Israele, lo scontro con l'Iran
passa anche dall'Ucraina
Fuori dai confini nazionali due questioni sono in cima all'agenda della sicurezza israeliana: la minaccia iraniana e i rapporti con la Russia. Temi che si intrecciano tra loro, come testimoniano le recenti accuse del rappresentante iraniano dell'ONU, Amir Saeid Iravani. In una missiva inviata al segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres, Iravani ha sostenuto che è stata Israele a compiere l'attacco contro una struttura militare a Isfahan. E ha minacciato ritorsioni. “L'Iran - ha scritto il rappresentante del regime - si riserva il diritto di rispondere con fermezza quando e come lo riterrà necessario”.
Israele, come già in passato, non ha confermato il suo coinvolgimento nell'attacco. Fonti dell'intelligence Usa hanno però rivelato al Wall Street Journal e al New York Times che a pianificare l'azione sarebbe stato il Mossad. Obiettivo dell'intelligence israeliana, un impianto per lo sviluppo di missili posizionato al centro di Isfahan. Il regime di Teheran sostiene invece che sia stata presa di mira solamente una fabbrica di munizioni. Difficile da credere, soprattutto alla luce dei rischi e della complessità di portare avanti - chiunque sia stato - un'operazione come quella compiuta nel cuore di un paese fortemente controllato come l'Iran.
Secondo un ex capo del Mossad, Danny Yatom, il sito centrato da quattro droni la settimana scorsa è usato dal regime per sviluppare missili ipersonici. Si tratta di armi, scrive il New York Times, “a lungo raggio in grado di viaggiare fino a quindici volte la velocità del suono con una precisione spaventosa e che potrebbero essere in grado di trasportare una testata nucleare, se l'Iran ne sviluppasse una”. Dagli analisti internazionali l'ipotesi più accreditata è quella di Yatom o che in ogni caso nell'impianto di Isfahan si producano missili a lungo raggio in grado di colpire Israele.
Anche per questo si ritiene plausibile che ci sia Gerusalemme dietro la missione, parte di un prolungato conflitto ombra in corso con Teheran.
Tutta la vicenda si è poi inserita in un più ampio scenario di tensioni tra il regime degli Ayatollah e l'Occidente fondato su tre questioni: le violente repressioni interne iniziate dopo l'uccisione di Mahsa Amini; l'attività nucleare iraniana e la fornitura di armi alla Russia nella guerra all'Ucraina.
IL RABBINO CAPO DI GRAN BRETAGNA NOMINATO CAVALIERE DA RE CARLO
Sir rav Mirvis e l’etica della responsabilità
Rav Ephraim Mirvis, rabbino capo di Gran Bretagna, ha iniziato questo 2023 ottenendo un nuovo titolo: quello di Sir.
Re Carlo III infatti lo ha nominato Cavaliere comandante dell’Ordine dell’impero britannico. Un riconoscimento conferito per “i suoi significativi servizi alla comunità ebraica, alle relazioni interreligiose e all’istruzione”. Il rav ha detto di essere “enormemente onorato” per la nomina, sottolineando come sia “particolarmente commovente per me ricevere questo premio da Sua Maestà il Re nel suo primo anno come nostro monarca”. Si tratta infatti della prima lista di nomine di Carlo da quando è salito al trono, succedendo alla regina Elisabetta II.
Nella nota in cui si comunica il riconoscimento, il rabbino capo di Gran Bretagna è definito un pioniere del dialogo interreligioso. In particolare sono citati i suoi progetti con la Comunità musulmana e il programma In Good Faith promosso assieme all’arcivescovo di Canterbury Justin Welby. Viene inoltre apprezzata la scelta del rav di intervenire nel dibattito pubblico, portando la prospettiva
ebraica. “Mirvis affronta gli eventi globali con la sua visione di un ‘ebraismo della responsabilità’ intervenendo, ad esempio, sulla situazione dei musulmani uiguri, unica presa di posizione di questo tipo da parte di un leader di religioso internazionale”.
IL MINISTRO DELLO SPORT IN VISITA ALLA COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA
“Lotta al razzismo negli stadi, dobbiamo essere uniti”
Nei luoghi in cui si celebra lo sport “non devono esserci equivoci” in materia di contrasto non soltanto istituzionale al razzismo e all’antisemitismo. In questo senso “dovremo essere uniti; anche i club dovranno uniformarsi, ma tramite una scelta sincera”.
Così il ministro per lo Sport e per i Giovani Andrea Abodi al termine di una visita svolta quest’oggi alla Comunità ebraica di Roma di cui ha incontrato la presidente Ruth Dureghello e il rabbino capo rav Riccardo Di Segni. “Non ci devono essere distrazioni, ci vuole una presenza costante che responsabilizzi individualmente e collettivamente” il pensiero di Abodi, a lungo presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie B e Consigliere della Federcalcio. “Conosco l’impegno del Coni, della Federcalcio in particolare, della Lega, ma cercheremo di farlo uniti, perché su queste tematiche non si immaginino disarticolazioni e agende separate”, il suo ulteriore messaggio in un breve momento di confronto con la stampa all’interno del Museo ebraico cittadino. Presenti tra gli altri il vicepresidente della Comunità ebraica Ruben Della Rocca, la presidente della Fondazione Museo ebraico Alessandra Di Castro, la direttrice Olga Melasecchi.
L'INTITOLAZIONE DI UN ISTITUTO NELLA CITTÀ DOVE FU CATTURATA DAI NAZISFASCISTI
Elena Colombo e l’infanzia spezzata,
un segno di Memoria per la scuola
Elena Colombo ha dieci anni e mezzo quando i tedeschi la catturano a Forno Canavese, l’8 dicembre 1943, insieme al padre Alessandro e alla mamma Wanda Debora Foa. Incarcerati prima alle Nuove di Torino e poi a San Vittore, i genitori sono deportati ad Auschwitz alla fine di gennaio del ’44. All’arrivo Wanda Debora è subito assassinata, Alessandro invece sopravvive fino a novembre: poi anche lui è ucciso.
Elena invece – “per motivi che forse non riusciremo mai a chiarire” racconta Fabrizio Rondolino, nipote del fratello di Alessandro – non segue subito la loro sorte ma viene affidata a una famiglia amica (di cui resta ospite per tre mesi). Il 9 marzo le SS la trasferiscono al Charitas, un istituto laico che accoglie l’infanzia abbandonata, per poi mandarla a Fossoli. Da lì sarà condotta ad Auschwitz, il 5 aprile. Il giorno prima Elena scrive una cartolina a Bianca, una sua amica del cuore, divenuta nel frattempo staffetta partigiana: “Devo darti una notizia meravigliosa! Oggi mi hanno annunciato che finalmente potrò raggiungere i miei genitori! Andrò anch’io nel campo tedesco dove lavorano e così li potrò rivedere e stare con loro. Non c’è bisogno che tu mandi pacchi, non preoccuparti più per me. Sono tanto felice! Parto domani per la Germania”. L’ultima sua lettera e l’ultima sua traccia di vita: in lager, infatti, sarà subito annientata. Si tratta dell’unico caso documentato nella Shoah italiana di una bambina che ha dovuto affrontare da sola la deportazione, il campo di concentramento, il trasporto nel vagone piombato, la selezione all’arrivo, la camera a gas.