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Setirot – La capitale d’Israele

stefano jesurumGerusalemme è la capitale di Israele. Si vedrà in futuro – speriamo – se in una globale trattativa di pace con l’Autorità nazionale palestinese (Anp) gli accordi non prevederanno che sia anche capitale del nascituro – mi auguro – nuovo Stato. Ma che Gerusalemme sia la capitale dello Stato ebraico è noto a tutti, e in qualche modo perfino riconosciuto, pur con la ineluttabile “ambiguità” di cui necessitano i complessi equilibri della diplomazia internazionale. Lo sanno e lo sentono gli israeliani e gli ebrei della Diaspora. Lo sanno i capi di Stato e le delegazioni di alto livello che si sono recate nel corso degli anni alla Knesset, il Parlamento, a cominciare dallo storico discorso del Presidente egiziano Anwar Sadat nel 1977, e poi avanti fino al luglio dell’anno scorso quando con grandi onori venne accolta una delegazione dell’Arabia saudita. Sempre nel 2016, per i funerali di Shimon Peres, a Gerusalemme arrivò mezzo mondo, da Barack Obama al Principe Carlo d’Inghilterra, da Bill Clinton al tedesco Joachim Gauck, François Hollande, Matteo Renzi, il canadese Justin Trudeau, il segretario Stato John Kerry, il capo della diplomazia estera della Ue Federica Mogherini. E il presidente palestinese Abu Mazen…
La mossa unilaterale e volutamente plateale del Presidente americano Donald Trump, osannata ed enfatizzata da Benjamin Netanyahu e dai suoi fan israeliani e diasporici porterà a una fiammata di tensione, all’allontanamento (se un allontanamento è possibile vista la pervicace volontà di entrambe le attuali leadership di non fare un millimetro verso un tentativo di trattativa di pace), probabilmente a una ondata di violenza, che pagheranno le popolazioni israeliane e palestinesi. Inutile dire che sono moltissimi a criticare aspramente questa presa di posizione americana: le frange terroriste di varia natura jihadista (scontato), le nazioni nemiche ovviamente, però moltissime anche quelle amiche, i sostenitori più o meno obnubilati dall’odio della “causa palestinese” ma anche numerosissimi israeliani, di sinistra, di destra, di centro.
Il dubbio che gira per il mondo è, ahimé, di uno squallore vergognoso e se fosse vero (io, personalmente, temo sia così) sarebbe criminale. Ossia che Trump abbia bisogno di spostare lo zoom internazionale e interno dal Russiagate in cui ormai è impelagato fino al collo, e che al suo amico Bibi faccia altrettanto “comodo” dal momento che dalle sue parti si ode – come dire? – un leggero tintinnar di manette (non forse nel senso proprio del termine, ma insomma…).
Si potrebbe stare qui a discutere per giorni e giorni, certo. Non esiste una Verità con la V maiuscola, e io non la ho certo in tasca. Questo è semplicemente il mio pensiero, da cittadino che ama Israele e la pace. D’altronde è l’oggetto stesso della discussione che mi spinge a questi pensieri. Perché, come si sa, Yerushalaim, in ebraico, è duale. E già soltanto questa forma grammaticale è una chiara indicazione per la scena politica internazionale, e anche per il mondo ebraico. Dalla singolarità all’universalità. Dal verticale all’orizzontale. E, come ben spiega Donatella Di Cesare in “La giustizia deve essere di questo mondo. Paesaggi dell’etica ebraica”, nella tradizione ebraica Gerusalemme è al di fuori della spartizione delle terre, perché è l’apertura mobile che permette l’unità, è il luogo del Tempio, la residenza dell’Altro sulla terra. La condizione di questa residenza è che «Gerusalemme appartenga a Israele, ma ciò non basta. È a Yerushalaim, “pietra da carico per tutti i popoli” (Zaccaria 12, 3), città universale, aperta all’umanità, che lo Stato degli ebrei può andare al di là dello Stato».
P.S. Chag Chanukkà sameach a tutte le lettrici e i lettori, e all’intera redazione, con affetto.

Stefano Jesurum, giornalista