Libri e ferite

Recentemente recatomi, per partecipare a un congresso, a Oxford, ho avuto modo di trascorrere un po’ di tempo, nelle more dei lavori congressuali, in diverse librerie della ridente cittadina universitaria, da ammirare non solo per l’imponente patrimonio bibliografico a disposizione (a volte da fare invidia alle migliori biblioteche pubbliche, con centinaia di migliaia di volumi di ogni tipo, nuovi e usati, sistemati con grande ordine e razionalità), ma anche per l’estrema comodità dell’accoglienza riservata ai visitatori, con comode poltrone dove si può restare indisturbati a leggere per ore e ore.
In tutte le librerie, non mancava l’angolo dedicato al “Middle East”, nel quale, per rispetto alla “par condicio” (i britannici ci tengono a queste cose), figuravano volumi sia di autori arabi e palestinesi che ebrei e israeliani. Gli scaffali deputati a offrire il punto di vista israeliano, però, erano quasi tutti pressoché completamente occupati dagli innumerevoli volumi pubblicati da Ilan Pappé, che, lasciato Israele (dove, a suo dire, si sentiva perseguitato dall’ambiente accademico e culturale) per il Regno Unito, è diventato, Oltremanica, un’indiscussa star, andando a ricoprire molteplici incarichi di alto prestigio (quali Direttore del Centro Europeo di Studi sulla Palestina, dell’Exeter Center di Studi Etno-politici ecc.). Evidentemente preso da nostalgia per la lontana madrepatria, in Inghilterra Pappé non fa altro che scrivere di Israele, dedicando al tema una serie di libri che sono dei veri e propri capolavori di equilibrio, moderazione, obiettività: tutti volti a descrivere l’orrore del ‘muro’, la brutalità dei soldati israeliani, la mostruosità della “pulizia etnica”, la violenza dei coloni, la crideltà della repressione ecc. I proiettili israeliani, spiega Pappé, fanno male, feriscono, uccidono. Forse Pappé non nega che anche gli altri proiettili siano nocivi, non so dire, non ne parla mai.
I libri hanno tutti belle copertine colorate: ne ricordo uno, in particolare, con una serie di soldatacci israeliani, armati fino ai denti, uno dei quali guarda sorridente (ma sembra un sorriso beffardo, cattivo…) un povero bambinello palestinese. Sui risvolti di copertina, l’autore è sempre presentato come: “il maggior storico del mondo sul conflitto israelo-palestinese”, “il più coraggioso degli studiosi israeliani”, “l’unico che dice la verità” ecc. ecc.
Dopo avere sfogliato le pagine degli innumerevoli libri di Pappé, il lettore, se non si è ancora stancato, può quindi passare alle pagine degli studiosi palestinesi, che dicono, ovviamente, le stesse cose (probabilmente in tono un po’ più moderato, non so, onestamente non ci sono arrivato, la visone dei volumi di Pappé mi prendeva troppo tempo).
Questo è il quadro del Medio Oriente offerto al lettore inglese. E a questo punto, ovviamente, si dovrebbe passare a parlare del tema del “Selbsthass”, l’“odio di sé” di cui più volte, con svariate argomentazioni, si è trattato su queste pagine. Ma confesso che è un argomento che mi mette a disagio, dal momento che mi sembra presupporre una sorta di “obbligo fedeltà” alle proprie origini, al proprio popolo, alla propria nazione. E può diventare, in ogni caso, un discorso ambiguo, scivoloso, dai connotati vagamente razzisti. Se la libertà è il valore supremo, si può odiare anche la propria patria? E si può impedire di farlo? La Corte Suprema degli Stati Uniti, in una famosa sentenza, ha stabilito che si può bruciare la bandiera americana, perché essa, proprio in quanto simbolo della libertà, concede anche la libertà di bruciarla.
Pappé esercita la sua libertà di odiare, di bruciare la sua (o ex sua) bandiera. Non so, e in fondo non mi interessa, se si tratti di un “odio di sé”, quel che è certo è che, per esprimere il suo sentimento, lo studioso calpesta disinvoltamente i più elementari parametri dell’obiettività storiografica. Parafrasando il detto, “amica veritas, sed magis amicum odium”.

Francesco Lucrezi, storico

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