PROTAGONISTI
Guido Lopez, le speranze nell'inchiostro
Guido Lopez / FINCHÉ C’È CARTA E INCHIOSTRI C’È SPERANZA / Mursia
“In questi giorni ho letto pensieri e scritti di e su Guido Lopez, mio
padre, come non mi era mai capitato prima. Lui stesso, forse, si
sarebbe meravigliato di cotante lusinghiere recensioni e
commemorazioni. Spulciando qua e là fra i suoi appunti che ha lasciato
fra i suoi scaffali pieni zeppi di libri traboccanti di ritagli e di
'pizzini', come si usa dire adesso, ho trovato il conto di un
ristorante triestino – 1982 – con un’annotazione sul retro, scritta di
getto durante il viaggio di ritorno a casa. Una riflessione sui tanti
'avrei voluto, ma non…' che si conclude con queste parole: '… il
successo – letterario, di giornalista, di persona tra le persone… è
andata un po’ così. Ne rimpiango quel di più che non mi è riuscito di
avere, e meritavo. Ma ho avuto tante altre cose: alcune, forse,
inconciliabili con le prime. Sicché tutto sommato, è un conto come
questo, saldato”. Così scriveva Fabio Lopez ricordando suo padre, di
cui raccontava anche il vizio (o la virtù) di annotare e conservare
tutto: parole ma anche disegni, abbozzi e ritratti. Cartelle piene di
schizzi e caricature di persone, che faceva su qualsiasi pezzo di carta
avesse a portata di mano, che fossero i fogli di un notes, o il retro
di inviti a convegni o di relazioni a simposi. Da quella miriade di
fogli è nato “Finché c'è carta e inchiostri c'è speranza”, un volume
che si colloca tra il libro di memorie e il diario, curato dal figlio
Fabio e pubblicato da Mursia. In uno dei mitici foglietti, che compare
in apertura, subito dopo la prefazione di Gino Cervi, si legge: Ritratto
di Guido Lopez - Visto da destra: uno scrittore di grandi promesse, che
non ha ancora dato il meglio di sé. Visto da sinistra: è diventato
copywriter per farsi chiamare ancora scrittore.
Ada Treves, Pagine Ebraiche, marzo 2019
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SAGGISTICA
Sette decenni con lo sguardo a Israele
Mario Toscano (a cura di) / L’ITALIA RACCONTA ISRAELE. 1948-2018 / Viella
Nei settant’anni trascorsi dalla nascita dello Stato di Israele, come
sono cambiate le percezioni e le narrazioni della vicenda all’interno
della cultura, della società e della politica italiane? A partire dal
14 maggio 1948, e con una scansione decennale che arriva fino a oggi,
l’anniversario della proclamazione dello Stato di Israele costituisce
il punto di partenza per raccontare persistenze e mutamenti di
sensibilità, orientamenti, rappresentazioni, stereotipi e, a volte,
pregiudizi, con cui giornalisti, intellettuali e politici italiani
hanno interpretato e narrato la complessità politica, religiosa e
sociale di questa nuova realtà.
Il volume collettaneo L’Italia racconta Israele, edito da Viella e
curato da Mario Toscano, professore di storia contemporanea alla
Sapienza di Roma, ripercorre la storia dello Stato ebraico da questo
peculiare punto di vista: quello della stampa, e più in generale dei
media, italiani.
Con un’attenzione ai grandi temi e problemi della politica
internazionale e ai gravi avvenimenti bellici che hanno interessato la
regione mediorientale, gli otto saggi raccolti nel volume propongono
una periodizzazione originale e storicamente significativa: la messa a
fuoco dei caratteri specifici di ogni anniversario, al di là degli
aspetti meramente celebrativi, offre uno spaccato della storia della
cultura, della società e dell’informazione in Italia in settant’anni di
vita democratica.
mdp
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poesia
S'è mossa la notte
per l'Ebreo errante
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narrativa
Un processo a Norimberga
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Furio Jesi / L'ESILIO / Nino Aragno
Le poesie di Furio Jesi (Torino 1941 -Genova 1980), L'esilio, apparvero
a Roma nel 1970. Nel mezzo secolo che è trascorso, esse hanno assunto
un valore compendiano, esemplare di una ricerca che si svolge
dall'archeologia all'egittologia, dal mito alla tradizione ebraica, ai
«phares» del XX secolo, come il titolo di un suo saggio suggella: Rilke
e l'Egitto (considerazioni sulla X Elegia di Duino) [in «Aegyptus»,
XLIV (1964), 1-2]. Jesi è soprattutto noto per i suoi saggi
fondamentali: Germania segreta: miti nella cultura tedesca del
Novecento, 1967 (appena ristampato da Nottetempo, 2018), Letteratura e
mito, 1968, ma anche per il suo "Castoro" dedicato a Rilke e poi per
gli altri dedicati a Thomas Mann e a Bertolt Brecht; non minore la sua
presenza nella ricerca filosofica con le monografie su Kierkegaard,
1972, sulle Mitologie intorno all’illuminismo, 1972, su Pascal, 1974;
costante infine la sua meditazione su Karl Kerényi, Elias Canetti,
Martin Buber, Hermann Hesse, spesso introdotti o tradotti.
Carlo Ossola,
Il Sole 24 Ore Domenica, 10 marzo 2019
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Giovanni Grasso /
IL CASO KAUFMANN / Rizzoli
Oscar Giovanile nel 1940 dopo il Mago di Oz e una nomination come
migliore attrice nel 1955 per "E' nata una stella", Judy Garland fu
nominata di nuovo nel 1962 per un ruolo inquietante, in netto contrasto
con i toni melensi delle sue grandi interpretazioni precedenti. In
"Judgment at Nuremberg" - in italiano "Vincitori e vinti" - Stanley
Kramer raccontava infatti il terzo processo di Norimberga sui giudici
nazisti. Judy Garland è Irene Hoffman, una "ariana" che accusata di una
relazione col vecchio ebreo Lehman Feldenstein è finita in carcere,
mentre lui è stato addirittura ghigliottinato. Responsabile della
condanna era stato il brillante giudice Ernst Janning, interpretato da
Burt Lancaster, finora rimasto chiuso in un ostinato mutismo. Il
brillante avvocato Hans Rolfe, interpretato da Maximilian Schell,
celebra nei riguardi di Irene quasi un secondo processo, per dimostrare
che effettivamente tra lei e Fedenstein c'era stata una relazione.
Maurizio Stefanini,
Il Foglio,
6 marzo 2019
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