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14 settembre 2017 - 23 Elul 5777
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VERSO ROSH HASHANAH - FOCUS SULL’ANNO

Ebrei nel mondo, chi siamo?

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Che cosa sappiamo del popolo ebraico alla vigilia del nuovo anno ebraico 5778? Nella vita di relazioni delle persone il numero di persone conosciute direttamente può essere molto grande ma non infinito. Diciamo che oggi uno può facilmente includere nella propria rete di facebook o di mail molte decine, a volte molte centinaia, e in casi più rari alcune migliaia di corrispondenti. Ma chi può dire di trovarsi veramente in relazione con l’intera nazione di cui fa parte? O nella fattispecie degli ebrei, chi può dire veramente di conoscere l’intero popolo ebraico? Il passaggio dalla percezione degli individui reali – pochi o molti – a quella del collettivo – parzialmente o nella sua totalità – è molto problematico. La percezione esatta delle quantità, poi, è particolarmente difficile. Basti pensare che occorrerebbero tre volte l’intero ebraismo italiano per riempire completamente gli spalti dello Stadio Olimpico a Roma o del Meazza a Milano. Il carattere fluido delle masse e l’anonimato della folla sfuggono anche ai più acuti osservatori della realtà sociale e comunitaria. Quando si parla di popolo ebraico e si cerca di definirne le caratteristiche, le linee di sviluppo, i punti di forza e di debolezza, se vi sono, è bene dunque non dimenticare che tutto quello che sappiamo per osservazione o esperienza diretta è comunque molto limitato.img header La gamma molto parziale di persone che conosciamo personalmente e sulla base delle quali possiamo cercare di formare dei giudizi collettivi, in definitiva non è necessariamente rappresentativa di altre realtà umane ben presenti e rilevanti. Stiamo dunque bene attenti con le generalizzazioni, altrui ma anche nostre, quando si parla degli “ebrei” o perfino della “comunità” ebraica. Se dunque l’aspetto individuale (o microsociale) consente giudizi alquanto limitati della situazione, l’aspetto collettivo (o macrosociale) consente di giungere a osservazioni e conclusioni più sistematiche e basate su premesse logiche meno soggettive. Ma va anche riconosciuto che all’aspetto collettivo manca quella finezza di giudizi e quel tocco di introspezione che deriva indubbiamente dal contatto personale con la realtà. Non esistono dunque formule perfette per captare pienamente una realtà complessa e multiforme come è quella dell’ebraismo contemporaneo. Riconosciuto questo, vediamo come si configura in questo momento la geografia del popolo ebraico, e vediamo di trarre alcune conclusioni sui significati possibili di questa distribuzione.
img headerLa tabella ripresa dal volume 2017 dell’American Jewish Year Book elenca i paesi del mondo con le 22 maggiori comunità ebraiche, le rispettive popolazioni ebraiche nucleo, l’aliquota di ebrei su 1000 abitanti nel paese, e la graduatoria dei paesi secondo l’Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index) elaborato dalla Nazioni Unite. La popolazione ebraica nucleo è una stima del numero di persone che si definiscono ebrei o di origine ebraica e non hanno allo stesso tempo un’altra religione.

Sergio Della Pergola, Università ebraica di Gerusalemme
Pagine Ebraiche, settembre 2017

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Società

Sette principi per una comunità

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Il popolo ebraico è polemico. Che io sappia, siamo l’unica civiltà i cui testi canonici sono, dal primo all’ultimo, vere e proprie antologie di dibattiti.
I profeti discutono con Dio, i rabbini discutono tra di loro e ognuna di queste discussioni è riconosciuta come sacra, in quanto è parte di ciò che siamo. E siamo persone con punti di vista rigidi.
Diciamo “Il Signore è il mio pastore”, ma di fatto nessun ebreo è mai stato una pecora.
Mi ricordo che una volta, mentre dialogavo con lo scrittore israeliano Amos Oz, lui esordì dicendomi: “Non sono sicuro che mi troverò d’accordo con il rabbino Sacks su qualunque cosa dica, ma d’altra parte nella maggior parte dei casi non mi trovo d’accordo neanche con me stesso”.
È proprio così, siamo oratori feroci e parte della nostra forza è data da questo, dalla nostra abilità nel dibattere, dalla nostra netta diversità, sia in ambito culturale che in qualsiasi altro ambito. C’è da dire, però, che tutto ciò può diventare molto pericoloso nel momento in cui ci porta sulla strada della divisione. Perché nessun imperatore su questa Terra è mai stato capace di sconfiggerci, ma in diverse occasioni siamo stati molto bravi a sconfiggerci da soli.

Rav Lord Jonathan Sacks

Traduzione di Anna Pagetti, studentessa della Scuola Superiore Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste, tirocinante presso la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

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Identità

La lingua come percorso di unità

img headerTema portante dell’intervento di Cyril Aslanov in Guastalla in occasione della giornata della cultura ebraica è stato quello del ruolo della lingua nel mantenere l’unità del popolo ebraico nel corso delle diaspore. Aslanov si è spinto a dire che se i Beta Israel e gli Anusim portoghesi hanno avuto bisogno di un ghiur formale per vedersi riconoscere la propria ebraicità ciò è stato dovuto all’abbandono dell’ebraico nella pratica liturgica, per i primi, e dalla lontananza dalle fonti per i secondi. Il lavoro di Geraldine Roux, Maimonide ou de la nostalgie de la sagesse (2017) indaga, tra gli altri, questo tema. Al tempo della permanenza di Maimonide in Egitto la condizione diasporica rischiava di portare alla disgregazione del popolo ebraico. Questo non solo a causa della ‘minaccia’ dei karaiti ma anche a causa, corrispettivamente, di una sempre più ampia eterogeneità halakica e della carenza, in alcuni centri diasporici, di competenze intellettuali in grado di garantire un diffuso accesso alle fonti - Il sottotitolo “nostalgie de la sagesse” rimanda infatti alla dissoluzione, sotto i colpi delle persecuzioni islamiche (Almoravidi; Almohaidi), delle grandi accademie talmudiche andaluse. Come rispondere a questa crisi? Da una parte, riporta Roux, vi è l’opzione accentratrice del Gaon di Baghdad, ove l’unità sarebbe garantita da un rafforzamento al vertice.

Cosimo Nicolini Coen

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ORIZZONTI  

Donne, l'uguaglianza
che porta la modernità   

Il mondo dell'Islam è attraversato dallo scontro fra fautori ed oppositori della modernizzazione e per capirne l'andamento bisogna guardare al rispetto dei diritti delle donne. E dunque spiccano le notizie arrivate durante questa estate da Tunisi ed Amman. La condizione delle donne è un indicatore strategico dei cambiamenti in atto nei Paesi musulmani perché si tratta della maggioranza degli abitanti, ovvero madri, mogli, figlie e sorelle che costituiscono la spina dorsale delle famiglie ma al tempo stesso sono le vittime più frequenti di imposizioni islamiche, tradizioni tribali e leggi nazionali che le trasformano in cittadini di serie B. Ovunque prevale l'intolleranza, sono le donne a soffrire di più, così come ovunque l'eguaglianza si affaccia sono le stesse donne le prime a giovarsene. È tale cornice che spiega l'importanza di quanto sta avvenendo in Tunisia, dove il presidente Beji Caid Essebsi si è detto favorevole a raggiungere «la piena eguaglianza fra le donne e gli uomini» proponendo l'equiparazione nel diritto di eredità e la possibilità di sposare anche dei non musulmani.

Maurizio Molinari, La Stampa,
10 settembre 2017


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orizzonti 

Disgrazia mediorientale: non c’è pace per la cultura 

È come se il regista Ziad Doueiri, nel percorso che da Venezia lo ha portato a Beirut, avesse compiuto un vertiginoso viaggio nel tempo, all'indietro però. Un tuffo nel passato, dalla libertà dell'arte e della cultura che per il suo film The insult nella Mostra veneziana del cinema aveva appena premiato come miglior interprete maschile l'attore Kamel el Basha, al regime autoritario e arrogante del Libano, dove il regista è stato arrestato (e poi rilasciato) con l'accusa grottesca di «tradimento». Sembra una maledizione: non appena il cinema, i libri, l'arte in genere suscita l'illusione di un regno se non ideale, almeno passabilmente decente, in cui la persecuzione ideologica, la protervia bellicista, la discriminazione, la smania censoria siano messe da parte nel mondo della cultura, subito la realtà si incarica di riferirci che un regista apprezzato debba essere minacciato perché nella messa in opera di un film ha osato girare alcune scene nell'odiatissimo, vituperatissimo, scomunicatissimo Stato di Israele.



Pierluigi Battista, Corriere della Sera,
12 settembre 2017


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Shir shishi - una poesia per erev shabbat

La catena dorata

img headerKadeye Molodowska (1894-1975), poetessa in lingua yiddish, scrittrice, giornalista e insegnante di yiddish ed ebraico nonché una delle autrici più importanti e prolifiche, è già stata presentata in questa rubrica. Ma stavolta la strada della poesia passa attraverso tre lingue, quella della scrittura e quelle della traduzione. Kadya ha vissuto e scritto in diversi posti e ha pubblicato le sue opere tra il paese natio, lo shtetl di Bereza Kartuska in Bielorussia e le altre città in Polonia, Russia, America e Israele, divenendo una figura di riferimento nella poesia e in ambito culturale per i diversi ambienti ebraici del tempo. In realtà, Kadya è rimasta troppo a lungo all'ombra dei grandi autori yiddish divenuti una sorta di patrimonio dell'umanità: Israel e Itzhak Bashevis Singer (e la sorella Esther Kreitman), Y. L. Pertetz, Shalom Aleichem, Mendele Moicher Sfoirim e Scholem Asch.
Un capitolo ancora aperto riguarda il breve lasso di tempo che la coppia Lev - Molodowsky trascorse a Tel Aviv, tra il 1949 e il 1952. Nel periodo immediatamente successivo alla costituzione dello stato, Israele aveva l’aspetto di un collettivo unito dall'ideologia sionista di taglio socialista, che si riconosceva nello slogan di E. Ben Yehuda, "Ebreo, parla ebraico". I giovani leader della nazione guardavano con ostilità allo yiddish, la lingua della diaspora “poco adatta all'ebreo nuovo”, come usava dire David Ben Gurion, pur con il suo accento marcato e la cadenza tipica dell’est Europa. Quando furono celebrati a Tel Aviv i funerali di Halperin (il suo maestro a Varsavia e a Odessa), la moglie e i figli dello studioso, noti cultori della lingua ebraica, allontanarono Kadya dal gruppo degli oratori perché insisteva nel voler ricordare il maestro in yiddish. E così, nonostante il rispetto e l'onore con cui gli scrittori locali l'avevano accolta e il riconoscimento del suo lavoro di redattrice presso il giornale Heym di Tel Aviv indirizzato alle giovani pioniere, la poetessa continuava a sentirsi straniera e dopo tre anni la coppia emigrò in America.
Le sue splendide poesie per bambini hanno avuto invece un grande successo in Israele e continuano a fare parte della letteratura classica per l'infanzia e per gli adulti amanti delle buone letture. Kadya Molodowska è stata tradotta dai più importanti poeti dell'epoca, N. Alterman, e L. Goldberg e la poesia La catena dorata è un'eccellenza della creatività nella Mame Loshen, ovvero, in yiddish.

Aprite il cancello, apritelo largo,                                                                                         
qui passerà una catena tutta dorata,                                                                                         
padre e madre e fratello e sorella                                                                                     
e sposo con sposa                                                                                                                   
in una carrozza leggera.

Aprite il cancello, apritelo largo,                                                                                          
qui passerà una catena dorata,
nonno e nonna, zio e zia,
e nipoti e nipotine
in una carrozza di perline.

Aprite il cancello, apritelo largo,                                                                                        
qui passerà una catena dorata,
con pera e mela
e miele per merenda,
un biscottino dal forno
sul piatto tutto d'oro...

Sarah Kaminski, Università di Torino

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