Oltremare – Dieci anni

fubiniCose che ho imparato in questi miei primi dieci anni in Israele. L’ebraico (beh, non proprio tutto: l’essenziale che serve per parlare con chiunque io debba parlare, dal postino al medico, dai colleghi alle amiche, spaziando dai massimi sistemi alla più pratica quotidianità). Ho imparato che la pioggia qui arriva improvvisa e violenta come se avesse fretta di cadere, e la pioggia tranquilla e lenta che noi conoscevamo in Europa qui la si chiama inglese. Che la politica e la vita reale qui sono legate strette come i polli di Renzo, e si beccano con altrettanta stupidità (e che nessuno qui ha la più lontana idea di che cosa siano i polli di Renzo, e alle volte me lo devo ripetere ad alta voce per non dimenticarlo). Ho imparato che in un paese grande come una regione d’Italia (e nemmeno la più grande) il campanilismo fra le città rasenta l’assurdo, e chi vive a Tel Aviv scherza sul fatto che per salire a Gerusalemme serve il passaporto e viceversa, e che il pur minuscolo territorio che esula dalle due capitali di cui sopra si chiama “periferia”: periferia di che cosa non mi è ancora del tutto chiaro. Ho imparato a misurare gli anni in base al calendario ebraico, con un occhio a quello “normale”, ad avere due capodanni, nessuna vacanza estiva, un carnevale solo ma tutto nostro, feste ebraiche in autunno in cui tutto il paese è in festa come me, e con me, e nei negozi e per le strade c’è esattamente la stessa elettricità che in diaspora sentivo a fine dicembre, ma non condividevo. Ho imparato ad abolire il mugugno e lo sbuffo e a sostituirli quando necessario con una richiesta o affermazione fatte di parole, perché in un paese in cui tutti parlano gesticolando si deve invece imparare a dire al vicino di treno che si sta appoggiando troppo o al tipo che cerca di saltare la fila che no, no pasdaran, di certo non davanti a me. Piccole cose si imparano in dieci anni, in fondo.

Daniela Fubini, Tel Aviv

(1 gennaio 2018)

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