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Oltremare – Quasi Chanukkah

fubiniQuando si sono passati quattro inverni (lunghi, e freddi) a New York, l’impatto dell’inverno telavivese si tende a dimenticarlo presto, ovvero a darlo presto per scontato. Perfettamente normale poter ancora fare il bagno in mare il due dicembre, anzi, un po’ deludente quelle poche volte che la stagione raffredda “già” a metà novembre. E poi giacconi invernali veramente pesanti che si trasformano in modernariato nell’armadio. E soprattutto l’assenza quasi totale di due elementi centrali dell’inverno americano (e anche un po’ di quello italiano, ma in misura molto minore): le musiche natalizie, ubique dal giorno dopo Thanksgiving, inarrestabili, inevitabili, zuccherose, francamente deprimenti e comunque ripetitive. E, ovviamente, degli alberi di Natale. Che ci vorrebbe un movimento di protesta globale di ecologisti solo per vietare di far crescere tutti quei pini con l’unico fine di tagliarli e riempirli di palline colorate, poverini, cosa avranno fatto di male. Quanto a quelli di plastica, peggio ancora, inquinamento, petrolio e via dicendo. Insomma, passare l’inverno a Tel Aviv significa poco freddo (salvo il gelo eterno delle case non riscaldate) e pochissimi arredi natalizi. Almeno finché non si entra per caso in un supermercato di periferia, per fare un po’ di spesa in trasferta al volo, senza stare a guardare a che catena appartiene. E come nella barzelletta del buon ebreo che per infrangere lo shabat traccia un solco circolare intorno a dove sta in piedi e dice rav, tutto intorno è shabat ma qui dentro al cerchio è giovedì! – esattamente nello stesso modo, entrati dalla porta, fuori è quasi Chanukah, ma dentro è quasi Natale. Slitte e renne, e babbi natale, peluche immensi con finta neve fioccata addosso, alberi addobbati di palline e stelle di ogni misura e luminosità, cascate di lucine colorate, fiocchi di neve grandi come angurie. Finito di pagare, all’uscita ho avuto per un attimo il dubbio che mi chiedessero il passaporto, e mi dicessero bentornata a casa – è quasi Chanukkah.

Daniela Fubini, Tel Aviv

(4 dicembre 2017)