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Makhshevet Israel – Sugli ideali: perseguire la felicità o vivere in santità?

massimo giulianiDa sempre la felicità è un ideale filosofico. Anzi, per molti pensatori del mondo antico la filosofia stessa è lo strumento più adatto per perseguire uno status di felicità ovvero un pieno appagamento di bisogni e aspirazioni. Da un punto di vista ‘naturalistico’ l’uomo aspira ad essere felice, anche se il concetto di felicità si trasforma nel corso delle epoche e può cambiare da cultura a cultura. Si discute se, pur cambiando i contenuti (culturali?) di quest’aspirazione, essa resti tuttavia una costante (biologica?) dell’essere umano.
Se Epicuro e gli antichi la elaborano a partire da una teoria dei bisogni (cui corrispondono altrettanti piaceri, senza i quali non si può essere soddisfatti, dunque felici), l’età medioevale – in Occidente – spiritualizza la felicità elevandone, per così dire, l’aspirazione a ideale religioso: la felicità a cui uomini e donne dovrebbero tendere è la beatitudo della contemplazione di Dio, spesso contrapposta alla miseria di questa “valle di lacrime”. La modernità non ha fatto altro che secolarizzare il concetto ed estenderlo alle aspirazioni di libertà e autonomia dell’individuo, garantite da uno Stato non più teocratico che giudica le azioni e non le idee e il credo religioso dei suoi cittadini. In questo modo la felicità entra tra le aspirazioni ‘democratiche’ della rivoluzione francese e finisce persino nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, che per due volte afferma: ogni cittadino ha diritto al “perseguimento della felicità” e a “procurarsi la felicità”, come valore posto accanto alla vita, alla sicurezza e alla libertà.
Baruch Spinoza ha preparato la strada a questa rivoluzione e tra i suoi scritti – a cavallo tra medioevo e modernità – troviamo un saggio intitolato “Breve trattato su Dio, l’uomo e la sua felicità” (probabilmente del 1660). Per Spinoza perfecta laetitia è arrivare a vedere e comprendere tutte le cose sub specie aeternitatis. Un secolo dopo Moses Mendelssohn, nel suo “Jerusalem” (1783), afferma che le interferenze reciproche tra Stato e Chiesa, ossia tra politica e religione, mettono a repentaglio “il gioiello più prezioso: la felicità umana”. Certo, siamo già in un orizzonte nuovo: non è più la felicità eterna e in assoluto ma soltanto quella ‘civile’ e ‘interiore’ che politica e religione devono, rispettivamente, garantire. I rimandi servono qui a mostrare come anche nel pensiero ebraico moderno il processo di secolarizzazione di questo concetto teologico è ormai compiuto.
Ma cosa ha da dire al riguardo la tradizione rabbinica? Una sintesi efficace la offre il rabbino (conservative) David J. Wolpe nel volume “The Healer of Shattered Hearts” (1990). E’ così chiara da non abbisognare di commenti: “Come tutti gli esseri umani, i rabbini hanno ponderato la questione della ricerca della felicità e ne hanno concluso che essa non può che essere il risultato di scopi più alti (…) L’imperativo biblico è: ‘scegli la vita’, non ‘sii felice’. La felicità può facilmente diventare un idolo, come tutte le cose che gli esseri umani venerano e cercano all’infuori di Dio. Il comando della Torà è: ‘siate santi’. E la santità deriva, per gli umani, dall’agire in accordo con Dio. La santificazione, dunque, e non la mera soddisfazione è lo scopo della vita, secondo la concezione tradizionale ebraica. Certo, la soddisfazione resta importante ma non esaurisce tutto (…) e la ricerca della felicità dovrebbe contribuire alla ricerca della santità, non ostacolarla. Per questo ogni volta che la tradizione ebraica parla di Dio, essa parla di come possiamo ‘essere santi’. Infatti la santità si manifesta in molti modi: nel dialogo, nell’incontro, nell’imitazione e nell’obbedienza a Dio, ma anche nella ribellione contro di Lui. La santità è un ideale assai più grande della felicità, poiché include le difficoltà, gli sforzi e ogni aspetto della vita – successi, aspirazioni e persino l’amore – come parte del dramma morale del mondo, non come scopi esclusivi o sole ragioni dell’esistenza. La santità è più grande della felicità proprio perché non è mai compiuta una volta per tutte, è costantemente in corso d’opera, come un fine che sta sempre un po’ oltre. Ma la scala della santità – costruita con i pioli di ogni momento dell’esistenza e di ogni sforzo di bene – è l’unica scala umana che, secondo la metafora biblica, ci avvicina al Cielo”.

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI