Michael Ascoli, rabbino | “E
io che ci posso fare?”. “Se la società che mi circonda è tutta basata
su falsi da una parte ed esagerazioni dall’altra, se i politici non
fanno che mentire in continuazione e anche sul lavoro non tutto è così
pulito, io mica posso da solo cambiare le cose!”. In effetti no,
nessuno cambia il mondo da solo. Però l’autoindulgenza non è lecita. Se
niente è perfetto, vi sono comunque cose fatte meglio e altre peggio.
Se nulla è perfettamente immacolato, esistono macchie più o meno
grosse. Il dettame biblico “ti allontanerai dalla menzogna” (Shemot,
23:7) implica un’azione, l’allontanarsi, il prendere le distanze. Non
mentire non basta. Quei commentatori che contano questo come uno dei
613 precetti (vi è chi invece lo accorpa ad altri), lo annoverano
appunto fra i precetti positivi. È dunque una cosa da fare, non
qualcosa da cui astenersi.
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Dario
Calimani,
Università di Venezia
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Ebrei, ascoltate me, dissociatevi. E fate in fretta.
La settimana scorsa, la trasmissione Prima Pagina, di Rai Radio3, è
stata condotta da una giornalista, Sara Menafra, che ha lavorato al
Messaggero, al Manifesto, al Secolo XIX e al Sole 24 Ore e, per colmo
di ironia, si è occupata di Fosse Ardeatine. E meno male che l’ha
fatto. Chissà se non l’avesse fatto.
Le telefona un’ascoltatrice, Vera Pegna, una scrittrice che parla
finalmente in buon italiano, per dire la sua sugli insulti parigini al
filosofo Finkielkraut: “sporco ebreo, sporco sionista, viva la
Palestina”. Per lei Alain Finkielkraut è, innanzitutto, ‘un signore
anziano’. Il suo nome non è evidentemente politically correct, per cui
decide di non pronunciarlo. Né lo pronuncerà mai la conduttrice. ‘Un
anziano signore’. Sorvoliamo.
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L'appello della Segre
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Per
la senatrice a vita Liliana Segre “un esame di Maturità senza la storia
mi fa paura”. Ed è per questo che ha chiesto un incontro al ministro
dell’Istruzione Marco Bussetti. Spera di convincerlo a reintrodurre la
Storia come traccia nella prima prova scritta d’esame. “Vorrei capire
il perché della soppressione della storia, che ritengo un atto molto
grave. – afferma a Repubblica la Segre – Io mi sono sempre occupata di
memoria. Ma memoria e storia vanno insieme. Da trent’anni rendo
testimonianza sulla Shoah nelle scuole, e vedo la fatica che talvolta
fanno i professori per contestualizzare il mio racconto. Può capitare
che nell’ultima classe delle superiori non si arrivi a svolgere
l’intero programma e ci si fermi alla Grande Guerra. Invece sarebbe
utile studiare i totalitarismi, i genocidi e la complessità di tutto il
Secolo Breve”. Negli ultimi otto anni, meno del 3 per cento degli
studenti ha scelto la traccia storica. “Troppo pochi”, sottolinea la
sopravvissuta che d’altro canto spiega come la soluzione non sia la
cancellazione della traccia dalla prima prova. “Non ci si pone il
problema di come venga insegnata. I docenti sono ancora capaci di
rendere affascinante lo studio del passato? Lo dico con grande rispetto
per figure eroiche che in Italia non vedono riconosciuto il proprio
ruolo. Che entusiasmo si può coltivare con una remunerazione che
svilisce? Detto ciò, io mi imbatto spesso in professori molto bravi e
nutro una gratitudine enorme per quello che riescono a fare”.
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Storia di un genio
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“Salinger
– La vera storia di un genio”, di Kenneth Slawenski, è appena uscito da
noi, per i tipi della Newton Compton; il titolo originale era “J.D.
Salinger: a life” (oppure “J. D. Salinger: a life raised high”, a
seconda delle edizioni). Non è secondario che il formato Kindle costi
in italiano la metà di quello in originale, anche se talune traduzioni
(“scrutinio” per “scrutiny”, per esempio, mi lasciano dubbioso, ma
lascio la risposta agli anglisti, mi sembra più prudente).
Jerome David Salinger (Usa, 1919/2010), come ciascuno sa, gode di fama
non effimera grazie a “The catcher in the Rye”; in francese
“L’Attrape-cœurs”, in spagnolo, in modo più aderente “El guardián entre
el Centeno”. Il titolo italiano (“Il giovane Holden”) è senz’altro più
suggestivo; d’altronde, noi eravamo bravi per i titoli: non è da tutti
trasformare “Stagecoach” in “Ombre rosse”. Poi, in Italia, siamo andati
un poco indietro, visto che qualche bestseller di autori italiani
riprende dal passato, ossia, s’ispira oppure copia senza ritegno.
Emanuele Calò
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La democrazia difficile
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Parto
da una constatazione che proponevo nel mio ultimo intervento. “La
civiltà, la convivenza costruttiva, la conoscenza formatrice sono
coltivate ormai da esigue minoranze, sparute élites indispensabili
quanto fragili. Nei movimenti di massa in ascesa trionfa la barbarie”.
Provo a esprimerla meglio attraverso alcune domande e a sviluppare
alcune riflessioni. Perché i movimenti di massa in crescita, i
populismi/sovranismi contemporanei, producono demagogia anziché
democrazia scivolando inevitabilmente verso l’intolleranza e il
risentimento collettivo? Perché quelli che erano partiti di massa e
continuano a costruire modelli democratici usando linguaggi e strumenti
democratici sono ormai diventati gruppi elitari incapaci di dare
risposte concrete alle masse, cioè di creare strutture politiche e
sociali realmente aperte, efficienti, eque? O almeno di affermarle in
modo duraturo creando intorno a sé approvazione e dinamiche
costruttive?
David Sorani
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