Società – La libertà di parola dev’essere libera

libertaTimothy Garton Ash / LIBERTÀ DI PAROLA / Garzanti

È curioso e anche scoraggiante che noi qui, rannicchiati nel tepore delle poche e sempre più assediate democrazie del mondo, siamo più terrorizzati dai pericoli dell’espandersi senza limiti della libertà di parola che dalle enormi, inaudite possibilità con cui grazie a internet milioni di esseri umani prima muti o ridotti al silenzio possono finalmente esprimersi. Esprimersi con banalità, forse. Ma anche quello del dire banalità è un diritto fondamentale. Un po’ come la globalizzazione: noi qui, nelle nostre nicchie del benessere, ce ne lamentiamo, imprechiamo furiosi contro le sue conseguenze, ci sentiamo declassati e impoveriti, ma nemmeno ci vogliamo rendere conto che intanto, nelle periferie del mondo, centinaia di milioni di persone, anzi miliardi, sono uscite grazie alla globalizzazione da una condizione di miseria assoluta, di fame e disumanità. In un libro straordinario come Libertà di parola di Timothy Garton Ash, tradotto e pubblicato in Italia da Garzanti, si scrive che oramai «il mondo non è tanto un villaggio globale, quanto una città globale. La maggior parte di noi può pubblicare ciò che desidera. Possiamo postare i nostri pensieri e le nostre foto online, e teoricamente una qualunque tra i miliardi di altre persone potrà leggerli e vederli. Mai nella storia dell’umanità la libertà d’espressione ha avuto tante opportunità». Soffermiamoci su quest’ultima frase: «Mai nella storia dell’umanità la libertà d’espressione ha avuto tante opportunità». Dovremmo gioirne, invece siamo preoccupati e contrariati. Certo, non mancano le pagine brutte e anche orrende che deturpano questa straordinaria novità e lo stesso Garton Ash non nasconde il dilagare di «immagini di morte, immagini pedopornografiche, ondate di insulti infamanti». Però non è questo sottofondo limaccioso che fa paura. Fa paura la sensazione di anarchia che deriva dall’indebolimento delle autorità che dettavano l’agenda pedagogica del mondo intero. La libertà d’espressione è soffocata dal numero esorbitante di autoritarismi e di tirannie che infestano il mondo, ma adesso è minacciata dai nuovi paurosi che, pentiti del loro liberalismo, sono diventati i censori, i custodi dell’ordine, i poliziotti del pensiero e della parola che vorrebbero proibire, limitare, silenziare la nozione stessa di libertà d’espressione, impancandosi a giudici di ciò che si può dire e di ciò che non si può dire. Ma per bilanciare quest’ondata neocensoria, pur animata dalle migliori intenzioni, sarebbe utile una difesa intransigente, radicale, oltranzista, assoluta della libertà d’espressione. I regimi più autoritari, insomma le dittature, certo. Al loro confronto, il rinculo illiberale che ci caratterizza è poca cosa. Dispotismi antichi in cui non si possono esprimere opinioni sgradite al potere, con i giornali chiusi, le galere piene di dissidenti, le donne che non possono studiare, i programmi scolastici ridicolmente propagandistici, l’arte conculcata, la letteratura silenziata, la divergenza politica punita con pene mostruose, la libertà d’espressione umiliata in ogni sua forma: ce ne sono tanti nel mondo, anche se noi facciamo finta di non accorgercene dopo esserci riempiti la bocca di ipocrisia umanitaria. Poi ci sono le democrazie zoppe, in asfissia, mortificate, compresse, tenute sotto scacco da chi domina le leve del potere, formalmente garantite da elezioni democratiche, ma con le opposizioni e i giornali costantemente intimiditi, imbavagliati, messi anche a rischio della propria vita, come la Russia, modello di tutti i nuovi autoritarismi che si nutrono della crisi della democrazia così come l’abbiamo conosciuta. Le nostre democrazie, invece, smentiscono l’assioma progressista per cui le cose, in terna di libertà, non possono che migliorare: peggiorano. E peggiorano non per colpa dei tradizionali nemici della libertà, ma dei progressisti che si sono avvitati in una paura inarginabile e vorrebbero tenere sotto controllo ciò che è sfuggito a ogni controllo, sorvegliare, iper-regolare, accumulare reati, trasferire in ambito giudiziario parole e pensieri. Con le migliori intenzioni: ma, appunto, la strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni. Non è forse una buona intenzione arginare l’antisemitismo? Ma è illusorio pensare che una legge severa sul negazionismo possa ridurne gli effetti, come si vede in Francia, dove in presenza di una severa legge antinegazionista l’odio per gli ebrei (chiamati «sionisti» per camuffare il vecchio e impresentabile antisemitismo) nel frattempo è aumentato ben oltre i livelli di guardia: come se gli energumeni che vessano gli ebrei fossero degli attenti lettori delle schifezze negazioniste di un Robert Faurisson o di un David Irving. Illusorio e anche sbagliato in linea di principio perché la deriva illiberale prevede gradini intermedi che via via portano alla sommità della limitazione soffocante della libertà d’espressione. Terribilmente pericoloso, inoltre, perché affida all’autorità giudiziaria il compito di stabilire cosa si può dire e cosa non si può dire. Ogni divieto è il primo anello di una catena, introduce un elemento arbitrario, il tribunale delle idee, che abbassa la qualità complessiva della libertà d’espressione, imprime un arretramento, comincia con un bavaglio piccolo che poi tende ineluttabilmente ad ammutolire altre voci, altre espressioni. Fino a dove? E dove mettere un limite legale all’«apologia del fascismo», come se davvero il fascismo potesse rinascere dalla circostanza che sull’etichetta di una bottiglia di vino compare faccione del Duce (e subito, comprensibilmente, si accende la domanda se per caso non fosse necessario estendere il divieto anche ad altri dittatori più feroci ancora: e l’etichetta con Stalin no?). Ed è inutile essere insofferenti se un divieto viene criticato perché troppo esposto al sospetto dei due pesi e delle due misure: è inevitabile che sia così, proprio perché la limitazione della libertà d’espressione è un atto in sé arbitrario, crea la sensazione di un arbitrio, di una discrezionalità addirittura codificata da una legge dello Stato. Nel dubbio, meglio astenersi. Combattere apertamente le idee fasciste, non cedere di un millimetro, raccontare la menzogna nazista di chi parla oscenamente di «menzogna di Auschwitz»: ma con la forza delle idee, degli argomenti, dell’ironia. Andare davanti ai teatri dove comici antisemiti se la prendono con gli ebrei, e fischiare e manifestare: non chiedere aiuto alla polizia o a un giudice, intasando i tribunali. Anche perché ci vuole poco a trasformare una paura in una burla, come accade negli Stati Uniti, ma purtroppo anche nelle un tempo inamidate università inglesi. Impedire per esempio una lectio magistralis a Ayaan Hirsi Ali, accusandola di «islamofobia». Negare l’accesso alle lezioni a insegnanti arbitrariamente considerati «reazionari». Interrompere con la violenza la presentazione di un libro bollato come scorretto. Sono tutti atti che indeboliscono la libertà d’espressione fino a sfibrarla, una forma di isteria censoria che già un po’ di anni fa è stata descritta impeccabilmente da Philip Roth nel suo romanzo La macchia umana. Oppure purgare i classici, persino le tragedie greche e Shakespeare, creare un reticolo di divieti lessicali che, se avevano l’intenzione di imitare un linguaggio aggressivo e irrispettoso, oggi vengono branditi come bastoni e mezzi di un’aggressività non meno odiosa, sebbene travestita da scudo dei buoni sentimenti. La libertà d’espressione oggi è in una trincea, debole, vulnerabile, malgrado gli straordinari mezzi di cui potrebbe disporre. Tra tanti partiti, ne manca solo uno: partito della difesa intransigente della libertà d’espressione. Chissà se mai vedrà la luce.

Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 12 dicembre 2017

I nostri siti