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17 NOVEMBRE 2017
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israele

La scuola, tra ortodossia e modernità

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Menachem Bombach aspetta dietro al cancello della sua scuola, su una collina polverosa: porta un cappotto lungo e nero, la barba corta e un paio di occhiali dalla montatura sottile. Ha un’aria da studente raffinato e le mani giunte davanti a sé. Sorride mentre esclama: “Benvenuti, benvenuti!”
Difficile credere che la casa di questo rispettabile signore possa essere stata così spesso presa di mira da gruppi di fanatici religiosi. La porta e la serratura del suo appartamento sono state imbrattate di catrame parecchie volte e il suo quartiere è stato letteralmente coperto di poster che lo accusavano di essere un impostore haredì, e gli intimavano di “tornare a Tel-Aviv”. Quando lo hanno riconosciuto, durante una visita a Mea Shearim, il quartiere della sua infanzia, hanno iniziato a lanciargli addosso bottiglie e pannolini, fino ad arrivare a strappargli dalla testa la kippah.

Avital Chizhik-Goldschmidt, per il Forward
Traduzione di Francesca Antonioli, studentessa della Scuola Superiore per interpreti e traduttori di Trieste, e tirocinante presso la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

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diritti

Sostenere lo Ius soli

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Credo sarebbe utile che almeno noi insegnanti facessimo più attenzione all’uso delle parole. Da dieci anni siamo invitati, da una Raccomandazione del parlamento europeo fatta propria dal ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur), a lavorare nelle scuole alla costruzione di otto competenze chiave di cittadinanza. Le Indicazioni nazionali per il curricolo, che sono legge dello stato dal novembre 2012, titolano un paragrafo “per una nuova cittadinanza”. La parola cittadinanza nomina, secondo il dizionario, il “vincolo di appartenenza di un individuo a uno stato, che comporta un insieme di diritti e doveri”.
Ma quando entriamo in classe, molti di noi si trovano davanti bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro.

Franco Lorenzoni, Internazionale
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torino, scuola

Incoraggiare le domande

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Chi l’ha detto che per fare il preside di una scuola – anzi, di tre – bisogna aver insegnato per tutta la vita? Arrivato a Torino in punta di piedi, Marco Camerini sembra sfidare una delle regole auree della governance scolastica. Milanese, 44 anni, laureato in filosofia, Camerini coltiva sì da sempre la passione per la didattica avendo tenuto corsi di ebraismo per bambini, di social learning per studenti e di storia del jazz per adulti. Ma il suo bagaglio professionale arriva soprattutto da un altro mondo: quello della gestione delle risorse umane. Una prospettiva che Camerini, nuovo “coordinatore didattico” della Scuola ebraica cittadina (174 allievi tra infanzia, elementari e medie) intende portare a suo modo in via Sant’Anselmo.

Simone Disegni, La Stampa
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