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14 febbraio 2019 - adar I, 10 5779
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orizzonti

Polonia in marcia verso il totalitarismo

img headerLa memoria fa il suo mestiere, quando l’oggi che interroga il passato al fine di misurare non quanta strada abbiamo compiuto, ma dove siamo oggi. La memoria non è mai il passato che guarda al presente. Ma è il presente che interroga il passato per capire dove ci si trova nel tempo attuale. Come ottanta anni fa torna la domanda: vale la pena morire per Danzica? Allora, il 4 maggio 1939, a chiederselo sulle pagine del giornale di centro “L’OEuvre”, era Marcel Déat, esponente della destra sociale francese, ma già giovane deputato e promessa politica del Partito socialista francese (SFIO) alla fine degli anni ’20 (finirà collaborazionista filonazista e anti pétainista, a contendere a Jacques Doriot, anch’egli filonazista, ma un tempo giovane speranza del comunismo francese, la palma dell’investitura di uomo fidato del nazismo nel febbraio 1945). Allora il problema era se lasciar fare alla Germania nazista che chiedeva di entrare in possesso di Danzica, città libera che marcava il corridoio tra due pezzi di Germania e in cui si infilava anche lo sbocco al mare della Polonia o, invece, rischiare di andare alla guerra per affermare l’autonomia di Danzica. Ottanta anni dopo l’idea di Danzica città libera e aperta è ancora il segno di chi vuole una Polonia non in ostaggio del ricatto nazionalista. Deve essere questo che ha armato la mano dell’assassino di Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica.

David Bidussa, Pagine Ebraiche, febbraio 2019


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MACHSHEVET ISRAEL

Inciampare nel ricordo 

img headerIl 31 gennaio scorso Paola e Nathan hanno deposto la pietra di inciampo per Piero Sonnino (z’l). Prima che, diversi anni fa, mi capitasse di incontrare Paola, Piero era un (suo malgrado…) protagonista di alcuni dei racconti di mia nonna Flora. Lei – che si approssima ai 100 – non poteva essere fisicamente presente alla deposizione della pietra. Tuttavia se vi eravamo, tra gli altri amici e parenti, anche noi, di quel “ceppo Coen di Livorno” da cui veniva la madre di Piero Margherita (z’l), era merito di quei racconti; difficili storie lasciateci – in modo sobrio, a tratti freddo – in eredità. Le parole, a maggior ragione quando trasmesse nell’infanzia, orientano il nostro modo di vedere e agire, si incidono in noi e ci costruiscono. Così è per chiunque abbia sentito analoghe storie nelle proprie case, vuoi in quelle ebraiche vuoi in quelle di antifascisti – o di chi, rientrando in quelle categorie invise al nazifascismo, venne perseguitato. Racconti che si insinuano da qualche parte nella nostra mente, a pungolo. Non vi è, certo, alcun automatismo: a quei racconti si può rispondere in modi differenti, talvolta tra loro antitetici. Eppure sono lì, scalfiscono la nostra persona.

Cosimo Nicolini Coen 

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società        

Una scritta «juden»
nella Francia in giallo 

La scritta gialla «Juden!» è apparsa nella notte tra venerdì e sabato sulla vetrina di un ristorante della catena Bagelstein nell’Ile Saint-Louis, a Parigi. Significa «ebrei» in tedesco, ed è una citazione dei marchi di infamia che i nazisti apponevano sui negozi tenuti dagli ebrei a partire dal 1933. Il  ministro Castaner ha denunciato l'atto di antisemitismo e ha lamentato il fatto che «le lezioni più tragiche della Storia non rischiarano più le coscienze». Il proprietario si è affrettato a precisare che la scritta risale a qualche ora prima della manifestazione dei gilet gialli e che il corteo poi non è passato di lì. Si comprende la preoccupazione di non inimicarsi manifestanti poco teneri con chi osa criticarli (lo chef stellato Yannick Delpech ha avuto il suo ristorante di Tolosa incendiato per questo), e in ogni caso è sacrosanto non incolpare nessuno a sproposito.

Stefano Montefiori, Corriere della Sera,
11 febbraio 2019  


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società 

Un Olimpo della vergogna contro le fake news

Invitato da Google Europe a un seminario di riflessione sul declino della verità e il diffondersi delle fake news e i mezzi per fermarle, comincio con l'inquadrare la vicenda nella sua storia e nel suo contesto. Cito le Riflessioni sulla guerra spagnola dove George Orwell spiega che «nel 1936 la storia si è fermata» perché lì, in Spagna, ha scoperto «per la prima volta», «articoli di giornale che non avevano alcun rapporto con i fatti»; lì ha avuto «l'impressione» che fosse «la nozione stessa di verità» che, rovinata dai fascismi rossi e bruni, stava «per scomparire da questo mondo»; ed è lì, in sostanza, che Goebbels è diventato possibile («Decido io chi è ebreo e chi non lo è») o, un giorno, Trump («Avete i vostri fatti? - noi abbiamo i nostri - che sono fatti alternativi!»).



Bernard-Henri Lévy, La Stampa,
14 febbraio 2019 


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Shir Shishi - una poesia per erev shabbat

La ragazza che chiamano ebraico

img headerEAncora una poesia per la lingua ebraica scritta da Dan Pagis, conosciuto come poeta della Shoah e come un grande studioso della cultura ebraica Medioevale.
Molti hanno scritto sull'amore per la lingua antica, rinata, slang, ecc. Pochi come Pagis hanno cantato i suoi pregi e difetti con ironia e un infinito affetto.


La ragazza che chiamano ebraico

è figlia tardiva di buona famiglia.

Però? Ella è frivola.

Ogni giorno dice una cosa diversa,

non ci si può contare.

Parole al vento,

ed è manco bella: ha i brufoli,

i piedi grandi, sbraita

ed è testarda come un mulo:

ma il peggio è che non permette a chi lo desidera

di soffocare la sua voce selvaggia

e di seppellirla con dignità

nella Grotta di Machpela.

(Dan Pagis, Tutte le poesie, hakibbutz Hame'uchad, 1991)

Sarah Kaminski, Università di Torino 

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