Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui    7 Novembre 2022 - 13 Cheshvan 5783

LA GRANDE FESTA DEGLI EBREI PIEMONTESI

Alessandria, la sinagoga torna a splendere

Un sole nitido e senza timidezze, le acque silenziose del Tànaro e del Bormida che corrono inesorabili verso la confluenza a segnare i margini del basso Monferrato, la voglia dichiarata di riprendere il cammino. Alessandria si è svegliata nella prima domenica di novembre in una giornata densa di luce.
Quasi fosse venuto il momento tanto atteso di restituire alla città dignità e speranza, il giorno triste che ricorda le devastazioni dell’alluvione del 1994 si è tramutato a 28 anni di distanza in una rivalsa di gioia. E la magnifica sinagoga cittadina è tornata a splendere per essere in un giorno senza eguali il centro della speranza e la casa di tutta la cittadinanza in festa.
La gente ha cominciato ad affluire già a metà giornata nelle vie del centro per assistere alla riapertura delle porte della sinagoga. Parte integrante e necessaria del tessuto urbano e della storia cittadina, la sinagoga piemontese è finalmente tornata ad essere luogo di incontro, di cultura e di preghiera dopo il lungo accuratissimo restauro condotto in questi anni.


Il presidente della Comunità ebraica di Torino Dario Disegni, accompagnato da una foltissima presenza da tutta la regione e da molti ebrei di origine alessandrina giunti da lontano, accogliendo gli ospiti ha rappresentato l’orgoglio degli ebrei piemontesi per questo traguardo raggiunto.
Ben al di là del successo di restituire allo splendore originario un bene architettonico prezioso e indispensabile alla città, si è trattato di un passaggio storico e strategico di altissimo significato per tutta l’Italia ebraica.L’impegnativo restauro, infatti, è stato integramente realizzato ricorrendo ai fondi derivanti dalla raccolta Otto per mille che lo Stato accantona e senza andare a gravare sulla componente di questi fondi ripartita fra le confessioni religiose. “Lo Stato serve proprio a questo” ha commentato senza mezzi termini il prefetto di Alessandria Francesco Zito, mettendo in luce l’importanza di questo storico passaggio. “La città – ha garantito dal canto suo il sindaco della città piemontese Giorgio Abonante, mostrandosi consapevole della sfida di riaprire un bene prezioso a tutta la collettività – farà la sua parte”.


La giornata di festa, che ha visto la partecipazione delle maggiori autorità locali, politiche, religiose e militari, ha assunto un significato ebraico con gli interventi del rabbino capo di Torino Ariel Finzi e del rabbino capo di Genova Giuseppe Momigliano, che hanno portato anche il loro patrimonio di ricordi personali, e con l’intenso canto liturgico di Shemuel e Baruch Lampronti.
Momenti intensi di commozione che hanno attraversato la sala gremita anche quando a prendere la parola è stata la professoressa Paola Vitale, fra gli ultimi rappresentanti del mondo ebraico ancora residente in città, o l’architetto Andrea Milanese, che al ripristino magistrale, quasi stupefacente nei suoi risultati, della sinagoga ha dedicato una stagione determinante della propria vita professionale.
Alla città resta ora un bene prezioso, agli ebrei italiani la responsabilità di continuare a farne, come è avvenuto in questa giornata senza pari, un luogo vivo di incontro e di presenza ebraica.

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L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DARIO DISEGNI

"Riapertura della sinagoga,
un evento di portata nazionale" 

Signor sindaco, autorità civili, militari e religiose, cittadini di Alessandria, amici delle Comunità ebraiche, la riapertura della sinagoga di Alessandria, con la sua caratteristica imponente facciata dall’architettura eclettica con influenze neogotiche, dopo un intenso e meticoloso lavoro di riqualificazione avviato all’indomani dell’alluvione del 1994 e reso possibile dal generoso stanziamento concesso dallo Stato a valere sui fondi dell’8×1000, rappresenta un evento di grande importanza per la Città, per l’Ebraismo italiano e per tutto il Paese. Una delle più belle sinagoghe del Piemonte quella festosamente inaugurata nel 1871, all’indomani della concessione dell’emancipazione da parte di Re Carlo Alberto nel 1848, che ci invita a ricordare e a riflettere sulla vicenda storica di quella che fu un’importante Comunità, presente in città, con alterne vicende, dalla fine del XV secolo, che venne decimata tragicamente nella Shoah, nel corso della quale perirono 25 dei 245 iscritti nel 1938, oggi ridotta purtroppo a poche unità, pur fortemente radicate nella propria identità culturale e religiosa. Consentitemi di ripercorrere brevemente in questa giornata così significativa alcuni momenti essenziali della storia degli ebrei alessandrini.
Fra le prime presenze ebraiche documentate si trova la figura di Abramo Vitale de Sacerdoti, al quale nel 1490 fu permesso di risiedere in città per aprirvi un banco di prestito. Nei secoli successivi la sua famiglia ricoprì un ruolo di primo piano all’interno del gruppo ebraico e di fronte alla città, allora sotto il Ducato di Milano. Fu il discendente Simone a evitare l’attuazione dei ripetuti decreti di espulsione dai domini spagnoli della Lombardia, culminati nella cacciata del 1597.

Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica di Torino

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IL PRESIDENTE CHE NON AVEVA PAURA

La lezione di coraggio di Peppino Vitale

A margine dell’inaugurazione del Beth Haknesset di Alessandria desidero ricordare un episodio, raccontatomi personalmente da Peppino Vitale.
Premesso che Vitale era il massimo rappresentante della piccola Comunità piemontese e molto conosciuto (e benvoluto) nell’intera città di Alessandria. Nel 1938, dopo l’emanazione delle leggi razziste, fu costretto al lavoro obbligatorio previsto da quella infame legislazione. Per maggior spregio fu assegnato alla Nettezza Urbana con l’incarico di pulire le strade del centro cittadino con un appropriato lavoro di ramazza. Vitale non si scoraggiò, né cercò di sottrarsi alla vessatoria imposizione. Ricevuta l’indicazione del luogo e dell’ora dove doveva effettuare il lavoro, obbedì agli ordini ricevuti e si presentò puntualmente alla destinazione assegnatagli. Dato che non gli era stata assegnata una “uniforme di lavoro”, decise autonomamente quale abito indossare. Si presentò così sul nuovo “lavoro” in frac e cappello a cilindro e con quel vestito iniziò il “lavoro” di spazzare una delle strade centrali di Alessandria. Ovviamente, data la sua notorietà, dopo poco si radunò una piccola folla intorno a lui, mettendo in imbarazzo non lui, ma il funzionario fascista che gli aveva assegnato il lavoro. Il giorno successivo l’obbligo fu revocato…

Roberto Jona

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LA COMMEMORAZIONE E I RIFLESSI NEL PRESENTE

"Uccisione di Rabin, una lezione non colta"

“Anche dopo 27 anni dall’omicidio di Itzhak Rabin sembra che non sia cambiato molto, non abbastanza se nella società israeliana si manifestano sempre più allarmanti segni di incitamento e di escalation, di violenza che erode le fondamenta della democrazia”. 
È l’allarmato messaggio alla nazione del Presidente israeliano Isaac Herzog in occasione delle commemorazioni per il 27esimo anniversario dall’assassinio dell’ex Premier Rabin, ucciso il 4 novembre 1995 da un estremista dell’ultradestra. Dal cimitero sul Monte Herzl a Gerusalemme, Herzog ha parlato delle divisioni attuali nel paese e fatto riferimento alle elezioni che hanno visto l’affermazione della coalizione di destra guidata dal leader del Likud Benjamin Netanyahu. “Questo è il momento di abbassare le fiamme e mostrare responsabilità. Ai leader dell’opinione pubblica israeliana di tutti gli schieramenti, della prevista coalizione e della prevista opposizione, rivolgo un appello e una richiesta: abbiamo attaccato abbastanza, abbiamo combattuto abbastanza, abbiamo maledetto abbastanza”, le parole di Herzog. 

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LA TESTIMONIANZA

Clotilde e il significato di "formazione permanente"

È mancata nelle scorse ore Clotilde Pontecorvo, tra le più importanti esperte di psicologia dell’educazione e punto di riferimento costante in questo ambito anche per tutto l’ebraismo italiano.
Nata nel 1936 a Roma, nel 2014 aveva concluso il proprio percorso di studi al Diploma universitario triennale in Cultura ebraica UCEI. Pubblichiamo una testimonianza del rav Amedeo Spagnoletto:


Erano gli anni in cui mi veniva affidato un corso presso il diploma in studi ebraici e gli studenti che vi partecipavano erano tutti un po' speciali.
Non i classici giovani che intraprendevano il percorso universitario, ragazzi da formare e guidare, ma per lo più persone mature con un bagaglio di esperienze, studi alle spalle e solide professioni.
Clotilde - non sia mai a darle del lei o chiamarla professoressa - arrivava puntuale, in certi periodi non senza difficoltà di movimento, e apriva il suo quaderno d'appunti pronta a non perdere una goccia di quanto si studiava. Non posso negarvi che tante volte provavo imbarazzo a insegnarle. Non solo per gli argomenti che in certi frangenti già padroneggiava, ma perché lei conosceva il modo più appropriato per trasmettere quelle competenze; pedagogia e psicologia erano il suo pane quotidiano. Lo riconoscevo dal modo in cui interveniva, sempre pertinente e circostanziato; interventi che arricchivano la lezione e costituivano spunto d'interesse per gli altri studenti, e per me in primis che, a dire il vero, non sempre ero all'altezza dei suoi quesiti.

Amedeo Spagnoletto, direttore del Meis

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IL CORTEO INSIEME A SANT'EGIDIO

Sei novembre '43, Firenze ricorda

Comunità ebraica e Comunità di Sant’Egidio hanno sfilato insieme, anche a Firenze, per fare memoria delle vittime del nazifascismo. Alcune centinaia le persone che hanno preso parte al corteo messosi in marcia da via del Corso con destinazione il giardino della sinagoga, il cui punto di raccolta è stata la lapide che porta impressi i nomi dei deportati. Esattamente 79 anni fa, nella data del 6 novembre, Firenze conobbe le prime retate antiebraiche. 
Ad accogliere i partecipanti, annunciati in testa al corteo dallo striscione “Non c’è futuro senza Memoria”, il rabbino capo Gadi Piperno e una delegazione comunitaria. In marcia rappresentanti istituzionali e delle diverse confessioni religiose. Solidali anche nel soffermarsi su alcuni drammi umanitari del presente.

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Da Pilpul a Opinioni a confronto, attraverso il Talmud

La rubrica Pilpul è stata oggetto di una breve sospensione: molti lettori ci hanno contattato in questi giorni esprimendo la preoccupazione per la chiusura di questa rubrica, che per la verità nessuno all’interno della giunta dell’UCEI ha mai paventato.
In questa fase di transizione è doveroso ringraziare i nostri attuali collaboratori esterni, che da anni si prodigano settimanalmente per arricchire queste pagine, e coloro che in passato hanno scritto su Pagine Ebraiche, con la speranza che tornino presto a scrivere e ad esprimere qui il proprio pensiero.
Ad un anno dall’insediamento del nuovo Consiglio UCEI e dall’incarico conferito al sottoscritto per la comunicazione, sono lieto quindi di presentare oggi ai lettori la nuova rubrica denominata “Opinioni a confronto” che sostituisce Pilpul: con essa intendiamo ancor di più favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di maggior interesse per l’ebraismo italiano. 
Nell’ambito di una generale riorganizzazione della comunicazione dell’UCEI, abbiamo voluto partire proprio da una revisione della rubrica delle opinioni, desiderosi di migliorarla e consapevoli che in passato essa è stata talvolta fonte di polemiche ma ben più spesso occasione per interessanti spunti di studio, analisi ed approfondimenti.
Il pensiero volge naturalmente alla preziosa esperienza del Talmud, che per noi non è solo ed anzitutto una primaria fonte giuridico-religiosa, ma è anche un’autentica enciclopedia nella quale convergono idee e pensieri anche opposti, espressi da eminenti Maestri o semplici allievi, e dove talvolta il metodo di studio sembra ancor più importante dell’argomento trattato: anche nel momento in cui viene applicato il principio di maggioranza e fissata una regola, comunque resta traccia e viene studiata l’opinione di minoranza. 
L’antico metodo di studio del Talmud ci ricorda l’importanza del rispetto delle opinioni altrui, l’apprezzamento per la critica, il dubbio sistematico: in attesa quindi di poter riorganizzare  anche altri settori della comunicazione UCEI, invitiamo tutti a collaborare con la nuova rubrica “Opinioni a confronto”, inviando contributi originali e commenti a comunicazione@ucei.it, per farla crescere nel solco della tradizione ebraica italiana, pluralista e rispettosa.

Davide Jona Falco, assessore UCEI alla comunicazione

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Pagine Ebraiche 24, l'Unione Informa e Bokertov sono pubblicazioni edite dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L'UCEI sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Le testate giornalistiche non sono il luogo idoneo per la definizione della Legge ebraica, ma costituiscono uno strumento di conoscenza di diverse problematiche e di diverse sensibilità. L’Assemblea dei rabbini italiani e i suoi singoli componenti sono gli unici titolati a esprimere risoluzioni normative ufficialmente riconosciute. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo comunicazione@ucei.it Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: comunicazione@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio "cancella" o "modifica". © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.

 
La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale. 
È compito dell'UCEI incoraggiare la conoscenza delle realtà ebraiche e favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di interesse per l’ebraismo italiano: i commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.

La storia e i social  

Guida semiseria per aspiranti storici social (Bollati Boringhieri) è un libro di Francesco Filippi molto utile. I fatti della storia, quelli contemporanei, ma anche quelli dell’antichità, del Medioevo, di casa nostra o di mondi molto lontani, sono uno degli argomenti che più popolano le pagine, le bacheche e le arene dei social (Facebook, Tik Tok, Instagram, Twitter), spesso con scarsa competenza, molta certezza di sé, nessuna pazienza. Un confronto da cui si impara poco perché l’obiettivo è distruggere l’interlocutore.
Si possono dare delle regole perché il territorio dei social divenga un’area dove al posto dell’insulto o della sanzione cresca la possibilità di saperne di più?
Francesco Filippi ne è convinto. Per questo propone un decalogo di comportamenti. 1. «Noi» in italiano ha un significato ben preciso; 2. Colpa e responsabilità sono bestie diverse; 3. Non commettere atti impuri di anacronismo; 4. Il benaltrismo nelle discussioni sul passato è soprattutto spia di imbarazzo; 5. Non confondere i ricordi con la Storia; 6. Il sapere storico è vasto, approfittiamone; 7. Non si può «salire in cattedra» nel web, perché il web non è un’aula; 8. La storia non è una partita di calcio; 9. Gli esseri umani vivono nel tempo e col tempo; 10 Il passato è un magazzino, non è un bunker.
Non so se funziona. Ma perché non provarci? (16/10/2022)

David Bidussa, storico sociale delle idee

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Ticketless - Un posto al sole   

Vorrei soffermare l’attenzione su un episodio futile. Mi vergogno per la mia leggerezza e mi scuso, ma non credo si tratti di una vicenda da sottovalutare. Una delle più popolari serie televisive, in onda da anni su Rai3, ha aperto di recente una finestra sulle leggi razziali. “Un posto al sole” è un prodotto televisivo di tutto rispetto. Ogni tanto lo guardo: è ambientato a Napoli, conserva qualche tratto della sceneggiata partenopea; mi incuriosisce lo strano modo con cui gli autori osservano la contemporaneità. Per esempio, durante il lockdown ha taciuto del tutto l’esistenza del Covid: i personaggi si muovevano come se nulla stesse accadendo. Un mondo altro. Camorra, disagio giovanile, omosessualità, bullismo, trappole della rete contro gli adolescenti sono stati invece al centro della trama. Da qualche giorno è spuntata (poteva mancare?) la memoria delle persecuzioni contro gli ebrei. I ritmi della narrazione come in ogni serie sono lentissimi. Bisognerà vedere che cosa salterà fuori da questa tenebrosa storia di una anziana signora che in un suo diario rievoca la vicenda di un’ebrea che durante la guerra ha abitato a Palazzo Palladino (crocevia di tutte le storie narrate). Prima di fuggire avrebbe lasciato un tesoro di oggetti preziosi, collane, monete d’oro. Un classico topos della letteratura di appendice ritorna. C’è poco da stare allegri. Cacciato dalla finestra della politica, viste le corali prese di posizione dei vincitori delle ultime elezioni, rapidi e solerti nel condannare la razzia romana del 16 ottobre 1943, il veleno del pregiudizio farebbe capolino nella più popolare delle comunicazioni televisive. Era già accaduto nell’Ottocento con il romanzo di appendice. A volte i fantasmi del passato ritornano e mai nel luogo dove i nostri occhi si posano per inerzia. (16/10/2022)

Alberto Cavaglion

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Tecnosovranismo   

A volte la via per Damasco fulmina e acceca. Damasco è la scoperta, per così dire, che esiste un potere, quello politico, che non si fa riformare, e ancora meno rivoluzionare: semmai è da conquistare. Ed è anche l’opportunità, dopo anni – anzi, decenni – di ripetuta minorità, di marginalità calcolata, di ostracismo più o meno dolce, di sussidiarietà ai margini, per potersi invece dichiarare finalmente al centro dell’altrui attenzione. Passando dal ruolo obbligato di comparse a quello di primi attori. Un po’ come quel goloso che, dopo avere fatto, senza troppa convinzione ma grande costrizione, una dieta feroce, entrato nel negozio del pasticciere può finalmente ordinare e divorare quel che più gli aggrada. La destra illiberale e postfascista, in Italia come in Europa, si trova, nei fatti, in una tale condizione. Ancora una volta, a rischio di risultare noiosi, è d’obbligo chiarire il senso delle parole che stiamo usando. Quella destra di cui stiamo parlano – non demonizzandone la sua dimensione e storia – ha costruito il proprio profilo e la sua identità sul rifiuto degli ordinamenti costituzionalisti esistenti. In altre parole, si è data corpo e sostanza con il rigetto dei sistemi di generazione, contrattazione, riconoscimento e garanzia dei diritti che sono invece alla base degli ordinamenti istituzionali continentali. Dai quali, peraltro, ha comunque tratto beneficio, non venendone esclusa, non almeno del tutto, dal momento del loro esordio, con la fine - nel 1945 - di quella guerra mondiale che il totalitarismo nazifascista aveva scatenato sei anni prima. Ebbene, quella destra, che è populista per quel tanto che gli occorre, ovvero per accreditarsi dinanzi all’elettorato, ha dichiarato da subito che il vero motivo per il quale è necessario coalizzarsi è l’inadeguatezza, rispetto alla sfida dei tempi correnti, dei sistemi istituzionali liberaldemocratici. Polonia e Ungheria sono l’esempio di questa dottrina, che si tramuta in fatti. Non occorre che i due paesi (ed altri ancora) siano tra di loro d’accordo su tutto. Non sono infatti la riedizione del passato bensì un'articolazione d’interessi nel presente. Le rispettive classi dirigenti nazionali possono essere in opposizione tra di loro rispetto agli esiti della guerra russo-ucraina, ma trovano comunque un punto di convergenza nella gestione interna dei rispettivi paesi: secca limitazione delle prerogative e delle libertà della magistratura; ricorso al sistema referendario per ottenere, dal «popolo», di volta in volta, un qualche mandato plebiscitario che possa scavalcare l’equilibrio di poteri preesistente; avversione nei confronti del pluralismo culturale e sociale, con una particolare indisponibilità contro le minoranze di genere e la varietà delle identità; conservatorismo illiberale basato essenzialmente sul concetto di «natura» applicato allo sviluppo delle società (ci sono cose “giuste”, ad esempio i legami tra coppie eterosessuali, e cose “ingiuste” poiché innaturali, come il matrimonio tra membri dello stesso sesso; una tale categorizzazione può estendersi, nel corso del tempo ad altri gruppi e materie, rafforzando la separazione tra minoranze e maggioranza); una sfiducia di fondo rispetto al sistema costituzionalistico dei diritti, e alla loro preservazione per via legale e giurisdizionale, ritenendo semmai che è alla politica che debba tornare la palma della decisione, operando in un regime di costante emergenza. Non conta definitivamente ciò che è sancito dalle leggi ma quello che le circostanze dettano di volta in volta. Stabilita una tale cornice comune, rimane poi il caso Italia. Qualcuno ha fatto notare che «il punto, per il governo Meloni, non sono soltanto i ministeri: ciò su cui si misurerà la capacità di tecno-sovranismo, cioè di tenere insieme un’agenda conservatrice sulla politica interna e una certa credibilità con l’establishment internazionale e nazionale garantita da figure inserite in questi mondi, è sui posti di alto livello amministrativo, fondamentali per gestire la macchina ministeriale. È qui che la compenetrazione tra la coalizione più a destra della storia della repubblica e la tecnocrazia sarà più visibile (o si dimostrerà fallita). Tra Palazzo Chigi e i ministeri sono circa trecento le nomine necessarie a coprire i posti apicali […]. Quando si vince e bisogna governare […] il cerchio magico non basta più. Il ruolo di presidente dei Conservatori europei, assunto da Meloni nel 2020, è funzionale a questa strategia, e consente alla leader di Fratelli d’Italia di tessere relazioni molto utili con il Partito repubblicano, il Partito conservatore britannico e il Likud israeliano, senza contare gli alleati in Europa, come il PiS, partito al governo in Polonia, e il Partito democratico civico, che esprime il presidente del Consiglio della Repubblica ceca» (David Allegranti, Francesco Maselli). In altre parole: «il tentativo, almeno a partire dalle prime ore dopo la vittoria, è quello di applicare il tecnosovranismo: un governo con una forte guida politica ma gestito, nella quotidianità, da persone con una consuetudine con la macchina amministrativa italiana, con l’establishment interno ed internazionale. Insomma, se si analizzano i suoi primi passi, Meloni mostra di aver compreso che la sovranità non è più soltanto verticale, il mandato popolare non è sufficiente per governare con profitto, ma serve anche la sovranità orizzontale, cioè il riconoscimento dei pari grado internazionali e delle strutture sovranazionali che prendono decisioni che si riverberano sugli Stati che ne fanno parte». Quanto tutto ciò dovesse per davvero coniugare i due estremi in gioco, ossia la politica come ambito a sé, ovvero autonomo, e l’economia come insieme di apparati più o meno manifesti, capaci comunque di orientare gli indirizzi di fondo dei singoli paesi, lo diranno solo i tempi a venire. Il campo di conflitto nelle nostre società è tra questi due paradigmi, laddove si formano il consenso o il dissenso che attraversano, e fidelizzano o estraniano, persone e gruppi sociali. Il paradosso populista, se così lo si vuole chiamare, sta in fondo nel fatto che esso ha inteso quale sia il vero terreno di contrapposizione (scelta politica o sudditanza economica), di contro ad un liberalismo centrista o “progressista” che, invece, si sta facendo annientare un po’ ovunque. Da qui, da un tale terreno di confronti e contraddizioni, qualsiasi ipotesi di ricostruzione dell’intervento politico deve quindi ripartire, pena – altrimenti – la sua nullità. Per l’appunto, il paradosso è che parrebbe essere la destra postfascista ad avere colto meglio una tale piegatura delle cose. Almeno per il momento. (16/10/2022)

Claudio Vercelli

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