ISRAELE E LA PROPOSTA AVANZATA IN SENO ALLA NUOVA MAGGIORANZA
Legge del Ritorno, la spinta per una modifica radicale
I negoziati per decidere la composizione del prossimo governo d’Israele sono serrati. Il Primo ministro incaricato Benjamin Netanyahu sta ascoltando le richieste dei suoi alleati. L’estrema destra chiede per sé il ministero della Pubblica Sicurezza e quello della Difesa. Itamar Ben Gvir vorrebbe guidare il primo - come annunciato anche in campagna elettorale -, Bezalel Smotrich il secondo. O in alternativa, il ministero delle Finanze. Secondo i media il loro partito, Sionismo religioso (terza forza del parlamento), vuole portarsi a casa anche i ministeri dell’Istruzione e dei Servizi religiosi. Richieste che coincidono però in parte con quelle degli altri partner di coalizione, i partiti haredi Shas e Yahadut HaTorah. In particolare il primo, guidato da Aryeh Deri, chiede per sé il portafoglio delle Finanze. Nonostante il desiderio annunciato di Netanyahu di chiudere in fretta, sembra quindi che le trattative per il governo si prolungheranno ancora. Nel mentre su un punto Shas, YaHadut HaTorah e Sionismo religioso si dichiarano d’accordo: inserire nel patto di coalizione una modifica alla Legge del Ritorno del 1950. La norma stabilisce il diritto di ogni persona di religione ebraica nel mondo a immigrare in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana. Tra coloro che possono farvi ricorso, chi ha almeno un nonno o un coniuge ebreo, o si è convertito all’ebraismo. I media raccontano che i tre partiti della maggioranza vorrebbero cancellare in particolare il primo punto, definito come la “clausola del nipote”. Una modifica – ritenuta dai più poco plausibile – che se dovesse andare in porto rappresenterebbe una cambiamento radicale.
Non tanto nei numeri, ha sottolineato ad Haaretz Sergio Della Pergola, punto di riferimento internazionale in materia di demografia ebraica. "Ma dal punto di vista simbolico, sarebbe un cambiamento importante e una mossa molto stupida", il commento del professore emerito dell'Università Ebraica di Gerusalemme.
Avvocato di fama, ambientalista impegnato, prolifico autore di saggi e pubblicazioni. Oltre che cittadino benemerito di Ferrara “per la grande passione per l’impegno civile sempre profuso lontano da ogni interesse e ambizione di tipo personale”. A dieci anni dalla scomparsa il convegno “Paolo Ravenna e il suo tempo” onorerà domani una delle figure più significative della storia recente della città. Appuntamento a partire dalle 15.30 nella cornice della Biblioteca Ariostea. L’iniziativa, a cura della sezione locale di Italia Nostra, ha tra i suoi propositi quello di approfondire il contesto politico e culturale “che ha reso possibile la formazione di un personaggio di così alto profilo etico e civile”.
Nove vite “come il gatto dei proverbi”. Nove capitoli “di un’esistenza messa a confronto con l’orrore della Storia, quello più grande e indicibile, e poi con i tanti piccoli orrori quotidiani prodotti dall’ignoranza, dall’indifferenza, dalla mancanza di comprensione”. Testimone nelle scuole al fianco dell’associazione Progetto Memoria, Carla Cohn era nata in Germania ma diceva di sentirsi a casa soltanto in Italia: la meta cui era giunta dopo aver viaggiato e vissuto tra Europa, il nascente Stato d’Israele, Stati Uniti d’America. Ad accompagnarla i segni della deportazione in campo di sterminio, l’orrore di cui fu vittima adolescente nei campi della morte di Terezin, Auschwitz, Mauthausen. Le mie nove vite, pubblicato nel 2014 da Castelvecchi, è un testo di formidabile importanza per mettere sotto la lente quel periodo. E per affrontare alcuni dei principali temi relativi al “dopo”. Tra cui l’elaborazione del trauma e la faticosa ricostruzione di un’identità e di un progetto.
Carla Cohn è venuta a mancare nell’ottobre del 2021, all’età di 94 anni. Il Centro Ebraico Il Pitigliani di Roma le renderà omaggio stasera, con un evento in programma a partire dalle 21. Moderati dall’assessore alla Comunicazione UCEI Davide Jona Falco, interverranno Marco Caviglia (responsabile dell’Archivio Storico della Fondazione Museo della Shoah di Roma) e le psicologhe e psicoterapiste Susanna Santillo e Carla Corsi.
Ha preso il via a Roma la ventiseiesima edizione del Tertio Millennio Film Fest, il festival cinematografico del dialogo interreligioso sostenuto tra gli altri dall’UCEI. Undici i lungometraggi in concorso, prodotti in 19 Paesi diversi.
Il festival si svolge sotto la direzione artistica di Marina Sanna e di Gianluca Arnone e dalla sua fondazione si propone come luogo di dialogo interreligioso e interculturale “tra le comunità cattolica, protestante, ebraica, islamica, induista e buddhista, a partire dai film in concorso e dai temi da questi proposti”. Filo conduttore di questa edizione il tema “Il ritorno di Caino?”, affrontato durante una tavola rotonda inaugurale cui è intervenuto anche il rav Benedetto Carucci Viterbi.
Associazioni Italia-Israele, Bruno Gazzo alla presidenza
Si è svolto nel fine settimana il 33esimo Congresso Nazionale della Federazione delle Associazioni Italia-Israele. A presiedere la Federazione è stato chiamato Bruno Gazzo, attuale presidente della sezione genovese, che succede al presidente uscente Giuseppe Crimaldi.
Tra gli ospiti della due giorni di Congresso, caratterizzata dall’approfondimento di vari temi che mettono in gioco le relazioni e il potenziale di collaborazione tra i due Paesi, l’ambasciatore d’Israele in Italia Alon Bar e il nuovo ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.
Storico del fascismo e dei totalitarismi, oltre che attivo protagonista della vita istituzionale e culturale del Paese nell’arco di vari decenni, Piero Melograni moriva a Roma il 27 settembre del 2012. A dieci anni dalla scomparsa la Fondazione Corriere della sera lo ricorderà nel corso di un evento in programma a Milano, rileggendo la storia politica d’Italia attraverso la sua vita e il suo impegno. Una prospettiva che già aveva caratterizzato altre iniziative in passato, tra cui l’omaggio ai Lincei nel quinto anniversario dalla morte. Presente tra gli altri in sala, in quella circostanza, il Capo dello Stato Sergio Mattarella.
La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale.
È compito dell'UCEI incoraggiare la conoscenza delle realtà ebraiche e favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di interesse per l’ebraismo italiano: i commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.
Il fariseo e il pubblicano
In tutte le chiese cattoliche in ottobre si legge la parabola del fariseo e del pubblicano: entrambi sono in preghiera nel Tempio, ma la preghiera del primo è rifiutata, quella del secondo accolta (Lc 18,9-14). Il fariseo è un uomo giusto, o che cerca di fare tutto il possibile per esserlo, il pubblicano è un peccatore e un collaborazionista dei Romani. Cosa voleva insegnare Yeshua/Gesù con questo mashal? Che è meglio essere peccatori che giusti? Evidentemente no. E quale insegnamento devono trarne gli ascoltatori di oggi, che i cristiani che non sono tenuti ad osservare la Legge sono migliori degli ebrei che invece si sforzano di osservarla? Altrettanto evidentemente no. Eppure, se nei commenti la parabola non viene adeguatamente contestualizzata, paradossalmente l’effetto rischia di essere proprio questo, anche al di là delle intenzioni.
“Il fariseo adora il proprio io”, “quello che il fariseo adora non sono altro che le norme della legge” “si rivolge alla caricatura di Dio, alla sua maschera deforme” abbiamo letto i1 20/10 su Avvenire in un articolo di Padre Ermes Ronchi. Padre Antonio Spadaro vede il fariseo che prega tra sé nei panni della regina Grimilde che si rivolge allo specchio delle sue brame, e parla di arroganza, presunzione, delirio, autocelebrazione (il Fatto Quotidiano di oggi). Di diverso tenore l’articolo di Ester Abbattista, biblista, su Il Regno del 19/10.
Yeshua/Gesù era un ebreo che osservava la Torah e le mitzwot e insegnava ai suoi discepoli, che pure le osservavano, a non inorgoglirsi e a non disprezzare chi non le osservava, perché chi ritiene di essere giusto è paradossalmente un peccatore, chi riconosce di essere peccatore viene perdonato, chi si innalza sarà umiliato e chi si umilia sarà innalzato. Poiché questo mashal raccontato da un ebreo ad altri ebrei da secoli e secoli non viene letto dagli ebrei ma viene letto dai cristiani, occorre da parte dei commentatori uno sforzo ulteriore di attenzione per non continuare ad alimentare quegli stereotipi che tanti danni hanno causato. Ad esempio già scrivere “Il fariseo della parabola” consentirebbe di evitare di vedere nel fariseo in generale l’archetipo negativo di una falsa religiosità. (23/10/2022)
La gita. Che sia al mare o verso nord o invece al sud non importa, l'importante è che come da tradizione sia fuori porta. La gita, nel giorno delle elezioni, è ormai tutto quello che ci interessa, diciamolo apertamente. Nessuno che io conosca, anche persone che non so minimamente dove si posizionino politicamente parlando, e comunque nessuno che abbia vissuto in Israele negli ultimi anni, si aspetta qualcosa di nuovo o di diverso dai risultati di queste ennesime elezioni. Ci sono le opinioni di ciascuno, ovvio; ci sono partiti tra cui scegliere, ci sono interventi di tutti i leader e dialoghi più o meno edificanti fra di loro sui media, ma l'unica cosa che si sente dappertutto è un senso di stallo, una palude politica fatta di blocchi contrapposti più o meno dello stesso peso numerico in mandati, lunga alcuni anni e dalla quale non c'è verso di uscire. Scontri di ego che hanno pochissimo a che fare con il bene del paese e dei suoi cittadini. E poca voglia di affrontare i problemi veri, che ci tiriamo dietro da decenni.
E quindi, ne usciamo almeno fisicamente, almeno per un giorno e andiamo a vedere un pezzetto di questo paese che è piccolo ma densissimo (in tutti i sensi). Tanto più che il martedì delle elezioni è qui giorno di vacanza obbligata. Non resta che controllare il meteo incessantemente da oggi per una settimana, identificare con famiglia e amici un piano A in caso di sole e un piano B in caso di pioggia, preparare nel caso del piano A zaino e scarpe buone, e mandare a tutti il punto di partenza, itinerario, luoghi di ristoro sul percorso, e prepararsi a partire.
Così poi, al ritorno, stanchi e impolverati, non ci verrà neanche voglia di agitarci troppo davanti ai sondaggi (inutili), exit poll (fuorvianti) e infine risultati (deludenti statisticamente per almeno la metà dei votanti). Con una bella gita alle spalle, anche davanti alla probabile prosecuzione dello stallo politico attuale potremo almeno consolarci di aver visto un posto nuovo, di aver mangiato bene e insomma di non aver sprecato un raro giorno di vacanza pura.
Il giorno delle elezioni, ha questo, se non altro, di unico: non è un sabato o un giorno di moed, e nemmeno una vigilia di festa religiosa, con tutte le fatiche organizzative e culinarie che queste portano: è un giorno tutto intero in cui poter fare quello che ci pare. A votare ci si mette proprio poco, fra identificazione e scelta del foglietto da mettere nella busta bianca e poi nella scatola azzurra. Una volta fatto, avremo la giornata in regalo, tutta per noi. Di questo possiamo dire grazie ai nostri politici, anche se stanno cominciando a esagerare un po' con la frequenza di questi regali. (23/10/22)
Alla domanda se stiamo assistendo al ritorno di Caino, un caro amico mi ha detto: «Io credo che non sia mai andato via...ma era lontano da noi».
Non avrei saputo dirlo meglio. Sottoscrivo.
(23/10/22)