamente, nel 1941: “Esiste un popolo ebraico”. Ed esiste il
suo cuore grande. Ovunque. Basta saperne cogliere il battito.
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Gadi
Luzzatto
Voghera, direttore
Fondazione CDEC
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Camminando
nel Ghetto vecchio a Venezia, facendosi strada fra i molti turisti che
in maniera non sempre consapevole lo attraversano, si passa accanto a
un bel negozio di arte ebraica sopra il quale campeggia orgoglioso e un
po’ demodé un doppio simbolo della tradizione ebraica: una Menorà
(candelabro a sette bracci) e un Magèn David (la stella a sei punte).
Quando solo pochi decenni fa non si era ancora definitivamente avviata
l’epoca della turisticizzazione di massa della città lagunare questo
negozio era l’unico segno esteriore visibile dell’identità storica
ebraica di una zona che altrimenti si andava confondendo con le altre
aree popolari decadenti e malconce di quella che fu la Dominante. Diego
Fusetti (per tutti Dino) era il proprietario, rappresentante di una
secolare tradizione artigiana e mercantile che per lunghi secoli aveva
caratterizzato la presenza ebraica a Venezia.
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Terrorismo islamico,
serve più consapevolezza
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Gli
occhi e la commozione del mondo puntati sulla Spagna, scenario nella
giornata di ieri di due diverse azioni terroristiche rivendicate
dall’Isis a Barcellona e a Cambrils. “Terrore e morte a Barcellona”
titola il Corriere della sera. “Barcellona nel sangue” scrive
Repubblica. “Un paese nel mirino della rete jihadista” sottolinea il
Sole 24 Ore. Al momento il bilancio parla di 13 morti e di molte decine
di feriti, tra cui tre cittadini italiani. Si teme inoltre per la sorte
di Bruno Gullotta, di Legnano, anche se per il momento mancano
comunicazioni ufficiali al riguardo.
Allerta comunque in tutta Europa, Italia compresa. Per questa mattina
il ministro dell’Interno Marco Minniti ha convocato al Viminale una
riunione straordinaria del comitato di Analisi strategica
antiterrorismo con le forze di polizia e dei servizi di intelligence.
Ventinove estremisti arrestati, 125 foreign fighters monitorati,
190.909 persone e 65.878 veicoli controllati, 67 espulsioni per motivi
di sicurezza (di cui tre imam). Questi i dati, scrive il Corriere,
della prevenzione antiterrorismo nei primi sette mesi dell’anno forniti
a Ferragosto dal ministero. Dalla strage di Bruxelles (marzo 2016),
viene inoltre ricordato, l’Italia convive con il livello due di
sicurezza (più basso solo del livello “atto terroristico in corso”).
“Sono ore strazianti, di grande apprensione e cordoglio e il pensiero
va anzitutto alle molte vittime e alle loro famiglie” riflette la
Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni.
“Non sono purtroppo nuovi i deliri del terrorismo islamico e di tutti
coloro che inneggiano a queste innocenti morti. Gli approfondimenti
giornalistici, le molte pagine che oggi parlano di Barcellona sui
quotidiani, i numerosi spazi di commento televisivo e radiofonico, ci
restituiscono un quadro purtroppo già visto e vissuto nel recente ma
anche nel remoto passato”.
“Al di là del dolore – sottolinea ancora la Presidente dell’Unione –
colpisce e pesa la difficoltà incontrata dai governi europei a
rispondere con efficacia a tali minacce. A comprendere che il
linguaggio di risposta non puo essere solo quello del pacifismo. Non si
tratta di fatti sporadici, di singoli episodi isolati da un contesto
più ampio, ma di una realtà divenuta ormai drammaticamente sistemica. È
proprio questa la sfida più grande cui sono chiamate le nostre
istituzioni e l’opinione pubblica in questi tempi difficili: prendere
consapevolezza della minaccia nel suo insieme e, per chi ne ha la
responsabilità, agire di conseguenza”.
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barcellona - la solidarietà internazionale
"Uniti contro odio e terrore"
Nella
notte sul municipio di Tel Aviv è comparsa la bandiera spagnola. Un
segno di solidarietà – ultimo di una lunga serie – arrivato poco dopo
la notizia dell’attentato terroristico che ha colpito ieri Barcellona e
in cui sono morte 13 persone (tra queste due italiani: di uno di loro
la Farnesina ha confermato l’identità, si tratta di Bruno Gulotta) e
100 sono state ferite. Un attacco, rivendicato dall’Isis, a cui ne è
seguito un altro nella notte a Cambrils.
“I nostri cuori e i nostri pensieri sono con il popolo spagnolo in
questo momento difficile. Purtroppo in Israele conosciamo l’ansia e il
dolore che accompagnano questi attacchi omicidi e comprendiamo
pienamente il vostro dolore” il messaggio del Presidente d’Israele
Reuven Rivlin al re Filippo IV di Spagna. “Il terrorismo è sempre
terrorismo, che colpisca a Barcellona, Parigi, Istanbul o Gerusalemme.
Questi atroci eventi – ha sottolineato Rivlin – dimostrano ancora una
volta che dobbiamo rimanere uniti nella lotta contro chi cerca di
reprimere le libertà individuali e la libertà di pensiero e di fede e
che continua a distruggere la vita di così tante persone”.
“Israele condanna l’attacco terroristico a Barcellona – le parole del
Primo ministro Benjamin Netanyahu diffuse attraverso i social network –
A nome dei cittadini d’Israele, mandiamo le condoglianze alle famiglie
delle vittime e auguriamo una pronta guarigione ai feriti”. Parlando
dell’attentato, il Premier israeliano ha poi affermato che “questa sera
abbiamo di nuovo visto come il terrore colpisce ovunque; il mondo
civilizzato deve combattere insieme in modo da sconfiggerlo”.
A condannare la violenza dei terroristi che hanno colpito in Spagna
diverse istituzioni dell’ebraismo internazionale, come il World Jewish
Congress (Wjc). “I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con le
vittime di questo attacco e con le loro famiglie, e con tutti i
cittadini di Barcellona” le parole del presidente Ronald Lauder.
“Stiamo monitorando con attenzione e preoccupazione gli eventi e il
loro sviluppo – ha spiegato Lauder – e siamo in contatto con la
comunità ebraica locale e il suo servizio di sicurezza. Preghiamo che
non ci siano più vittime “.
Nelle scorse ore la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane Noemi Di Segni ha ricordato come non siano “purtroppo nuovi i
deliri del terrorismo islamico e di tutti coloro che inneggiano a
queste innocenti morti; gli approfondimenti giornalistici, le molte
pagine che oggi parlano di Barcellona sui quotidiani, i numerosi spazi
di commento televisivo e radiofonico, ci restituiscono un quadro
purtroppo già visto e vissuto nel recente ma anche nel remoto passato”.
“Al di là del dolore – sottolinea ancora la Presidente dell’Unione –
colpisce e pesa la difficoltà incontra dai governi europei a rispondere
con efficacia a tali minacce. A comprendere che il linguaggio di
risposta non puo essere solo quello del pacifismo. Non si tratta di
fatti sporadici, di singoli episodi isolati da un contesto più ampio,
ma di una realtà divenuta ormai drammaticamente sistemica. È proprio
questa la sfida più grande cui sono chiamate le nostre istituzioni e
l’opinione pubblica in questi tempi difficili: prendere consapevolezza
della minaccia nel suo insieme e, per chi ne ha la responsabilità,
agire di conseguenza”.
Una riflessione che trova riscontro nelle parole del presidente dello
European Jewish Congress, Moshe Kantor, che ha auspicato che le
autorità riescano ad assicurare alla giustizia tutti i responsabili
materiali dell’attacco così come chi li ha ispirati. “Hanno scelto di
colpire ancora una volta il nostro gusto per la vita e le nostre
libertà fondamentali con il loro culto di morte. È sempre più difficile
evitare questo uso di veicoli come armi per uccidere” ha sottolineato
Kantor, ribadendo la vicinanza del mondo ebraico al popolo spagnolo.
Daniel Reichel twitter @dreichelmoked
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parla shani, che vende falafel alla bouqeria "Tutti correvano alla disperata,
da israeliana ho capito subito"
“Ho
visto un mare di persone correre alla disperata, un vero e proprio
tsunami umano. Nella testa mi sono passati subito molti pensieri. Da
cittadina israeliana, purtroppo abituata a crescere con certe
consapevolezze, ci è voluto però assai poco per prendere atto della
realtà. Nella confusione generale, in quel caos incredibile che mi si
presentava davanti agli occhi, ho quindi cercato di agire con la
massima lucidità possibile”.
Al telefono ci risponde Shani, imprenditrice originaria di Haifa che
vive da alcuni anni a Barcellona. Il suo locale di falafel, uno dei più
ambiti delle Ramblas e dintorni, è situato all’interno del mercato
della Bouqeria teatro ieri dei momenti più concitati dell’azione
terroristica rivendicata dall’Isis e della successiva caccia all’uomo.
“Il mio locale si trova nella parte esterna del mercato, in un luogo di
grande passaggio. Ieri, in quei drammatici minuti, davanti al mio
bancone è passato letteralmente il mondo” racconta Shani. Colta in
pieno la gravità della situazione, la donna ha lasciato tutto come
stava non curandosi altro che di spegnere la friggitrice, chiudere il
locale e mettersi al sicuro. Afferma Shani:”Una buona intuizione, ho
riflettuto a posteriori. Anche perché, come noto, i miei colleghi che
hanno scelto di rifugiarsi dentro le loro postazioni hanno dovuto
aspettare diverse ore prima di poter tornare a casa”. Allontanandosi
dal mercato, Shani ha iniziato ad elaborare la situazione. “Mi sono
immaginata diversi scenari, da un mezzo lanciato in corsa come
effettivamente è stato a terroristi armati di coltello confusi tra la
folla. Purtroppo – riflette – in Israele le abbiamo viste un po’ di
tutte in questi anni”.
Il pensiero però è rivolto anche al futuro, a una normalità da
riconquistare in tutti i modi. “Dobbiamo andare avanti, non possiamo
fare altrimenti. Per questo non vedo l’ora di riaprire il locale. Se
non sarà nel fine settimana – commenta – prevedo che al massimo lunedì
saremo di nuovo al nostro posto”.
Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked
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l'ex consigliere fbcei andrea morpurgo Barcellona, shock collettivo
"Il paese non era preparato"
Non
vive a Barcellona, Andrea Morpurgo, architetto italiano che nonostante
da alcuni anni viva e insegni a Madrid continua a impegnarsi per il
patrimonio cultuale ebraico del suo paese d’origine. Già consigliere
della Fondazione per i Beni Culturali in Italia, con cui continua a
collaborare, Morpurgo si trovava comunque in città. “Anche se non alla
Rambla, perché la famiglia di mia moglie è di una città vicina” precisa
l’architetto. “Eravamo in visita da amici. Nonostante non fossimo nella
zona dell’attentato la notizia ci ha raggiunti subito, anche se
all’inizio le informazioni erano molto confuse. E non parlo del
passaparola, o di quello che si viene a sapere dai social, anche le
fonti di informazione ufficiali hanno diffuso notizie poi non
confermate”.
Confusione, e una città che immediatamente si è bloccata, applicando
quei protocolli utilizzati in passato con altri terrorismi. “È stato
impressionante – prosegue Morpurgo – vedere come Barcellona nel giro di
pochissimo fosse completamente paralizzata: i controlli in uscita dalla
città erano effettuali letteralmente macchina per macchina. A noi è
andata relativamente bene, abbiamo impiegato un po’ più di un’ora per
fare un tragitto che normalmente dura neppure venti minuti, ma ci sono
persone che sono rimaste bloccate per strada per ore anche dopo essere
uscite dai locali in cui si erano rifugiate, anche consigliate dalle
autorità”.
Ada Treves twitter @ada3ves
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Le sofferenze altrui
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“Amerete
lo straniero perché anche voi foste stranieri in terra d’Egitto.” “Non
opprimere lo straniero; voi conoscete l’animo dello straniero, giacché
siete stati stranieri nel paese d’Egitto.” A quanto pare, la prima a
fare paragoni inappropriati è proprio la Torah. Come si può mettere
sullo stesso piano il trattamento riservato agli stranieri nella terra
di Israele con la schiavitù d’Egitto? Come si può paragonare lo stato
d’animo di un ebreo che aveva visto i propri figli gettati nel Nilo e
la cui vita era stata amareggiata da un potere che deliberatamente
ambiva a distruggere il popolo ebraico con quello di un immigrato per
motivi economici (difficile pensare che allora gli stranieri in terra
d’Israele potessero essere altro) in un paese civile e tutto sommato
accogliente? O dobbiamo credere che la Torah abbia una tale sfiducia
nella nostra capacità di costruire una società giusta da paragonarci
addirittura al Faraone?
Anna Segre, insegnante
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Prima l'uomo
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Don’t
call me white, cantavano i NOFX – una band punk-rock statunitense
composta in gran parte da ragazzi ebrei che ascoltavo nella mia
adolescenza – ovvero, non applicare su di me questo stereotipo, perché
non mi appartiene. I miei gusti musicali sono un po’ cambiati da
allora, ma quando sento parlare di suprematismo bianco, o anche solo
più da vicino continuamente di “prima gli italiani” e i “nostri
confini”, questo ritornello mi sovviene nuovamente, e mi chiedo chi
siano i bianchi, e poi gli italiani, e se anche io appartenga a questo
gruppo privilegiato o se qualcun altro vi appartenga realmente.
Francesco Moises Bassano
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