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25 gennaio 2018 - 10 shevat 5778
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società

La Memoria, frutto della nostra volontà   

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Forse in avvicinamento verso il Giorno della Memoria vale la pena riprendere alcune considerazioni sul passaggio che ci consegna il ricordo. Parto da due passi del testo biblico, che hanno per protagonista indiretto Giuseppe e la sua capacità interpretativa del sogno. Appena liberato, il capo dei coppieri (ha appena goduto della interpretazione del sogno che gli ha fatto in galera Giuseppe) si dimentica della circostanza che lo ha fatto di nuovo essere un uomo libero. Il testo dice letteralmente: “Il capo dei coppieri, invece di ricordarsi di Giuseppe, lo dimenticò”. [Gn, 40, 23]. Successivamente [Gn, 41, 10 e sgg.] si ricorda perché si ripete la stessa situazione: qualcuno sogna, si domanda il significato del sogno, nessuno riesce a dare una spiegazione, qualcuno la darà. Riconsideriamo la versione testuale del verso 40, 23. È evidente che se qualcuno si dimentica, non si ricorda. Ma perché ripetere due volte lo stesso concetto? Perché dimenticare (l’oblio) e non ricordare non sono operazioni identiche. Così come differiscono “avere memoria” (che è l’opposto di dimenticare) e ricordare. Ricordare o non ricordare è un’operazione meccanica, spesso casuale. Dimenticare e avere memoria, invece, sono due atti intenzionali. Dimenticare e avere memoria sono un risultato e testimoniano di una volontà: si dimentica ciò che si è deciso di non ricordare e si ha memoria di ciò che si vuole ricordare. Si deduce da qui che memoria e oblio non sono fatti, bensì atti. Per la precisione atti volontari, coscienti e consapevoli.

David Bidussa, Pagine Ebraiche, gennaio 2018

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MACHSHEVET ISRAEL

Sugli ideali: perseguire la felicità o la santità 

img headerDa sempre la felicità è un ideale filosofico. Anzi, per molti pensatori del mondo antico la filosofia stessa è lo strumento più adatto per perseguire uno status di felicità ovvero un pieno appagamento di bisogni e aspirazioni. Da un punto di vista ‘naturalistico’ l’uomo aspira ad essere felice, anche se il concetto di felicità si trasforma nel corso delle epoche e può cambiare da cultura a cultura. Si discute se, pur cambiando i contenuti (culturali?) di quest’aspirazione, essa resti tuttavia una costante (biologica?) dell’essere umano.
Se Epicuro e gli antichi la elaborano a partire da una teoria dei bisogni (cui corrispondono altrettanti piaceri, senza i quali non si può essere soddisfatti, dunque felici), l’età medioevale – in Occidente – spiritualizza la felicità elevandone, per così dire, l’aspirazione a ideale religioso: la felicità a cui uomini e donne dovrebbero tendere è la beatitudo della contemplazione di Dio, spesso contrapposta alla miseria di questa “valle di lacrime”. La modernità non ha fatto altro che secolarizzare il concetto ed estenderlo alle aspirazioni di libertà e autonomia dell’individuo, garantite da uno Stato non più teocratico che giudica le azioni e non le idee e il credo religioso dei suoi cittadini. In questo modo la felicità entra tra le aspirazioni ‘democratiche’ della rivoluzione francese e finisce persino nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, che per due volte afferma: ogni cittadino ha diritto al “perseguimento della felicità” e a “procurarsi la felicità”, come valore posto accanto alla vita, alla sicurezza e alla libertà.

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI

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Società    

Che razza d'idea confusa   

Nei giorni scorsi Attilio Fontana, candidato del Centrodestra alle elezioni regionali in Lombardia, ha dichiarato a Radio Padania che la razza bianca è a rischio: «Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o se devono essere cancellate». In un secondo momento Fontana si è corretto: è stato un lapsus, ha detto. Poi, in un terzo momento, ha cambiato ancora idea: «Dovrebbero cambiare anche la Costituzione perché è la prima a dire che esistono razze». Sono seguite una serie di reazioni e di esternazioni, in un dibattito che ha assunto caratteri lievemente surreali. Linguisti e genetisti, antropologi e giuristi, sono stati interpellati sull'etimologia della parola razza, e sull'applicabilità all'uomo del concetto di razza. Ma è di questo che occorre parlare, è questo il problema che le parole di Fontana hanno sollevato? A sgombrare il campo da molti equivoci ci ha pensato l'Associazione Genetica Italiana, pubblicando una dichiarazione sul concetto di razza umana. Cose che si sanno da tempo, ma meglio ripeterle. La prima è che la parola stessa, razza, è un grande generatore di confusione.





Guido Barbujani, Il Sole 24 Ore Domenica,
21 gennaio 2018


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società 

C'è la stupidità del male    

Ero in quinta ginnasiale. Avevo come compagna di banco una brava figliola. Questa ragazza un giorno ha detto qualcosa che mi sembrava... Allora le ho detto: "Ma guarda che anch'io sono ebrea". E lei mi dice: "Non è vero". "Se te lo dico io!". "Non è vero, perché gli ebrei hanno sei dita." Adesso fa ridere, ma è così. La mia amica Carla mi ha detto che una donna che conosceva, a Torino, era terrorizzata durante la gravidanza perché temeva che il bambino nascesse con sei dita». II racconto di Anna Colombo, piemontese, docente di letteratura rumena, morta anni fa a Gerusalemme e autrice del libro Gli ebrei hanno sei dita (Feltrinelli, 2005), spiega più di mille volumi quanto sottile sia il confine fra il ridicolo e l'orrore. Nulla quanto il razzismo può accecare le intelligenze. Nulla Dicono tutto poche righe scritte di suo pugno nel libro del 1941 Sintesi di dottrina della razza da Julius Evola, che il Giorgio Almirante definiva « il nostro Marcuse» ed è ancora oggi uno dei punti di riferimento della destra: «Una donna, i cui rapporti sessuali con un uomo di colore sono cessati da anni, può dare alla luce un figlio di colore nella sua unione con un uomo, come lei, di razza bianca : qui una idea confittasi in condizioni speciali nella subcoscienza della madre in forma di un "complesso", anche dopo anni ha agito formativamente sulla nascita».

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera,
25 gennaio 2018 


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Shir shishi - una poesia per erev shabbat

Hanna Szenes, una storia di coraggio nel buio

img headerNel '43 gli inglesi sapevano che il piccolo gruppo di paracadutisti dell’Yeshuv, appartenenti ai corpi speciali della Brigata ebraica, andava verso una morte sicura. I nazisti stavano chiudendo i conti con il resto dell'ebraismo europeo, cancellando i ghetti e deportando, nonostante le sconfitte subite in Unione Sovietica, gli ungheresi di religione mosaica, figli del grande illuminista e primo sionista, Theodor Herzl.
Hanna, chiamata dai genitori, Anikò, nacque a Budapest nel 1921, in una casa borghese e agiata; suo padre Béla Szenes, un noto poeta e drammaturgo, morì quando lei ebbe solo tredici anni. Con le prime manifestazioni di razzismo e antisemitismo in Ungheria, la giovane inizia studiare ebraico e partecipa all'attività sionista, decidendo di lasciare l'Europa e iniziare una nuova vita in un insediamento agricolo in Terra di Israele. Parte a diciotto anni e studia agricoltura con la mitica Hanna Meizel, la maestra della poetessa Rachel Bluwstiein. Pratica la vita di pioniera e contadina nel moshav Nahalal nella Valle di Izra'el e come le altre ragazze, zappa la terra, lava i panni, piega senza entusiasmo la biancheria del collettivo e sente la frustrazione crescere dentro di lei. Era colta mentre intorno, come testimonia lo scrittore Aharon Meged, allora membro del kibbutz Sdot Yam, la gente era in immersa in faccende quotidiane e nelle discussioni politiche. La guerra, per molti dell’yeshuv, era un fattore lontano, poco percepibile e solo dopo la battaglia di El Alamein dell'inverno '42, la paura diventa tangibile e le notizie della Shoah filtrano sempre più insistenti. Hanna è preoccupata per i suoi familiari e quando la reclutano con Enzo Sereni e altri pochi scelti tra le file della Brigata ebraica, si sente finalmente realizzata. Desidera partire e raggiungere il suo paese natale per avvertire gli ebrei del destino terribile che li attende.
Prima di partire gli emissari, i paracadutisti, incontrano Ben Gurion che si dimostra particolarmente taciturno, Golda Meir, scoppia in lacrime e i comandanti inglesi parlano di un'azione simbolica. Nessuno dei paracadutisti si salverà, Enzo Sereni sparisce a Dachau, Hanna viene catturata, torturata e processata nel novembre 1944 dagli stessi ungheresi fascisti. Non tradisce i suoi amici, non consegna nessun nome e viene giustiziata all'età di ventitré anni. La Szenez non è solo un'eroina ebrea della resistenza ebraica, un capro espiatorio per le forze britanniche refrattarie alla disperata ricerca dei giovani ebrei della Palestina di partecipare allo sforzo bellico, ma e anche una giovane donna, colta e sola che dà senso alla propria vita, andando verso una morte sicura.


Eli, Eli

Mio Dio, mio Dio, fa’ che
non abbiano mai fine la sabbia
e il mare, il sussurro dell'acqua,                                                                                         
il chiarore del cielo,  
la preghiera dell'uomo.

Sarah Kaminski, Università di Torino

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