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 22 marzo 2018 -  7 nissan 5778
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Verso Pesach

Immigrazione e legalità 

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“(H.) disse ad Avram: Sappi che la tua discendenza sarà straniera in una terra non loro: li asserviranno e li affliggeranno per quattrocento anni. Ma anche del popolo che essi serviranno sarò giudice, dopodiché usciranno con grandi ricchezze” (Bereshit 15, 13-14). È lecito domandarsi che profezia sia questa! Forse che il Patriarca si sarebbe consolato all’idea di un avvenire di schiavitù? È vero: tutto è bene ciò che finisce bene, ma nel frattempo? Ho recentemente udito una spiegazione creativa. H. intese rivelare ad Avram non la benedizione della sua discendenza, bensì la sua missione. Noi Ebrei avremmo sperimentato l’esilio in Egitto al fine di potere testimoniare agli altri, in qualsiasi tempo e luogo, cosa comporta la condizione di stranieri.

Rav Alberto Moshe Somekh, Pagine Ebraiche, marzo 2018 

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MACHSHEVET ISRAEL

Un patto universale

img headerNegli scorsi giorni si è tenuta all’università Bar Ilan una due giorni di incontri e workshops dal titolo “Scritture [kitve kodesh] – loro caratteristiche e collocazione nelle religioni”, organizzata dall’Associazione israeliana per la ricerca sulle religioni. Obiettivo di fondo degli incontri era quello di confrontarsi sui differenti approcci ai testi fondativi di differenti contesti religiosi e culturali – con un focus di rilievo ai tre monoteismi. Ad esempio, nella sessione di studio che, da semplice uditore, mi è capitato di seguire, diversi ricercatori e professori si confrontavano su tre diverse fonti – ebraica, cristiana, mussulmana – a partire dall’interrogativo specifico circa la memoria, o forse sarebbe meglio dire, riprendendo direttamente da “lizkor”, il ricordare. Rispettivamente: ricordo del patto contratto tra Dio e Noah; ricordo (ossia: non oblio) della figura di Gesù e di Allah. Rileva anzitutto come proprio a partire dalla religione, e non “nonostante” questa, vi siano, in Israele, occasioni di dialogo tra l’eterogena maggioranza ebraica e le diverse minoranze. Difatti il workshop vedeva la presenza, tra gli altri, di una ricercatrice araba mussulmana e di una cristiana (occidentale trapiantata all’università di Tel Aviv) così che lo scambio di opinioni su testi, esegesi e significati, diventava, in loro presenza, qualcosa di più e di differente dal solo approfondimento accademico. Naturalmente, si potrà osservare, ciò avviene anche nell’Europa laica del mondo accademico e nell’Europa cristiana del post Concilio II (gli incontri in Ambrosiana, parlando per la mia città, ne sono un esempio). La distanza tra le due sponde del mediterraneo segna però anche il differente significato, almeno da ciò che potremmo azzardare a dire punto di vista ebraico.

Cosimo Nicolini Coen

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orizzonti  

Siberia, la Terra promessa oltre le paludi ghiacciate     

Non è semplice raggiungere Birobidzhan, la capitale del remoto «Yevreyskaya Avtonomnaya Oblast», il Territorio Autonomo degli Ebrei. Quando venne fondata da Stalin nel 1932 gli oltre 50.000 ebrei che vi emigrarono percorsero migliaia di chilometri per raggiungere il remoto avamposto siberiano, fra paludi ghiacciate, permafrost e terra dura.
Siamo alla confluenza dei fiumi Bira e Bidzan, entrambi tributari del grande Amur che con il Trattato di Nercinsk del 1689 diventò il confine tra le aree di influenza russe e cinesi nell’Estremo Oriente siberiano a Nord della Manciuria. Oggi il Territorio Autonomo degli Ebrei è uno degli 83 soggetti giuridici costituenti la Federazione Russa.
Raggiungiamo Birobidzhan, la «Sion rossa», percorrendo con la Transiberiana 8.320 chilometri dalla stazione Yaroslavskaya di Mosca. La stazione ferroviaria di Birobidzhan già racconta il luogo: un edificio di mattoni rossi, con il nome della città in caratteri cirillici ed ebraici, in russo e yiddish. Anche tutte le insegne stradali sono bilingue e appena scesi dal treno ci accoglie una grande menorah in cima a un obelisco, accanto a una scultura di bronzo con l’eroe popolare ebraico inventato da Sholem Aleichem: Tewje il lattivendolo, qui diventato l’icona dei primi pionieri.

Gianni Vernetti, La Stampa,
21 marzo 2018


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orizzonti 

Londra multietnica
non fa sconti agli xenofobi  

Non c'è soltanto la Brexit a marcare la distanza fra la Gran Bretagna e l'Europa. Londra ha steso un cordone sanitario per isolarsi dal contagio xenofobo che arriva dal Continente: e ormai rifiuta l'ingresso a chi è considerato sostenitore di idee inaccettabili. L'ultimo episodio è di questo weekend: sabato il fondatore di Pegida, il movimento tedesco anti-Islam, è stato bloccato all'aeroporto di Stansted ed espulso il giorno dopo. Luz Bachmann aveva intenzione di pronunciare un discorso allo Speakers' Corner di Hyde Park, il luogo dove anche le opinioni più bizzarre hanno diritto di parola: ma le autorità britanniche hanno ritenuto l'iniziativa «non nell'interesse del bene pubblico» e hanno messo alla porta l'estremista. La stessa cosa era successa qualche giorno prima, quando l'attivista di destra canadese Lauren Southern era stata bloccata a Calais, dove era in procinto di recarsi in Gran Bretagna; e così anche un esponente xenofobo austriaco, Martin Sellner, si era visto arrestare all'aeroporto di Luton ed espellere il giorno dopo, sempre con la motivazione dell'interesse pubblico.





Luigi Ippolito, Corriere della Sera,
20 marzo 2018


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shir shishi - una poesia per erev shabbat

Una cosa

img headerA volte le parole hanno un effetto davvero speciale. A sentire un israeliano che saluta con l'espressione multilinguistica, yalla–bye-ciao, lascia l'uditore un poco perplesso e sorridente. Per i nativi la mescolanza e la contaminazione tra il saluto ufficiale, shalom, e l'inserimento di idiomi vicini fisicamente e culturalmente è del tutto naturale. Una volta si diceva in arabo, Ahalan, oggi si aggiunge un pizzico di inglese e italiano. Mi ricordo ancora la prima volta che ho sentito Donatella Bassani, la mia professoressa di italiano all'università di Tel Aviv, pronunziare (si diceva così), a-sciu-ga-ma-no, le cui sillabe e l'intonazione risuonavano alle orecchie della classe, piuttosto divertita, niente po' po' di meno che in giapponese. Vi racconto questi episodi perché l'altro giorno mi è arrivata una mail dal poeta italo-israeliano, storico e archivista, Ariel Viterbo, con tre bellissime poesie inserite nel suo secondo libro di poesie pubblicato in Italia. Il nome assegnato al libro è Tòcchi, il che mi ha conquistato immediatamente per la sua somiglianza con la parola ebraica pa'am, cioè una volta, ma anche, battito, rintocco e passo. Infatti, i passi a cui anela il mondo ebraico sono quelli del Mashiach, pe'amei mashi'ach.
Ariel Viterbo è nato nel 1965 a Padova e a vent’anni è emigrato in Israele, mantenendo un forte legame con la sua lingua madre. Si è laureato in storia e archivistica e lavora alla Biblioteca Nazionale d’Israele, a Gerusalemme. Ha scritto per diversi anni sul mensile Shalom e a pubblicato dei saggi sulla storia degli ebrei in Italia, in particolare di Venezia e Padova e sulle figure di rav Samuele Colombo, Yoseph Colombo e Umberto Cassuto. Nel 2004 ha vinto la prima edizione del premio giornalistico Claudio Accardi, con l’articolo Le possibilità della convivenza, sulla vita in comune tra israeliani e palestinesi, apparso anche sulla rivista «Keshet», vol. IV, nn. 3-4, novembre-dicembre 2006. Dimenticarsi, il suo primo libro di poesie, è uscito nel 2010 per la GDS Edizioni, mentre Tócchi, dal quale ho scelto la poesia "Una cosa", è stato stampato dalla Cleup di Padova nel 2014. La terza raccolta di poesie è in cerca di editore.

Volevi
ascoltarmi
cantare
l’amore vero
quello scolpito
nel cuore
da un brivido
che non mente.

Notte dopo notte
ho cercato le parole
da incollare al foglio
spezzando sillabe
unendo versi
alla luce dell’unica stella
che rimaneva accesa
fino al mattino.

Facciamo una cosa
alla volta, ti dissi
stracciando il foglio
in un’alba stanca,
ora facciamo l’amore,
dopo lo canterò.

Sarah Kaminski, Università di Torino 

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