Jonathan
Sacks, rabbino
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Ho conosciuto una coppia di sposi davvero
felice. Il marito, con grande devozione, porta la colazione a letto a
sua moglie ogni mattina. Non sono del tutto sicuro che lei abbia
bisogno o voglia la colazione a letto tutte le mattine, ma accetta con
gioia perché sa che è il suo modo di dimostrarle affetto. Dopo decenni
di matrimonio, sembrano ancora in luna di miele.
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Dario
Calimani,
Università di Venezia
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Non è vero che il termometro della
convivenza civile sta cambiando. È solo un’impressione, ed è
probabilmente una manovra messa in atto dal disfattismo
antigovernativo. Un vero complotto contro questo governo del fare e del
cambiamento.
Quindi, se vittime dello sparo alla schiena o del pestaggio mortale o
di un quasi accecamento sono una bambina rom o un immigrato o una
ragazza di colore, beh, si tratta solo di coincidenze. Rimane solo da
capire come mai queste coincidenze si stiano intensificando settimana
dopo settimana e giorno dopo giorno.
Ma tutto appare normale ad occhi tranquilli. Il cielo è sereno e ha
smesso di piovere. L’ordine è garantito.
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Un problema italiano
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Dopo l’aggressione nel torinese a Daisy
Osakue, promessa dell’atletica leggera italiana di origine nigeriana
colpita all’occhio da un uovo lanciato da un auto, il dibattito sul
razzismo si è riacceso in Italia. Diversi quotidiani intervistano
Osakue (Corriere, Repubblica, Stampa), a cui nelle scorse ore ha
telefonato anche il Premier Conte. “Non hanno preso me per caso visto
che a qualche decina di metri c’era altra gente: l’ho detto anche al
premier Giuseppe Conte, che è stato molto gentile e mi ha chiamato.
Come gli ho detto che mi preoccupa è il pregiudizio, l’ignoranza. Sono
tornata in Italia dopo 10 mesi all’estero e ho trovato un Paese
diverso, è triste da dire ma si sente la tensione in giro”. Tensione
che invece il ministro degli Interni Matteo Salvini nega esistere: “una
sciocchezza parlare di razzismo, è un’invenzione della sinistra”, la
sua posizione riportata dal Corriere che a queste parole contrappone
quelle del governatore del Veneto Zaia, secondo cui “Daisy è una
cittadina nel pieno dei suoi diritti ed è stata colpita unicamente
perché ha un colore diverso”, ribadendo il suo no al razzismo. Il
quotidiano di via Solferino parla di imbarazzo tra i vertici Cinque
Stelle che da un lato parlano, attraverso il Guardasigilli Alfonso
Bonafede, di “Ferma condanna morale e politica. L’Italia non è il Far
West”, dall’altra, attraverso il vicepremier Luigi Di Maio, dichiarano
che “non esiste un’emergenza razzismo”.
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pagine
ebraiche agosto 2018
Una
vittoria dal valore profondo
Strumento di integrazione, terreno di
valori sportivi oppure arma politica e di propaganda? Sul numero di
luglio di Pagine Ebraiche un ampio dossier dedicato ai Mondiali di
calcio che erano allora in pieno svolgimento in Russia cercava di
offrire una pluralità di spunti in tal senso ai nostri lettori.
Sul numero di agosto, in
distribuzione, chiudiamo il cerchio con una lettura retrospettiva di
quanto accaduto a Mosca. Una vittoria, quella della Francia, che ha
finito “per rivestire un significato profondo per il pubblico ebraico
così come per tutti coloro che non vogliono rinunciare né al grande
spettacolo del calcio né ai valori della democrazia, del progresso,
della libertà e della civile convivenza”.
Il bellissimo dossier dedicato ai Mondiali di calcio, che Adam
Smulevich ha curato alla vigilia delle gare per il numero di luglio di
Pagine Ebraiche mi ha offerto l’occasione di riproporre al lettore
l’incanto delle cinque poesie dedicate al gioco del calcio che il poeta
Umberto Saba aveva composto in una Trieste quantomai irrequieta e
tormentata alla vigilia delle devastazioni delle leggi razziste
antiebraiche e della guerra. Scorrendo quelle righe, i sentimenti di
quelli che il sommo poeta del Novecento italiano descriveva come gli
undici fratelli che spalla a spalla scendono in campo, apparivano
definitivamente tramontati. Il grande calcio di oggi commercializzato
dal mondo dello spettacolo e brutalizzato dalla grettezza e dalla
violenza sembra proprio un pianeta diverso e l’incanto descritto da
Saba solo un paradiso perduto.
Proprio sulle pagine di agosto del giornale ebraico dei bambini DafDaf
curato da Ada Treves vediamo nitidamente come l’esito dei Mondiali
2018, con l’affermazione inattesa di una équipe francese che sembra
sbucata all’improvviso per rilanciare i nostri sogni, ci abbia presi di
sorpresa. Abbia dimostrato come in campo il vento delle emozioni possa
cambiare repentinamente direzione e come nello spazio dei 90 minuti di
gioco ci sia sempre la possibilità di riscoprire la speranza.
Questi Mondiali che hanno segnato, nell’assenza italiana, il mese di
luglio, hanno infatti finito per rivestire un significato profondo per
il pubblico ebraico così come per tutti coloro che non vogliono
rinunciare né al grande spettacolo del calcio né ai valori della
democrazia, del progresso, della libertà e della civile convivenza. A
scendere in campo, più che il rimpianto e la nostalgia, è stato un
barlume di qualcosa che è fresco e nuovo e antico al tempo stesso. Un
respiro, un sentimento, che scavalcando gli spalti ci suggerisce
qualcosa sul possibile futuro. Insomma, una speranza di star bene e di
andare oltre al singolo momento di entusiasmo.
Giurista e instancabile attivista dei diritti dell’uomo, Francois
Sureau assicura in modo convincente che l’affermazione della Francia ai
Mondiali 2018 riveste un significato profondo. La sua analisi va molto
al di là delle vicende calcistiche ed è affascinante. La vittoria della
formazione francese, dice, riporta alla luce del giorno delle virtù
antiche. La prima è quella della comunione nazionale, una maniera di
stare bene assieme di tutti con tutti gli altri. Una sorpresa e un
sollievo, forse solo momentaneo, forse invece più profondo, proprio per
una società come quella d’Oltralpe dove l’integrazione e la convivenza
sono apparsi in questi anni più volte difficili e dolorosi, talvolta
quasi irraggiungibili.
In realtà è apparso in campo un nuovo disegno di gioco, fluido, capaci
di mescolare l’attacco e la difesa, un gioco di solidarietà in cui si
può essere eroi senza mai andare in rete, un gioco taoista dove il
possesso della palla e la dominazione dello spazio non contano più, ma
conta solo la folgorazione dell’istante finale, della mossa decisiva.
La seconda è quella del coraggio. L’ammirazione ritmata che racconta le
gesta di giocatori usciti dal nulla e armati di una “forza d’urto
bastarda” (il riferimento è alla meraviglia inattesa di Benjamin
Pavard), non è quella dei brutali cori da stadio. Ma una citazione
letteraria dalle gesta di Perceval e di Lancillotto narrate da Chrétien
de Troyes. Re Artù e Merlino entrano in gioco per narrarci la magia di
nuove leggende e perpetuare il fascino di quelle più antiche.
La terza virtù è quella della solidarietà. In un’Europa dove si fanno
strada i nazionalismi e i populismi impegnati a evidenziare
un’improbabile narrativa delle origini (i Celti, i Bretoni, la ridicola
divinità del Po), i giocatori che hanno vinto sembrano più interessati
dalla loro destinazione che dalla loro origine e hanno scelto di
anteporre la volontà del loro obbiettivo all’accidente della loro
nascita.
“Celebrando i Bleu – spiega Sureau – i francesi celebrano le promesse
semplici e belle della Repubblica: il successo a prescindere dalle
proprie origini, raggiunto con il lavoro, la fraternità, il giusto
riconoscimento del talento di ognuno, l’amore del gruppo. La Repubblica
nella sua essenza è una promessa, e anche se raramente mantenuta,
questo non riduce il suo valore. Nei vincitori possiamo così trovare la
realizzazione, ovviamente parziale e imperfetta, della promessa
repubblicana”. E di nuovo un omaggio alla mitologia letteraria, quello
dei moschettieri tutti per uno e uno per tutti.
“Ho seguito la finale – racconta oggi il giurista francese – assieme a
molti rifugiati afghani, siriani, irakeni. Non celebravano i Blu solo
per esprimere riconoscenza nei confronti del paese che li ha accolti,
ma anche perché volevano vedere in loro la Repubblica in marcia, lo
spazio dove si può diventare ciò che si è senza essere oppressi da
forze esteriore. E questo è in fondo proprio quello che sono venuti a
cercare”.
La quarta virtù è la modestia. Lo stile semplice e inconfondibile che
ha segnato l’allenatore Deschamps. Libero dal narcisismo e dalla
mitomania, è stato davvero un cittadino in campo, ha dato un corpo
riconoscibile all’antiretorica e all’antipolitica.
L’esito dei Mondiali brilla come una grande occasione di riflessione
per le minoranze e per l’Europa delle libertà, per chi è convinto che
la sfida dell’immigrazione, se vogliamo un futuro, deve essere
affrontata e vinta con il coraggio e non con la paura.
È stata una vittoria per gli ideali repubblicani e per l’Europa, ma
soprattutto per i giovani. Chi l’ha festeggiata assieme ai francesi ha
celebrato al tempo stesso la speranza di un mondo nuovo e il valore
perenne dei valori della democrazia e della libertà.
Le cinque luminose poesie di Saba sono così tornate a palpitare dalle nuove pagine del nostro presente.
Guido
Vitale, Pagine Ebraiche agosto 2018
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Clara
Sereni
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Il
25 luglio è morta Clara Sereni, una grande scrittrice italiana. Figlia
di Emilio e nipote di Enzo, figure di spicco del comunismo e del
sionismo italiano (i due fratelli non si parlavano, e David Bidussa mi
spiegò una volta che la storia ebraica è essenzialmente storia di
vicende famigliari). Una donna ebrea, sebbene nelle straordinarie
ricette di “Casalinghitudine” facciano spesso capolino prosciutto e
salame. Una vincitrice del Premio Strega – “Il gioco dei regni”, 1993 –
con un libro tutto sulle origini ebraiche della sua famiglia, e sui
rapporti complessi tra appartenenza religiosa e politica, tra pubblico
e privato. Stranamente, almeno così mi è parso, un’artista che
nell’immaginario collettivo non viene oggi considerata ebrea, dove la
tradizione religiosa sfuma in altri aspetti (donna, di sinistra, madre
di un figlio portatore di handicap, scrittrice, militante e dirigente
politica). Nelle stesse ore un giornalista dal cognome ebraico,
Marcello Foa, è stato designato per la presidenza della Rai. Per quanto
sono riuscito a capire non è ebreo, né parente di illustri portatori
del suo cognome, a cominciare dal compianto sindacalista Vittorio.
Eppure, da quanto leggo in rete, sono in molti a ritenere che lo sia.
Indipendentemente dal fatto che non sarei dispiaciuto se alla fine gli
saltasse la poltrona, mi pare che la dinamica sia comunque interessante.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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Sostituzione
etnica
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Nel
2001, la Divisione per la Popolazione del Dipartimento Economico e
Sociale della segreteria dell’ONU diffuse uno studio dal significativo
titolo di “Replacement Migration” (Migrazione di rimpiazzo) cui seguiva
l’interrogativo: “È una soluzione per le popolazioni invecchiate e in
declino?”
Le aree a bassa fertilità sarebbero costituite da Corea, Francia,
Germania, Giappone, Italia, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del
Nord, Russia, Unione Europea e USA. Certo, l’invecchiamento della
popolazione è una crisi in sé, laddove potesse mettere a repentaglio la
struttura e le funzioni degli Stati, ostacolando o rendendo comunque
arduo l’assolvimento dei propri compiti, compresi quelli previdenziali.
Emanuele Calò
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