L’ultimo slogan dei “Giovani democratici di Bergamo” pretende di essere provocazione politica che vuole colpire, ma finisce per rivelare chi lo pronuncia. Perché il maiale, nella cultura ebraica, non è un insulto generico né una caricatura animalesca. È un simbolo preciso, non rappresenta la violenza, né la brutalità. Rappresenta l’apparenza etica. L’animale che sembra puro ma non lo è, quello che mostra il segno giusto – secondo le regole della kashrùt – e nasconde il resto.
Il maiale ha lo zoccolo spaccato, e quando si accovaccia lo esibisce. Lo mette bene in vista. È una postura studiata: «Guardate, sono conforme, sono dalla parte giusta». Ma dentro non rumina, non elabora, non trasforma. Dentro resta porco. È per questo che, nell’immaginario rabbinico, è più insidioso di altri animali: non perché è impuro, ma perché finge di non esserlo. Il trionfo dell’ipocrisia sull’onestà morale e intellettuale, dello slogan urlato sull’azione, della posa sul contenuto.
I Saggi ebrei legano il maiale a un’identità di facciata: quella che parla il linguaggio giusto, occupa la postura corretta, ma rifiuta il lavoro interiore. Quella che semplifica, divide, demonizza, e poi si autoproclama giusta. È un’etica da vetrina, si accovaccia, mostra lo zoccolo, pretende consenso.
Ecco perché lo slogan «meglio maiale che sionista» non è solo offensivo, è involontariamente autobiografico. Perché chi sceglie il maiale sceglie il simbolo di un’etica ostentata e non praticata, della purezza dichiarata e mai verificata, dell’indignazione che sostituisce il pensiero. Non è una provocazione, è una confessione. Vi accovacciate bene. Lo zoccolo è ben visibile. Ma a ruminare — a pensare, distinguere, assumersi responsabilità — continuano a essere altri.
Rav Roberto Della Rocca