orizzonti
Polonia in marcia verso il totalitarismo
La
memoria fa il suo mestiere, quando l’oggi che interroga il passato al
fine di misurare non quanta strada abbiamo compiuto, ma dove siamo
oggi. La memoria non è mai il passato che guarda al presente. Ma è il
presente che interroga il passato per capire dove ci si trova nel tempo
attuale. Come ottanta anni fa torna la domanda: vale la pena morire per
Danzica? Allora, il 4 maggio 1939, a chiederselo sulle pagine del
giornale di centro “L’OEuvre”, era Marcel Déat, esponente della destra
sociale francese, ma già giovane deputato e promessa politica del
Partito socialista francese (SFIO) alla fine degli anni ’20 (finirà
collaborazionista filonazista e anti pétainista, a contendere a Jacques
Doriot, anch’egli filonazista, ma un tempo giovane speranza del
comunismo francese, la palma dell’investitura di uomo fidato del
nazismo nel febbraio 1945). Allora il problema era se lasciar fare alla
Germania nazista che chiedeva di entrare in possesso di Danzica, città
libera che marcava il corridoio tra due pezzi di Germania e in cui si
infilava anche lo sbocco al mare della Polonia o, invece, rischiare di
andare alla guerra per affermare l’autonomia di Danzica. Ottanta anni
dopo l’idea di Danzica città libera e aperta è ancora il segno di chi
vuole una Polonia non in ostaggio del ricatto nazionalista. Deve essere
questo che ha armato la mano dell’assassino di Pawel Adamowicz, sindaco
di Danzica.
David Bidussa, Pagine Ebraiche, febbraio 2019
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MACHSHEVET
ISRAEL
Inciampare nel ricordo
Il
31 gennaio scorso Paola e Nathan hanno deposto la pietra di inciampo
per Piero Sonnino (z’l). Prima che, diversi anni fa, mi capitasse di
incontrare Paola, Piero era un (suo malgrado…) protagonista di alcuni
dei racconti di mia nonna Flora. Lei – che si approssima ai 100 – non
poteva essere fisicamente presente alla deposizione della pietra.
Tuttavia se vi eravamo, tra gli altri amici e parenti, anche noi, di
quel “ceppo Coen di Livorno” da cui veniva la madre di Piero Margherita
(z’l), era merito di quei racconti; difficili storie lasciateci – in
modo sobrio, a tratti freddo – in eredità. Le parole, a maggior ragione
quando trasmesse nell’infanzia, orientano il nostro modo di vedere e
agire, si incidono in noi e ci costruiscono. Così è per chiunque abbia
sentito analoghe storie nelle proprie case, vuoi in quelle ebraiche
vuoi in quelle di antifascisti – o di chi, rientrando in quelle
categorie invise al nazifascismo, venne perseguitato. Racconti che si
insinuano da qualche parte nella nostra mente, a pungolo. Non vi è,
certo, alcun automatismo: a quei racconti si può rispondere in modi
differenti, talvolta tra loro antitetici. Eppure sono lì, scalfiscono
la nostra persona.
Cosimo Nicolini Coen
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società
Una scritta «juden»
nella Francia in giallo
La
scritta gialla «Juden!» è apparsa nella notte tra venerdì e sabato
sulla vetrina di un ristorante della catena Bagelstein nell’Ile
Saint-Louis, a Parigi. Significa «ebrei» in tedesco, ed è una citazione
dei marchi di infamia che i nazisti apponevano sui negozi tenuti dagli
ebrei a partire dal 1933. Il ministro Castaner ha denunciato
l'atto di antisemitismo e ha lamentato il fatto che «le lezioni più
tragiche della Storia non rischiarano più le coscienze». Il
proprietario si è affrettato a precisare che la scritta risale a
qualche ora prima della manifestazione dei gilet gialli e che il corteo
poi non è passato di lì. Si comprende la preoccupazione di non
inimicarsi manifestanti poco teneri con chi osa criticarli (lo chef
stellato Yannick Delpech ha avuto il suo ristorante di Tolosa
incendiato per questo), e in ogni caso è sacrosanto non incolpare
nessuno a sproposito.
Stefano Montefiori, Corriere della Sera,
11 febbraio 2019
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società
Un Olimpo della vergogna contro le fake news
Invitato
da Google Europe a un seminario di riflessione sul declino della verità
e il diffondersi delle fake news e i mezzi per fermarle, comincio con
l'inquadrare la vicenda nella sua storia e nel suo contesto. Cito le
Riflessioni sulla guerra spagnola dove George Orwell spiega che «nel
1936 la storia si è fermata» perché lì, in Spagna, ha scoperto «per la
prima volta», «articoli di giornale che non avevano alcun rapporto con
i fatti»; lì ha avuto «l'impressione» che fosse «la nozione stessa di
verità» che, rovinata dai fascismi rossi e bruni, stava «per scomparire
da questo mondo»; ed è lì, in sostanza, che Goebbels è diventato
possibile («Decido io chi è ebreo e chi non lo è») o, un giorno, Trump
(«Avete i vostri fatti? - noi abbiamo i nostri - che sono fatti
alternativi!»).
Bernard-Henri Lévy, La Stampa,
14 febbraio 2019
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Shir
Shishi - una poesia per erev shabbat
La ragazza che chiamano ebraico
EAncora
una poesia per la lingua ebraica scritta da Dan Pagis, conosciuto come
poeta della Shoah e come un grande studioso della cultura ebraica
Medioevale.
Molti hanno scritto sull'amore per la lingua antica, rinata, slang,
ecc. Pochi come Pagis hanno cantato i suoi pregi e difetti con ironia e
un infinito affetto.
La ragazza che chiamano ebraico
è figlia tardiva di buona famiglia.
Però? Ella è frivola.
Ogni giorno dice una cosa diversa,
non ci si può contare.
Parole al vento,
ed è manco bella: ha i brufoli,
i piedi grandi, sbraita
ed è testarda come un mulo:
ma il peggio è che non permette a chi lo desidera
di soffocare la sua voce selvaggia
e di seppellirla con dignità
nella Grotta di Machpela.
(Dan Pagis, Tutte le poesie, hakibbutz Hame'uchad, 1991)
Sarah Kaminski, Università
di Torino
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Pagine
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