società
La Memoria, frutto della nostra volontà
Forse
in avvicinamento verso il Giorno della Memoria vale la pena riprendere
alcune considerazioni sul passaggio che ci consegna il ricordo. Parto
da due passi del testo biblico, che hanno per protagonista indiretto
Giuseppe e la sua capacità interpretativa del sogno. Appena liberato,
il capo dei coppieri (ha appena goduto della interpretazione del sogno
che gli ha fatto in galera Giuseppe) si dimentica della circostanza che
lo ha fatto di nuovo essere un uomo libero. Il testo dice
letteralmente: “Il capo dei coppieri, invece di ricordarsi di Giuseppe,
lo dimenticò”. [Gn, 40, 23]. Successivamente [Gn, 41, 10 e sgg.] si
ricorda perché si ripete la stessa situazione: qualcuno sogna, si
domanda il significato del sogno, nessuno riesce a dare una
spiegazione, qualcuno la darà. Riconsideriamo la versione testuale del
verso 40, 23. È evidente che se qualcuno si dimentica, non si ricorda.
Ma perché ripetere due volte lo stesso concetto? Perché dimenticare
(l’oblio) e non ricordare non sono operazioni identiche. Così come
differiscono “avere memoria” (che è l’opposto di dimenticare) e
ricordare. Ricordare o non ricordare è un’operazione meccanica, spesso
casuale. Dimenticare e avere memoria, invece, sono due atti
intenzionali. Dimenticare e avere memoria sono un risultato e
testimoniano di una volontà: si dimentica ciò che si è deciso di non
ricordare e si ha memoria di ciò che si vuole ricordare. Si deduce da
qui che memoria e oblio non sono fatti, bensì atti. Per la precisione
atti volontari, coscienti e consapevoli.
David Bidussa, Pagine Ebraiche, gennaio 2018
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