…informare

Una scuola superiore mi invita a parlare di conflitto Israele-Palestina. Sono in quinta, si avvicinano alla maturità e vogliono sapere. Ascoltano e fanno domande. Molte domande. Alcuni hanno delle idee prefissate, prevalentemente orientate in senso filo palestinese, ma il clima che domina è quello dell’interrogazione: perché? chi? quando? Non sanno veramente nulla, ma sono sinceramente interessati e chiedono di informarsi. Ecco, il nostro pubblico è questo; sono le nuove generazioni a cui i Media insegnano che gli ebrei sono stati perseguitati nella Shoah, e poi che i palestinesi vivono una realtà di apartheid. Ma non riescono, non possono (perché nessuno dà loro gli strumenti) riuscire a connettere in forma ragionevole due situazioni così differenti. Nessuno li educa alla complessità degli eventi storici, all’analisi. Sono spinti al manicheismo: tutto bianco e tutto nero. Ma sono disponibili, se porti argomenti comprensibili, ad ammettere che le cose non sono semplici. E tuttavia continuano a non capire, perché mancano delle basi più elementari. Tipo: chi sono gli ebrei, e chi sono i palestinesi. Per questo motivo, anche solo provare a discutere la nuova evoluzione politica del progetto di intesa fra Fatah e Hamas è semplice utopia: non sanno cosa sono queste due entità, e a malapena capiscono che Israele è uno stato, pur avendone poi una visione distorta. Non si tratta di un caso isolato: l’ignoranza, la formazione approssimativa che passa generalmente attraverso un sistema di informazione distorto, genera mostri ed è potenzialmente devastante, per tutti gli aspetti della nostra società. Nel caso specifico del conflitto israeliano-palestinese le conseguenze di questa situazione dovrebbero essere ben chiare a chi cura i sistemi di comunicazione e di informazione: se si vuole fare un buon servizio, e se soprattutto si vogliono dare informazioni e non semplicemente produrre assiomatiche dichiarazioni politiche che solo pochissimi possono comprendere, bisogna cominciare tutto dall’inizio. Mappe tematiche, semplici spiegazioni con definizioni comprensibili, presentazione di possibili evoluzioni degli scenari. Il resto, tutto il resto, sono solo uno spreco di spazio perché nessuno fra i protagonisti futuri (le attuali giovani generazioni) ha gli strumenti per comprendere ragionamenti complessi. Mancano le basi, e il nostro compito è quello di fornirle. Abituare nuovamente i giovani all’analisi, a utilizzare in modo sensato e in libertà l’enorme mole di dati che oggi le reti mettono a disposizione. Magari questo aiuterà anche noi a capire, al netto delle apodittiche dichiarazioni pro e contro, che se vogliamo veramente lavorare per la pace bisognerà insegnare a tutti a ragionare al di fuori delle griglie ideologiche, a guardare la realtà con gli occhi dell’altro, e a proporre quelle forme di mediazione che sole possono fornire una prospettiva di pacificazione.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(25 aprile 2014)