
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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Eccolo
qua il fuoco della parasha Tzav, quello sull’altare che non diceva mai
di spegnersi, quello che consumava i sacrifici ma non bruciava il legno
dell’altare, quello che illuminava e dava senso e luce al rito nel
Tempio di Gerusalemme. Eccolo qua il fuoco di un altare al quale
dovremmo ispirarci quando bruciamo di passioni personali, ambizioni
egoistiche, visioni private di ciò che dovrebbe essere interesse e
missione pubblica: l’altare o qualunque altro luogo di santificazione
collettiva della presenza di Dio.
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Gadi
Luzzatto
Voghera, direttore
Fondazione CDEC
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Non
ho mai avuto simpatia per le celebrazioni dei decennali del 1968. La
mia generazione ha vissuto all’ombra di questo mito, restando vittima
dell’autocelebrazione imperante degli allora giovani leader della
rivolta che hanno vissuto rapidamente un’involuzione autocompiacente,
che ha pesato molto sulla cultura e la politica italiana. Loro ci
avevano visto lungo, loro rappresentavano la vera novità, loro
meritavano di occupare le posizioni di leadership (redazioni di
giornali, cattedre universitarie, segreterie di partito) che spettavano
di diritto a chi aveva dimostrato nei fatti di aver saputo interpretare
il cambiamento. Un cambiamento interpretato come perenne, che non ha
permesso alle nuove generazioni di alzare la testa: i giovani erano
loro, e basta. L’intervista a Guido Viale sulla Stampa di ieri
rappresenta in questo contesto una assoluta novità. Sincera nelle
considerazioni impietose sugli errori compiuti nel turbinio
sessantottino, lucida nell’analisi delle dinamiche sociali e politiche
che vennero allora travolte. Ma soprattutto intelligente nel descrivere
l’emergenza di oggi. Che non è – come giustamente dice Viale – il
rialzare la testa del fascismo (che è una presenza immanente nel
panorama politico italiano), ma è l’emergere del razzismo e dell’odio
contro l’immigrato.
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Adesivi antisemiti in curva Confermata la sentenza
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Si
chiude la vicenda giudiziaria (almeno su un piano sportivo) relativa
agli adesivi antisemiti con Anna Frank apparsi nella curva dei tifosi
della Lazio in ottobre. È stato infatti respinto dai giudici della
Corte federale d’appello il ricorso del procuratore Giuseppe Pecoraro
contro la sentenza del Tribunale federale che in primo grado si era
limitato a infliggere una sanzione di 50mila euro (la richiesta di
Pecoraro era di due turni a porte chiuse per lo stadio Olimpico). “Il
caso Anna Frank vale 50 mila euro” titola la Gazzetta dello Sport. Che
poi scrive: “La storia di Anna Frank in curva Sud finisce qui. Poiché
una sanzione è stata comunque comminata, il procuratore non può
ricorrere al Collegio di garanzia del Coni. L’amarezza di Pecoraro,
dicono, è ormai sopra il livello di guardia”.
Nel giorno dell’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine,
celebrato ieri in forma solenne alla presenza del capo dello Stato
Sergio Mattarella, Corrado Augias su Repubblica ricorda come si tratti
di “uno pochi episodi della guerra e della Resistenza dove la vulgata
neofascista è riuscita ad avere una certa circolazione e conseguente
credibilità”. Sostanzialmente, viene spiegato, si riduce alla
considerazione che se gli esecutori materiali dell’attentato si fossero
consegnati agli occupanti nazisti, il massacro si sarebbe evitato. Una
versione di comodo, sottolinea Augias, “che ignora circostanze e tempi
in cui i fatti si svolsero”.
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qui roma - la cerimonia
Fosse Ardeatine, l'anniversario
con volti e storie delle vittime
Sullo
schermo, novità di quest’anno, scorrono i volti di tutte le vittime
(tranne le poche di cui non è stato possibile trovare un’immagine).
Sguardi e smorfie, molto spesso sorrisi, frammenti di un’esistenza
destinata a infrangersi contro la barbarie, che toccano il cuore. Come
quando si dà lettura di alcuni stralci dei loro diari. Vite spezzate
dal mostro nazifascista, ma per fortuna non dimenticate.
Emozioni intense alla solenne cerimonia in ricordo delle vittime
dell’eccidio delle Fosse Ardeatine svoltasi ieri sera alla presenza del
capo dello Stato Sergio Mattarella. “Abbiamo voluto ricordare l’eccidio
proprio nell’ora della macabra mattanza” dice Rosina Stame, presidente
dell’Anfim, prima che Aladino Lombardi proceda alla lettura dei nomi di
chi in quei luoghi fu strappato alla vita. È poi rav Riccardo Di Segni,
rabbino capo di Roma, a concludere la cerimonia con la preghiera
secondo il rito ebraico. Leggi
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qui torino - la serata con gli studenti "Israele, l'innovazione è qui"
Sei
giovani israeliani, che da anni vivono in città, perché qui studiano in
diverse facoltà universitarie, sono stati invitati dall’Associazione ex
allievi della Scuola Ebraica di Torino (Asset) a raccontarsi e a
comunicare perché su Israele soffia il vento del futuro.
La tecnologia e le start up, ma anche la cucine e la cosmesi, il design
e le nuove scoperte in medicina e veterinaria sono state al centro
degli interventi di Shmuel, Ruth, Heidi, Shachaf, Paz e Yankie, per
fornire un quadro di alcune tra le innovazioni più interessanti in atto
in Israele, in vari campi e discipline.
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qui roma - concluso il ciclo di incontri "Israele tutela le minoranze"
Raccontare
Israele, dal punto di vista di una minoranza. Si è concluso a Roma, al
Centro Studi Americani, il ciclo di testimonianze dei giovani Jonathan
Nizar Elkhoury, Muhammad Ka’biya, Lorene Khateeb. Cristiano libanese il
primo, beduino il secondo, drusa la terza – tutti e tre ospiti
dell’ambasciata israeliana, che per loro (in collaborazione con diversi
enti) ha organizzato alcuni incontri pubblici a Torino, Milano e
Bologna fino all’epilogo nella Capitale. Leggi
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Israele e gli ebrei americani
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Sono
sempre stata una convinta sostenitrice del modello italiano unitario –
in cui diversi modi di vivere l’ebraismo e diversi livelli di
osservanza coesistono all’interno di comunità territoriali
ufficialmente ortodosse – e l’ho difeso in decine di scritti e
centinaia di discussioni. Tuttavia non credo che ci possiamo permettere
di ignorare che il nostro non è affatto il modello prevalente
nell’ebraismo diasporico, e in particolare negli Stati Uniti. Molti
personaggi (artisti, scienziati, politici, ecc.) che agli occhi del
mondo sono ebrei appartengono a comunità non ortodosse, così come
appartengono a comunità non ortodosse molti esponenti di organizzazioni
ebraiche internazionali, che – ci piaccia o meno – sono viste da tutti
come la voce degli ebrei di fronte al mondo.
Sono dunque rimasta un po’ sorpresa dalle parole sbrigative con cui Rav
Momigliano nel suo intervento di due giorni fa ha liquidato il
Presidente del World Jewish Congress Ronald Lauder come un “sapientone”
che predica sul New York Times. Davvero noi ebrei italiani possiamo
credere che il World Jewish Congress sia del tutto irrilevante e che il
suo presidente sia una voce isolata da trattare con sufficienza? Rav
Momigliano parla del pericolo di “accrescere incomprensioni e
spaccature nel mondo ebraico” ma le spaccature esistono già da uno o
due secoli indipendentemente da quello che possa pensare Lauder o che
possiamo pensare noi.
Peraltro l’articolo di Lauder non intendeva sollecitare divisioni
ulteriori, ma, anzi, metteva in guardia contro il pericolo di una
frattura tra Israele e gli ebrei americani. Secondo la sua opinione
Israele, pur avendo un modello di ebraismo prevalentemente ortodosso al
di là del livello di osservanza dei singoli (un modello simile a quello
italiano, dunque non siamo poi così isolati e anomali come sostengono
alcuni), era riuscito nei suoi primi settant’anni di vita a creare un
legame forte con l’ebraismo americano, prevalentemente non ortodosso.
Ora, a detta di Lauder, questo legame sta venendo meno a causa di una
serie di scelte politiche israeliane che hanno portato molti ebrei
americani a non sentirsi più benvenuti nello stato ebraico a differenza
di quanto era accaduto finora. Non sta certo a me dire se abbia ragione
o no, ma indubbiamente una presa di posizione così dura da parte del
presidente del Congresso Mondiale Ebraico non può non preoccupare
chiunque abbia a cuore il futuro di Israele.
Anna Segre, insegnante
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Tecniche di sopravvivenza
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“Zweig
sedeva nel vano della finestra e guardava fuori ma non vedeva Haifa.
Vedeva più lontano. La lingua tedesca sua e di Moshé era evidentemente
qualcosa di molto speciale. Nell’isolamento della Terra d’Israele
avevano vagliato bene quella lingua, ne avevano eliminato ogni
inciampo. Zweig ascoltava, sulle onde corte della radio, le
trasmissioni dalla Germania, si annotava le espressioni sconce, la cosa
che lo irritava più di ogni altra era il vedere ciò che quei mascalzoni
avevano fatto contro la lingua. […] Nella città di Haifa degli anni
Quaranta, sul Monte Carmelo, sedevano l’uno accanto all’altro il
direttore di un museo ebraico oriundo della Galizia e uno scrittore
ebreo-tedesco perseguitato, e tenevano in vita la lingua tedesca, la
salvaguardavano, la corteggiavano, la salvavano da se stessa, si
gingillavano con i suoi tesori nascosti, ne piangevano le deviazioni,
tentavano di capire la grammatica interiore della lingua hitleriana per
sradicarla e restituirla poi, a suo tempo, al legittimo proprietario.
Stavano, là, abbracciando una lingua che li aveva traditi, che aveva
buttato fuori Zweig, che lo voleva morto.”
Questa scena è tratta da un bel libro autobiografico di Yoram Kaniuk
del 1982, “Post Mortem” – purtroppo fuori edizione – che racconta la
Tel Aviv degli anni venti e quaranta, quella dei primi immigrati, in
gran parte provenienti dalla Germania nazista. Il Moshé che compare
accanto ad Arnold Zweig, il quale al tempo si rifugiò provvisoriamente
in Palestina per sfuggire alle persecuzioni, è il padre dell’autore. Il
passo citato racconta quello che per Zweig fu paradossalmente un
doloroso “esilio” in una terra “straniera”, e quindi il rapporto di odi
et amo tra gli ‘olim e la diaspora, sul quale s’incentra gran parte del
romanzo. Ma come si può continuare ad amare una cultura che in qualche
modo si è rivelata traditrice?
Francesco Moises Bassano
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