Mi sono reso conto di non averne mai parlato in oltre sei anni di collaborazione. Dalla primavera 2010, infatti, scrivo ogni settimana per moked.es, cercando di ridurre al minimo defezioni e castronerie. In tutto questo tempo – a spanne stiamo parlando di circa 300 articoli, e capita a volte di non avere alcuna ispirazione – nel mio piccolo mi sono occupato tante volte dei diritti degli “ultimi”: immigrati, profughi, carcerati, rom, omosessuali.
Ma mai, in un intervallo così lungo, ritengo di aver scritto di violenza sulle donne, di sessismo e femminicidio, di subcultura maschilista e dei molti casi di cronaca nera che purtroppo vedono vittima l’altra metà del cielo.
Mi sono interrogato sul perché di questa strana circostanza.
Una prima ipotesi, è che il sottoscritto sia parte del problema: che cioè la mia scarsa sensibilità sia sintomatica di una cattiva cultura, quella appunto maschilista, pervasiva al di là della nostra stessa autopercezione.
Una possibilità ulteriore è che abbia pesato una considerazione ragionevole, e però del tutto inutile, che cioè non sia aumentato il numero degli episodi di violenza, ma che semplicemente la società sia divenuta più ricettiva rispetto a questo dramma e dunque più pronta ad amplificare simili notizie scioccanti.
Una terza opzione è che non avessi nulla di interessante da scrivere. E in effetti pare sempre assai arduo esprimere qualche idea che non sappia di banalità di fronte a donne ammazzate dai mariti, dagli ex, dai parenti o anche di fronte alle polemiche politico-giornalistiche in fatto di sessismo che inevitabilmente sanno di piccineria.
Infine, può essere che la ragione sia “filosofica”: che cosa si può scrivere della follia dell’essere umano (maschile), che non solo gonfia di botte sua moglie ma che poi ci si siede tranquillamente a cena accanto o magari ci parte per una vacanza assieme?
Tutto ciò per dire che siamo di fronte a un problema enorme, anche nelle coscienze individuali. E che non servono polemiche contro il politicamente corretto, uno dei pochi strumenti di cui disponiamo, per provare a combattere una piaga nella nostra società e ancor più nei paesi meno sviluppati. Le indagini ci informano peraltro che ogni ipotesi di sviluppo sociale ed economico, in qualunque parte del mondo, è legato alla capacità di coinvolgere attivamente le donne, spesso in posizione trainante rispetto all’uomo. Come a dire, non è solo un’opera buona…
Alcuni mesi fa rav Riccardo Di Segni mi regalò “Maschio e femmina Dio li creò: la donna nell’ebraismo” (ed Sovera). Può essere, non solo per noi ebrei, un’utile lettura estiva.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi
(16 agosto 2016)