Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui               12 Agosto 2021 - 4 Elul 5781
L'EX DISSIDENTE KONSTANTY GEBERT SULLA NUOVA LEGGE POLACCA

La Polonia e i beni confiscati alle vittime della Shoah
"Varsavia commette ingiustizie, ma Israele non aiuta" 

In poche ore il parlamento di Varsavia ha approvato due leggi controverse e contestate. Una, per reprimere la stampa libera. L’altra per cancellare di fatto la possibilità a sopravvissuti e discendenti delle vittime della Shoah di chiedere la restituzione di beni confiscati dai nazisti durante l’occupazione nazista della Polonia e dal successivo regime comunista. Entrambe le norme sono state duramente contestate a livello internazionale, con gli Stati Uniti che hanno esplicitamente chiesto al presidente Duda di rinviare la seconda, approvata in via definitiva, alla Corte Costituzionale e comunque fare in modo che non sia approvata. Serve, ha dichiarato in un messaggio il segretario di Stato Usa Antony Blinken, “una legge completa per risolvere i reclami sui beni confiscati”, “necessaria per fornire una certa misura di giustizia alle vittime”. Anche Israele è intervenuta sulla questione, criticando aspramente Varsavia per bocca del suo ministro degli Esteri Yair Lapid. Un intervento che però l’analista politico ed ex dissidente Konstanty Gebert, voce di primo piano dell’ebraismo polacco, non solo non condivide, ma considera controproducente perché fuori bersaglio. A Pagine Ebraiche Gebert spiega il perché della sua critica a Lapid, riflettendo anche sul futuro politico della Polonia.

Qual è la situazione legata alla legge sulla restituzione dei beni alle vittime della Shoah?
Il problema non è l’emendamento che è stato votato ora, che di per sé sarebbe formalmente corretto e giustificato. Il problema è a monte. La Polonia è l’unico paese che non ha mai introdotto una legge che permetta di fatto il risarcimento o la restituzione dei beni alle vittime della Shoah e ai loro discendenti. La sorte di queste proprietà è stata spesso decisa con provvedimenti amministrativi che non tutelavano chi è stato derubato dagli occupanti nazisti prima e dal regime comunista poi. Certo contro questi provvedimenti si può fare ricorso ai tribunali civili, ma si tratta di cause lunghissime, costosissime e che non garantiscono il successo. Per questo serve la legge sui risarcimenti e le restituzioni che in tutta Europa è stata adottata da tempo. L’ultimo emendamento voluto da Diritto e Giustizia si inserisce in questa lacuna e dichiara che nessuna decisione amministrativa può essere rovesciata dopo 30 anni. In una situazione normale sarebbe legittimo, giusto e giustificato perché tutela i nuovi proprietari, ma in realtà significa che le vittime della Shoah non hanno nessuna possibilità di riavere i loro beni o ottenere risarcimenti.

Le pressioni d’Israele hanno avuto qualche effetto su Varsavia?
Sì, il governo è contentissimo. Questo gli assicura i voti degli elettori più a destra. Perché può dire: guardate come siamo bravi contro questi ebrei che vogliono rubare i vostri beni. Kaczynski (il capo del partito di governo Diritto e Giustizia) ha bisogno di questa retorica. La sua preoccupazione è di non avere rivali alla sua destra, non gli importa di attirare gli elettori di centro. E la legge e lo scontro con Israele lo aiutano in questo. Ma non è detto che basti.

Anche se sfruttato in questo modo distorto, l’intervento d’Israele in questa vicenda rimane necessario.
Certo. Ma non con le dichiarazioni fatte dal ministro Lapid. Lui ha detto che non si tratta di soldi, ma di un insulto alla memoria delle vittime della Shoah. No, è un’affermazione stupida e sbagliata. Si tratta di soldi, si tratta di beni rubati e che bisogna restituire ai legittimi proprietari. In più, come ho detto, il problema non è l’emendamento, ma la mancanza di una legge sulla restituzione. Su questo il ministro israeliano doveva e deve fare pressione. Bisogna essere precisi e non ignorare la realtà perché altrimenti si fanno solo danni. Ma Lapid non è nuovo a questi errori. Alcune settimane fa ha criticato la decisione del governo di punire ogni dichiarazione che sosteneva che i polacchi non hanno avuto nulla a che fare con la Shoah. Certamente falso, ci sono stati polacchi che hanno collaborato e che sono stati responsabili di crimini nella Shoah. Ma non si può dire, come ha fatto Lapid, che i campi di concentramento nella Polonia occupata erano polacchi. Erano nazisti.
Aggiungo che un cosa buona però Lapid la sta facendo.

Quale?
Ha affermato che rivedrà la dichiarazione congiunta firmata nel 2018 dall’ex Premier israeliano Benjamin Netanyahu e dal Premier polacco Mateusz Morawiecki. Una dichiarazione che conteneva delle falsità storiche acclarate. In cui si diceva che non si può accusare la Polonia o la nazione polacca di essere stata coinvolta nella Shoah. E in cui si mettevano sullo stesso piano i sentimenti antipolacchi e l’antisemitismo. Certo ci sono pregiudizi contro i polacchi, ma c’è una bella differenza con l’antisemitismo che ha causato sei milioni di morti.

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IL CAPO DELLO STATO IN OCCASIONE DELL'ANNIVERSARIO DELLA STRAGE NAZISTA

Sant’Anna di Stazzema, Mattarella ricorda l'eccidio:
"Tanto orrore non sarà dimenticato"

“Il 12 agosto di settantasette anni or sono i militari delle SS compirono nelle frazioni di Stazzema un eccidio di civili indifesi, tra i più spaventosi dell’intera guerra. Centinaia e centinaia furono i morti. Bambini trucidati insieme alle loro madri e ai loro nonni. Stazzema era considerata un rifugio per i più deboli, per gli sfollati. Divenne invece terra insanguinata, teatro di crudeltà atroci e di un feroce disprezzo per la vita umana, fino allo scempio del rogo di vittime nella piazza di Sant’Anna”. A ricordare con queste parole l'eccidio nazista di Sant’Anna di Stazzema, nel 77esimo anniversario della strage, il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Tra i testimoni di quell’orrore, l'allora 29enne rav Elio Toaff zl, futuro rabbino capo di Roma, che combatteva nelle fila della Resistenza. “Quando entrammo in Sant’Anna, verso le 11, eravamo soltanto una dozzina. E prima di vedere l’orrore fummo assaliti da un odore terribile, di carne umana, bruciata. C’era una donna, seduta di spalle, di fronte a un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta. Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d’arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato”, il terribile racconto di Toaff. E oggi il Presidente Mattarella ribadisce come “Tanto orrore non potrà mai essere dimenticato. È iscritto nel testimone che le generazioni più mature consegnano ai giovani. In tanto dolore, in questo abisso di disumanità, affondano le radici della libertà riconquistata, nel nostro Paese e in Europa. La Repubblica nasce proprio nel ripudio della cultura di morte, della volontà di potenza spinta fino a divenire ideologia dell’annientamento. L’Europa divenuta comunità è la risposta pacifica e lungimirante a quel nazionalismo che tanti conflitti ha generato nel nostro continente”.

(Nell'immagine del Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella depone una corona di alloro presso il cippo commemorativo, in occasione del 50esimo anniversario del conferimento della medaglia d’oro al valor militare al Comune di Stazzema)

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DOSSIER PADOVA EBRAICA - IL DIRETTORE DEL CDEC GADI LUZZATTO VOGHERA

“Il segno ebraico è ovunque”

Direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec) dal 2016, lo storico Gadi Luzzatto Voghera vive a cavallo tra due città. Lavora per la maggior parte dei giorni a Milano, dove il Cdec ha sede. Ma ogni fine settimana torna in genere a Padova. “Non potrei farne a meno. Qui - commenta - si sta troppo bene”. Determinanti in questa scelta anche gli stimoli, le profonde suggestioni ebraiche del territorio. “Quella di Padova spiega lo studioso, veneziano di nascita ma con radici anche padovane è una Comunità con una storia intellettuale fortissima. La prima Yeshivah, il primo Collegio rabbinico, grandi Maestri come Shadal e Ramhal, il legame con i destini di un’Università dalla storia antica e affascinante che ha dato uno spazio agli ebrei quando altrove sarebbe stato impensabile. C’è una certa magia ebraica nell’aria, nel solco di una convivenza plurisecolare che ha prodotto frutti ineliminabili”. Anche in regime di separazione forzata questa reciproca compenetrazione non è mai venuta meno. 
“Il Ghetto - sottolinea Luzzatto Voghera - era una realtà con evidenti limiti. Ma restava permeabile, anche per via della sua collocazione nei pressi della centralissima piazza delle Erbe. Una certa vivacità c’è sempre stata”. Persino al tempo dell’epidemia, un canale tra società ebraica e non ebraica resterà sempre aperto. 

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Cattive notizie dal Medio Oriente
Nel giro di pochi mesi gli equilibri politici in Medio Oriente si sono notevolmente modificati e non in senso positivo. L’Accordo di Abramo e le successive adesioni di altri Paesi come il Sudan e il Marocco avevano fatto sperare non solo in un ampliamento del numero dei Paesi arabi che riconoscevano Israele e stringevano con lo Stato ebraico rapporti di collaborazione ma anche nella creazione di un’ampia area di pace che potesse mettere Israele al riparo da future aggressioni. In realtà queste speranze sono, almeno per il momento, andate deluse e non solo non si è allungata la lista dei Paesi arabi decisi a collaborare con Israele ma, al contrario, si sono verificati altri eventi che creano forti preoccupazioni. 
Tali eventi riguardano soprattutto l’Afghanistan e l’Iran. L’estendersi delle aree sotto il controllo dei talebani e la probabile conquista da parte loro dell’intero Paese chiude nel peggiore dei modi un ciclo iniziato esattamente venti anni fa con l’attacco alle Due torri a New York. 
Valentino Baldacci
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