Michael Chabon / SOGNANDO LA LUNA / Rizzoli
Per chi ama Michael Chabon, la sua sfrenata fantasia, il suo radicamento nella cultura popolare e fumettistica “Sognando la luna” (traduzione di Matteo Colombo, Rizzoli, pp. 528, 22) è una vera festa. E anche se non si tratta del miglior romanzo dell’autore di “Le fantastiche avventure di Kavalier e Klay” e di “Il sindacato dei poliziotti yiddish”, il libro appena pubblicato indica una continua evoluzione e un grandissimo coraggio di un romanziere che avrebbe potuto limitarsi a ripetere formule già sperimentate e quindi facili. “Sognando la luna” è un testo che va oltre i generi stabiliti; contesta l’idea del progresso e della stessa verità dei fatti. La storia in apparenza è un memoir con forti momenti comici, nonostante le tragedie narrate. Il protagonista è l’omonimo dell’autore. Suo nonno, pochi giorni prima di morire gli racconta la propria vita. Lui è un ingegnere, ebreo, affascinato dai razzi, missili e dal sogno dello sbarco sulla Luna. È un uomo imprevedibile: gli capitò di finire in galera perché tentò di strangolare il suo datore di lavoro. Durante la guerra, soldato in Europa, si mise sulle tracce di Wernher von Braun, lo scienziato nazista esperto dei missili, importato poi in America. La nonna è invece una donna che viene dalla Francia, con una piccola bambina, superstiti della catastrofe. L’importante, suggerisce Chabon, non è la storia in sé, ma il modo di raccontarla. Le vicende non hanno un ordine cronologico e non sappiamo cosa sia la verità e cosa è un’invenzione. Un modo molto ebraico e che si riallaccia al padre della letteratura yiddish, Sholem Aleichem, per dire: la vita è narrazione. E finché siamo in grado di narrare siamo vivi.
Wlodek Goldkorn, L’Espresso, 10 dicembre 2017