Compiacenza

Non buttiamola in politica ma parliamo comunque della politica, ossia dello stato in cui si trova. Nel loro stile garibaldino, enfatico (e dichiaratamente populista per più di un aspetto) l’espressione di certi atteggiamenti ambigui verso ciò che è considerato «diverso», che si manifestano soprattutto in soggetti politici nuovi, questi ultimi destinati ad un prevedibile successo elettorale, suscitano non poche perplessità. Nei tanti forum, nelle chat, nei social network che fanno parte della cyber sfera – che è in sé un vero e proprio mondo a parte, dove condotte e giudizi si fanno meno controllati e quindi più aggressivi – i militanti (o presunti tali, poiché così si presentano, benché non sia facile riscontrare la fondatezza della loro autoidentificazione) di certe formazioni manifestano opinioni che di buon grado possono essere definite come esplicitamente intolleranti. Non solo verso l’altrui giudizio ma anche e soprattutto nei confronti dell’origine di colui (o coloro) che ha (o hanno) espresso il giudizio rigettato. Un caso tra gli altri, ma non è certo l’unico e lo prendiamo ad esempio solo perché è l’ultimo di una serie, ha visto coinvolto Gad Lerner. Un personaggio pubblico che, detto per inciso, raccoglie nel medesimo tempo simpatie come antipatie. Tuttavia il punto non è questo. Si sa che chi svolge un ruolo di mediatore d’opinioni, ma anche di opinion maker, catalizza le altrui idee, non sempre benevole, su di sé. Piuttosto è sulla intima natura di queste che vale la pena di soffermarsi. Sbaglierebbe, infatti, chi pensasse che quanto gli viene astiosamente attribuito sia un problema del solo Lerner, poiché ad essere chiamata in giudizio è soprattutto la sua identità. In alcuni spazi virtuali i riferimenti all’appartenenza ebraica del conduttore sono stati richiamati dai partecipanti per lasciare intendere che la sua condotta professionale (e, plausibilmente, esistenziale), intesa come riprovevole, sarebbe una proiezione di tale radice. L’equazione tra ebraismo, potere e cattiveria, nella sua banale semplicità e assoluta infondatezza, ancora una volta sembra funzionare tra quegli elettori (quanti?) alla ricerca di facili capri espiatori. Vicenda per alcuni aspetti comparabile, anche se non immediatamente assimilabile, è quella che ha riguardato la consigliera comunale di un movimento dalle fortune elettorali crescenti che, avendo disatteso le rigide disposizioni del suo leader mediatico con la partecipazione ad una trasmissione televisiva, ha poi subito una serie di attacchi violentissimi, rivolti alla sua persona e, ancora una volta, alla sua identità, in questo caso di genere e non “etnica”. In altre parole, invece che discutere di politica e di contenuti programmatici l’attacco è immediatamente scivolato sulle qualità personali – e soprattutto sulle presunte caratteristiche ascrittive (quelle legate all’ascendenza biologica) – dell’uno come dell’altra. Non risulta che a questi scivoloni siano seguite nette prese di distanza né, tanto meno, chiare smentite. Semmai c’è stata come una sottaciuta rivendicazione. Peraltro, viene subito da pensare che non sia sufficiente, nel qual caso, dichiararsi estranei alle parole fatte circolare da qualcun altro. Il fatto che abbiano trovato un utile vettore in un’area di comunicazione che rimanda al partito, come al movimento e comunque alla lista elettorale di riferimento, chiama già direttamente in causa chi di essa ne è espressione autorevole. La presa di distanza inequivocabile si impone, quindi. Ed invece sembra che ciò non sia avvenuto; quanto meno non per alcuni aspetti di queste sgradevoli vicende, in una sorta di atteggiamento che somma all’ambiguità trascorsa nuova opacità, quasi che così facendo, proprio perché non si prende posizione, si intendano vellicare gli atteggiamenti più regressivi. Oppure lasciare ad essi una sorta di spazio di compiacenza. Episodi isolati? Ci permettiamo di dubitarne, essendo semmai la punta di un iceberg. In questi casi se ne parla solo perché si ha a che fare con personaggi televisivi. Ma altro, molto altro, circola ed è moneta del risentimento. D’altro canto si dà una forte correlazione, ossia un legame netto, tra pensieri misogini o comunque sessisti, viriloidi e machisti, e pregiudizi razzisti. Le due cose vanno spesso a braccetto. Chi esprime gli uni come gli altri ha dentro di sé una caratterialità d’ordine autoritario e xenofobo, benché la mascheri con discorsi di falsa convivialità: un pensare autoritario (che poco o nulla ha a che fare con l’autorità legittima, rinviando piuttosto a un visione gerarchica e antiegualitaria delle cose del mondo) poiché si richiama all’idea che ci siano persone “naturalmente” superiori, tali per nascita, alle quali la parte restante dell’umanità deve subordinarsi in tutto e per tutto; xenofoba in quanto parte dal presupposto che chi non è elemento del proprio gruppo sia di per sé, per il fatto stesso di esistere, un problema, se non una minaccia. Nell’uno come nell’altro caso l’appello che viene fatto per legittimare atteggiamenti chiaramente aggressivi, altrimenti ingiustificabili, è al «popolo», rinviando a quella parola magica ma molto stiracchiata che ha avuta una grande fortuna negli ultimi due secoli, ossia «democrazia». Si tratta, per l’appunto, dell’appello populista, che dice di volersi rivolgere direttamente alla collettività, senza intermediazioni di sorta. Siamo in presenza della democrazia diretta, per l’appunto, quella che nascerebbe dal rapporto immediato tra leader e comunità. Quando si parla di superamento, se non di distruzione, dei partiti, e con essi delle organizzazioni intermedie, come i sindacati e molto altro ancora, assimilando tutto in un unico giudizio fortemente negativo, che cosa si sta facendo se non questo genere di operazione? Il «popolo», così inteso, è il destinatario primo ed ultimo degli appelli al cambiamento. Lo è perché, secondo questa impostazione, sarebbe in sé il depositario dei valori più autentici, di un’innata sincerità e di una assoluta onestà. Si tratta di un discorso all’apparenza molto calzante, in assoluta sintonia con la crescente diffidenza verso il ceto professionale dei politici, ma nasconde molte trappole, prima tra tutte quelle della semplificazione e della generalizzazione: il male sta da una sola parte; rimuovendo quella parte le cose andranno “magicamente” al loro posto. L’antisemitismo contemporaneo trova in certi rivoli della vulgata populista un suo comodo vettore. In Europa, e segnatamente in Italia, si esprime perlopiù, anche se non esclusivamente, come antisionismo. Il quale è divenuto la vesta candida, immacolata, di ciò che altrimenti non si potrebbe più dire poiché censurato dalla comunicazione pubblica. In attesa, sia ben chiaro, che nuove condizioni non lo rendano invece di nuovo presentabile e, quindi, anche pronunciabile. L’antisionismo/antisemitismo di oggi, a volte velato se non occultato dentro una confezione ingentilita, ripropone le stesse parole d’ordine, e con esse i medesimi schemi mentali, del pregiudizio antiebraico ottocentesco. È una “tradizione” che si rinnova nella continuità. La discussione, in sé un po’ bislacca e molto consunta, su quanto sia di sinistra o di destra l’essere antisemiti (del pari: quanto la sinistra e la destra siano o possano essere, almeno in parte, in se stesse antisemite), in questo come in altri casi non è detto che ci aiuti. Oltre agli equilibrismi dei giudizi fatti con il bilancino, a seconda delle proprie simpatie, sconta infatti anche l’inconsapevolezza, o la sottovalutazione, del fatto che se il pregiudizio permane i suoi portatori possono invece comodamente cambiare. Sempre più spesso si ha a che fare non con esponenti di culture politiche radicate (anche nelle loro incongruenze e nelle antipatie di cui possono essere portatrici), quindi di antica radice, ma con gli alfieri di quella cosiddetta «antipolitica», termine in sé discutibile ma efficace, che dalla crisi dei vecchi ordinamenti sta traendo le sue fortune. È un fenomeno non nuovo, che ha iniziato a manifestarsi, prima in sordina e poi in modo sempre più aperto, dalla prima metà degli anni Ottanta. Oggi sta pervenendo ad un elevato stadio di maturazione. Ed è per questo che sarebbe meglio soffermarsi con più attenzione su quegli imprenditori politici del risentimento, ossia su quei soggetti che raccolgono a proprio beneficio la stanchezza, le paure e le angosce degli italiani, e degli europei, per imbastirci sopra un discorso fondato sul consolidamento dei pregiudizi. Il razzismo ha una proprietà potente: è traslativo. Cosa vuol dire? Che gli schemi aggressivi che si usano contro una persona o un gruppo, definendo l’una e l’altro non per ciò che fanno ma per come si presume siano in ragione della loro origine (culturale, sociale, antropologica, “genetica”), si trasferiscono facilmente su altri soggetti che, di volta in volta, sono indicati come il bersaglio da colpire perché ipoteticamente pericolosi. La letteratura scientifica, che pure un qualche valore offre per capire le cose di questo mondo, ha da tempo messo in rilievo non tanto la coincidenza tra razzismi quanto l’applicazione degli stessi schemi mentali, in sé regressivi, nei confronti di situazioni diverse. Da ciò deriva non l’equivalenza ma la persistenza degli atteggiamenti razzisti: l’invettiva contro i rom può facilmente trasformarsi nella diffidenza verso gli ebrei (e viceversa). Alla radice di ciò c’è il convincimento che gli “altri” minaccino sempre l’integrità e la flagranza del popolo. In quanto tali sono parte di un complotto o di una invasione: sventato il primo e impedita la seconda i problemi si risolvono. Non siamo alle soglie di una catastrofe razzista né al ritorno dell’antisemitismo così come l’abbiamo subito in epoca fascista. Ma stiamo ballando sull’orlo di alcuni pericolosi crepacci. L’antisemitismo è un fenomeno diffuso e carsico. È come una bestia che se ne sta rintanata fino a quando non si creano le condizioni per uscire allo scoperto. La decadenza della discussione politica, che non data ad oggi ma che adesso, accoppiata alla perdurante crisi economica, manifesta i suoi frutti più sgradevoli, è una di quelle condizioni. C’è chi potrebbe sentirsi motivato ad usarlo come arma impropria nel confronto pubblico. Le premesse, a ben pensarci, ci sono tutte, essendosi stratificate nel corso di almeno due decenni in un senso comune di molto indebolitosi sul piano degli anticorpi culturali e civili.

Claudio Vercelli

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