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4 ottobre 2018 - 25 Tishri 5778
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Società

'Buonismo' e diritti da rispettare

img headerPoche parole del linguaggio politico e giornalistico hanno avuto in questi anni una fortuna paragonabile a «buonismo». Il dizionario Treccani la definisce come «ostentazione di buoni sentimenti e di tolleranza verso gli avversari». Il significato fondamentale è quindi quello dell’insincerità: posto - a quanto sembra - che non risulterebbe credibile avere atteggiamenti di tolleranza verso gli avversari, l’esibirne diventa immediatamente finzione, falsità ostentata. Questo è il primo elemento che caratterizza l’ideologia sottostante: poiché l’unico atteggiamento plausibile verso gli avversari che essa contempla è quello della sopraffazione, ogni pretesa di porsi altrimenti nei loro confronti - per esempio nei termini di un confronto magari duro ma rispettoso - è presentato come una irritante forma di menzogna e di inganno. Chi accusa di «buonismo» rivendica innanzitutto per sé il ruolo di chi dice con chiarezza la verità, a fronte degli infingimenti e dell’ipocrisia altrui. Nella pratica, poi, l’uso del termine è riservato a una riconoscibile categoria di soggetti sociali: si parla di «buonismo» in riferimento a temi che riguardano migranti, Rom, omosessuali, devianti e a persone portatrici di una qualche diversità culturale. Questa particolarità d’uso mostra una seconda funzione ideologica, quella cioè di identificare immediatamente questi gruppi appunto come avversari, rispetto ai quali non è credibile nutrire altro che sentimenti di ostilità.

Enzo Campelli, sociologo
Pagine Ebraiche, settembre 2018 

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MACHSHEVET ISRAEL

Legge e religione, i significati della parola 'dat'  

img headerSulla falsariga di Wittgenstein è possibile sostenere che il significato di un’espressione, di una parola, non consista in un’ “atmosfera che la parola ha con sé e che si porta dietro in ogni sorta d’impiego” (Ricerche Filosofiche, § 117) bensì nel consolidarsi di una prassi – di un modo d’uso della parola in questione – tale da permettere la mutua comprensione e, in tale maniera, l’emergere di qualcosa come il o un significato. Tale chiave di lettura sembrerebbe render ragione dell’evoluzione di significato che ha subito il termine ‘dat’. Come spiega Abraham Melamed – docente di pensiero ebraico alla Haifa University – in Dat: mehok le’emuna (Dat: da legge a fede, 2014) la parola persiana ‘dat’ fa il suo ingresso, nella Meghilat Ester, con il significato di ‘statuto’, ossia legge emanata da un’autorità civile, per acquisire, nell’epoca contemporanea, il significato di ‘religione’. Sarebbe dunque un vero e proprio anacronismo voler sempre e comunque – ossia a prescindere da un’analisi dei modi d’uso  –tradurre ‘dat’ con ‘religione’. In effetti se il termine rimane invariato i suoi significati possono trovarsi tra loro addirittura in una posizione di antitesi. Mentre, scrive Melamed, un dizionario moderno (R. Alcalay) definisce la parola ‘dat’ come “fede in Dio, insegnamento e precetti stabiliti per coloro che aderiscono a tale fede”, in alcuni frangenti del medioevo alla stessa parola era attribuito il significato esclusivo di legge secolare, in aperta antitesi alla nozione di Matan Torah.

Cosimo Nicolini Coen 

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filosofia      

La traduzione, radice dell'Occidente 

Fino al Rinascimento, «l'Occidente» deve essere inteso, storicamente parlando, come l'insieme delle terre e dei popoli a ovest dell'India. Alessandro Magno è arrivato fino in Battria, l'attuale Afghanistan, mentre i Romani si sono spinti fino alla Britannia, creando tra questi due estremi un regno culturale unificato, destinato a rimanere interconnesso attraverso i secoli. La coscienza storica dei popoli nelle società occidentali contemporanee è stata formata da una storiografia asservita all'ideologia dello Stato-nazione. La narrativa dominante dell'ascesa dell'Occidente nella coscienza popolare e il modo in cui viene largamente insegnata alle scuole superiori (quasi sempre anche negli studi di livello universitario) è la seguente: la civiltà è stata creata dal «genio» dei Greci, poi è passata ai Romani, poi si è ibernata per un lungo periodo, i cosiddetti «tempi bui», per tornare col Rinascimento italiano, continuando poi nell'Europa a nord e a occidente e giungere infine all'oggi.


Dimitri Gutas, Il Sole 24 Ore Domenica

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1938-2018 

L'università impoverita

“Una manna per tutti i candidati \\ che si affolleranno ora ai concorsi”. Nel dicembre 1938 in una lettera dal carcere Ernesto Rossi riassumeva così il cinismo con cui l'accademia italiana accolse le leggi razziali. Non bastano i numeri per capire l'effetto sull'università di quei provvedimenti, però aiutano a inquadrare la situazione: secondo una ricerca di Francesca Pelini e Ilaria Pavan furono 96 i professori ordinari espulsi,141 gli incaricati, 207 i liberi docenti, cui vanno aggiunti gli assistenti e quanti cominciavano la carriera senza un contratto. Si trattava del 7% del corpo docente universitario italiano. Una ferita che mai venne sanata, perché come hanno scritto Angelo Ventura e Roberto Finzi, nel 1965 i docenti ebrei nelle università italiane erano il 12%. Furono 727 invece gli espulsi dalle varie accademie e istituzioni culturali. Gli storici dicono che le leggi razziali vennero accolte nelle università da una tacita disapprovazione, tuttavia solo lo scrittore Massimo Bontempelli ebbe il coraggio di rifiutare la cattedra di letteratura italiana tolta, a Firenze, ad Attilio Momigliano.

Dino Messina, Corriere della Sera 

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