SOCIETÀ Non c’è salute senza conoscenza

medicina 2Daniela Ovadia e Silvia Bencivelli / È LA MEDICINA, BELLEZZA! / Carocci editore

Nella sua introduzione al Festival Economia di Trento 2017 – dedicato alla salute diseguale – il direttore scientifico della rassegna Tito Boeri spiega che anche sulle questioni della sanità gli economisti possono e devono dire la loro. “Condivido al cento per cento – spiega Daniela Ovadia, giornalista scientifica nonché autrice assieme alla collega Silvia Bencivelli del libro È la medicina, bellezza! Perché è difficile parlare di salute (Carocci editore) – È necessario avere una visione più ampia sul fronte sanitario, con il coinvolgimento degli stakeholders (portatori di interesse) su quali pratiche e policy applicare a livello di Comunità europea. Facendo un esempio semplice: se io cittadino ma anche Stato posso spendere 10, il medico mi propone un metodo che costa 15, l’economista mi può aiutare a trovare una soluzione a questo problema”. Maggiore collaborazione dunque tra diversi campi, con la salute del paziente sempre al primo posto, ma anche tenendo conto dei costi per il sistema sanitario. Una realtà, quella del servizio sanitario nazionale, che in Italia è universalistica e di cui Ovadia sottolinea i pregi: “il sistema solidaristico, mantenuto sulla contribuzione in proporzione al reddito, deve essere difeso. medicinaSicuramente ha un costo e dobbiamo migliorarlo ma non possiamo ridurre la spesa sulla sanità andando a colpire la sopravvivenza stessa delle persone”. Uno dei problemi del nostro paese, che tocca anche la questione della sanità, è la mancanza di fiducia nelle istituzioni: quando si parla di ricerca medica e farmaceutica, spiega Ovadia, c’è una certa tendenza a pensare al cosiddetto complotto dei Big Pharma, “senza pensare che senza i privati non saremmo a questo punto nelle ricerche scientifiche. C’è un’idea, forse un po’ cattolica – sottolinea la giornalista – che con la medicina non si debba guadagnare, il ruolo del medico sembra essere visto come una missione ma è anche un lavoro, come ci ricorda Maimonide (il padre dell’esegesi biblica ebraica di carattere filosofico che per tutta la vita esercitò la professione medica)”. Membro dell’International Neuroethics Society e responsabile del gruppo di lavoro sui media della European Association for Neuroscience and Law, Ovadia si interessa anche di bioetica ebraica e nel 2014 ha partecipato al decimo Congresso Mondiale di Bioetica, etica e di diritto della sanità in Israele (partecipazione arrivata grazie a una borsa di studio dell’Associazione medica ebraica). A una domanda sulle differenze tra etica medica in campo ebraico e in quello cattolico, spiega che “la differenza credo sia nell’approccio. Nell’ebraismo c’è sempre un Bet Din (tribunale) che valuta il caso concreto, seppur sulla base di regole precise. Per fare un’analogia moderna, è più simile al common law dei paesi anglosassoni, con la previsione di deroghe ed eccezioni. L’etica cattolica invece si regge su principi indiscriminati e universalisti, si pensi ad esempio ai divieti su aborto ed eutanasia”. Ma al di là dell’etica di riferimento c’è una questione che tocca tutti indiscriminatamente e a cui Ovadia, assieme a Bencivelli, ha dedicato un intero libro: la necessità di avere un’informazione scientifica migliore. “C’è un eccesso di notizie, alcune parzialmente false altre totalmente, che crea un rumore di fondo in cui molti rimangono storditi. Il problema è che sulla medicina non si fa comunicazione e invece persiste il giornalismo delle veline, in cui si pubblicano risultati di ricerche senza avere le competenze per analizzare cosa è scritto al loro interno”. E poi c’è la proliferazione dannosa di falsi come le terapie di Vannoni o la mitologia sui vaccini che causano autismo. Ma anche casi come quello del cosiddetto test ISET (Isolation by Size of Tumor Cells), che sarebbe in grado di diagnosticare la presenza di un tumore prima che questo sia localizzabile con i comuni strumenti di diagnostica per immagini. “Un test che è una frode bella e buona e costosa; la comunità scientifica non è riuscita a rispondere per tempo mentre i media italiani incensavano questo test. E il danno era stato fatto”, spiega Ovadia, che alla questione ha dedicato un lungo articolo sul sito dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc). “È possibile fare diagnosi precoce di cancro cercando le cellule tumorali che circolano nel sangue? – il titolo del pezzo, a cui segue chiara la risposta – No, al momento questo tipo di test non è validato per la diagnosi precoce”. Se dunque, come affermava Boeri, il ruolo degli economisti può essere prezioso per affrontare in modo efficace le sfide della sanità, non di meno abbiamo bisogno di un’informazione scientifica che sia effettivamente scientifica.

Pagine Ebraiche, giugno 2017

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