I grandi della satira incoronano l’arabo di Charlie, la punta di matita alla coda del Gatto del rabbino.
Il suo libro “L’arabo del futuro” racconta in maniera disinibita, disincantata, libera, l’infanzia in Libia e in Siria di un giovane francese convinto che la gente abbia piedi, non solo radici.
Scampato per una coincidenza al massacro della sua redazione, sull’ultimo numero di Charlie Hebdo pubblica una nuova puntata dei dialoghi intitolati “La vita segreta dei giovani”.
Parlano i ragazzini di oggi, con il loro linguaggio spezzato e ingenuo, e dimostrano le loro incertezze e le loro paure, il loro disincanto e il loro bisogno di capire.
L’Obs, il primo settimanale francese, pubblica una nuova tavola del Quaderno di Esther, dove una bambina di nove anni legge la realtà dei grandi e interpreta i fatti di Parigi a modo suo.
Riad Sattouf è così divenuto il simbolo di una Francia ferita, ma anche della speranza di superare la sfida dell’integrazione fra genti diverse, di difendere l’amore per la democrazia e la libertà d’espressione e di portare questi valori fra chi non ha mai avuto il bene di conoscerli. Il problema che agita come non mai il bacino del Mediterraneo può trovare soluzione proprio fra le genti che su tutte le sponde ne sono i migliori interpreti. E Sattouf non è solo l’autore di un libro di valore che aiuta a capire la vita degli ultimi decenni nelle dittatura arabe, non è solo una componente essenziale di Charlie Hebdo, è anche il più stretto collaboratore del grande Joann Sfar, il creatore del Gatto del rabbino e l’interprete incomparabile di un mondo sefardita che sembra restare l’ultimo depositario di tutte le saggezze necessarie e di tutti gli enzimi di una coesistenza possibile.
Nella cittadina della Charente dove i disegnatori e i fumettisti di tutto il mondo si danno appuntamento ogni anno per dare vita alla più importante occasione di incontro della creatività e dell’editoria illustrata, quest’anno era inevitabile ogni cosa tornasse a fare riferimento alle ferite di poche settimane fa.
Dalla torre del municipio i nomi dei redattori di Charlie Hebdo e quelli delle vittime massacrate all’Hyper Cacher sventolano su un immenso stendardo nero sotto un titolo che li accomuna: “Morti per la libertà”. La libertà di criticare, la libertà di esprimersi e la libertà di essere ebrei.
Il prestigioso Museo del Fumetto, dedica alla storia del settimanale preso di mira dal terrorismo islamico una mostra appassionante, enorme ed estremamente documentata. L’hanno allestita a tempo di record per spiegare alla massa dei visitatori che il mondo della satira, dietro alle sue provocazioni e alle sue sfacciataggini, ha una storia lunga e complessa. Una cultura solida e ben radicata nella carta di identità delle democrazie. La gente sopporta pazientemente in fila i minuziosi controlli di sicurezza, osserva, scopre, riscopre. E i rischi del sacrario e della retorica sono dietro l’angolo.
A ricordare che fare un giornale è sempre una sfida difficile e molo faticosa, viene la notizia che il prossimo numero del giornale, dopo l’uscita travolgente che rimette Maometto in copertina e giorno dopo giorno continua a sventolare nelle edicole spingendo la tiratura verso il record delle 10 milioni di copie, tarderà forse ancora per delle settimane. Ma resta la frase che alle porte di Angouleme avverte chi arriva: “Volevano metterci a tacere per sempre. Hanno ottenuto solo un minuto di silenzio”.
E intanto la presenza della cultura ebraica e di Israele lascia tracce su tutti gli itinerari che il labirinto del festival offre ai visitatori. La promessa di tornare, di tenere duro, sarà mantenuta, ma le ferite restano. C’è anche il bisogno di riconquistare qualche spazio per pensare.
“Trascorro nove ore al giorno in tutta solitudine al tavolo da disegno – commenta stordito Assaf Hanuka, astro nascente della creatività israeliana e nella lista d’onore dei titoli più belli con il suo splendido “K.O. in Tel Aviv” – e non riesco a capire perché qui tutti, proprio adesso, vogliono parlare con me”.
gv
(2 febbraio 2015)