DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 26 maggio 2026

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato di intensificare gli attacchi in Libano dopo giorni di droni e razzi di Hezbollah sulle città israeliane del nord, riportano Repubblica e Giornale. «Siamo in guerra con Hezbollah e non abbasseremo la guardia», ha dichiarato il primo ministro, ottenendo il via libera della Casa Bianca a nuove manovre contro i terroristi libanesi. Netanyahu è sotto una duplice pressione, spiega Repubblica: i sindaci del nord lo accusano di non fare abbastanza e temono che la diplomazia americana stia sacrificando la sicurezza delle comunità di frontiera in cambio di un accordo con Teheran su Hormuz. «Il governo di Israele non è più sovrano su questa terra, siamo stati abbandonati per gli interessi degli Usa», dichiara il sindaco di Kiryat Shmona Avichai Stern, città dove le iscrizioni agli asili sono crollate da mille a seicento bambini. Dall’altra parte i ministri dell’ultradestra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir invocano «una guerra ad alta intensità». Gli Stati Uniti potrebbero dare il via libera a un’operazione israeliana su larga scala contro Hezbollah, secondo quanto riferito da un alto funzionario americano al Canale 12, ripreso oggi dal Giornale. Libano e Israele si dispongono intanto a un quarto round di colloqui a inizio giugno, preceduto da un incontro tra delegazioni militari al Pentagono il 29 maggio.

I negoziatori iraniani sono volati a Doha per incontrare gli emissari del Qatar e discutere dell’accordo con gli Usa, racconta il Sole 24 Ore. Washington e Teheran hanno però raffreddato l’ottimismo dei giorni scorsi: «Nessuno può dire che una firma sia imminente», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano. Secondo il segretario di Stato Usa Marco Rubio «sul tavolo c’è qualcosa di piuttosto solido», incentrato sulla riapertura di Hormuz entro 30 giorni e su 60 giorni per affrontare il nucleare, ma restano aperti i nodi sulle scorte di uranio arricchito e sullo sblocco degli asset iraniani congelati.

Sui negoziati con l’Iran, il presidente Usa Donald Trump ha aggiunto un’ulteriore richiesta, sottolineano Sole 24 Ore e Corriere della Sera: i sei paesi musulmani coinvolti nell’intesa dovrebbero «aderire agli Accordi di Abramo». Il presidente Usa, scrive il Sole, «ha chiamato in causa Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania, anche se questi ultimi due hanno già da tempo riconosciuto Israele». Il problema per Trump, spiega il Corriere, è che i sauditi hanno ribadito alla Cnn che qualunque passo verso il riconoscimento di Israele deve essere preceduto dalla creazione di «un percorso irreversibile verso la nascita di uno Stato palestinese». Una prospettiva lontana: anche i principali oppositori di Netanyahu non la considerano una priorità, prosegue il quotidiano. «Uno Stato palestinese non nascerà nei prossimi anni», ha dichiarato il leader centrista Yair Lapid, aggiungendo che «questo non sarà l’ultimo scontro con l’Iran perché l’accordo in discussione è dannoso per Israele e per la regione».

«Chiariamo subito un punto: non siamo vicini a un accordo tra Stati Uniti e Iran. Casomai, a un memorandum d’intenti, che è cosa ben diversa», afferma a La Stampa Raz Zimmt, direttore del dossier Iran dell’Istituto israeliano per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale. «Né Washington né Teheran sembrano oggi ben disposte o abbastanza pazienti per impegnarsi in una mediazione così delicata. Il processo resta fragile, reversibile, ancora aperto a ogni esito. Compreso il ritorno alle ostilità». Sul nucleare, Zimmt avverte che l’Iran possiede ancora 440 chili di uranio arricchito al 60% e centrifughe avanzate: «Se decidesse di intraprendere questa strada, probabilmente ci riuscirebbe in un lasso di tempo compreso tra i sei e i nove mesi». A Teheran, prosegue l’analista, «credono di poter reggere più a lungo dell’Occidente il costo della crisi. È molto più difficile convincere il cittadino americano medio ad abituarsi alle implicazioni globali della chiusura di Hormuz, rispetto agli iraniani». Sulla richiesta di Trump agli Stati del Golfo di aderire agli Accordi di Abramo: «È irrealistico. È il segno della sua frustrazione per la mancanza di risultati concreti». Per Zimmt, se la guerra dovesse finire «senza una soluzione né militare né politica, non potrà certamente essere presentata come un successo». Conclusioni simili a quelle di Beni Sabti, esperto di Iran dell’Inss israeliano, a colloquio ieri a Milano con diverse testate giornalistiche. Giornale e Riformista riprendono la previsione di Sabti: «Come l’Urss degli anni Ottanta, il regime in Iran è sempre più radicale ma sempre più debole. Non credo durerà più di due anni». Sul Corriere della Sera Federico Rampini analizza come la stampa mediorientale legga il possibile accordo Usa-Iran: la parola più usata dagli analisti non è «settlement» ma «freeze», un congelamento più che un accordo. Israele è il più scettico: una parte consistente dell’establishment ritiene che l’Iran «sia stato colpito duramente ma non definitivamente». Le monarchie del Golfo mostrano sollievo, non perché amino il regime iraniano, «ma perché la guerra stava diventando economicamente insostenibile». La posizione più diffusa negli ambienti diplomatici europei è intermedia: «Tutti hanno perso qualcosa, nessuno ha vinto davvero». «In Medio Oriente, di regola, le paci sono intervalli tra due crisi», conclude Rampini.

Le forze di sicurezza libiche hanno sgomberato con la forza il campo dove sostava il convoglio terrestre della Global Sumud Flotilla nei pressi di Sirte, caricando i 200 attivisti sui bus «anche in maniera estremamente violenta», riportano Corriere della Sera e Repubblica. Nel frattempo i dieci fermati in Cirenaica, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, sono stati accusati di ingresso illegale e trasferiti a Bengasi, dove rischiano di restare bloccati per l’inizio dell’Eid al Adha. «Neanche il personale consolare italiano sarebbe riuscito a incontrarli», fa sapere la Flotilla. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato: «Mi auguro che si decida di farli ritornare in Italia il prima possibile».

Sul fronte giudiziario italiano legato alla Flotilla, la Procura di Roma allarga l’inchiesta sulla seconda Flotilla via mare mettendo sotto osservazione i vertici politici e militari israeliani: tra i nomi al vaglio dei pm ci sono il ministro della Sicurezza Ben-Gvir e quello della Difesa Israel Katz, oltre al capo di Stato maggiore Eyal Zamir. Oltre al sequestro di persona, gli investigatori valutano anche tortura, violenza sessuale e rapina in relazione al trattamento riservato agli attivisti. Ne parlano Sole 24 Ore e Repubblica. In Israele, dopo la condanna del presidente Herzog, anche il leader dell’opposizione Yair Lapid ha attaccato Ben-Gvir: «Quello che ha fatto è imperdonabile».

«Meno male che ci sono cattivi come Ben-Gvir», scrive ironicamente su La Stampa Gabriele Segre: il ministro israeliano è il «cattivo bipartisan» che funziona per tutti simultaneamente, per una parte dell’opinione pubblica «l’escrescenza tossica» di una democrazia altrimenti sana, per l’altra «la manifestazione più vera» di Israele. Due letture opposte ma gemelle, unite dallo stesso bisogno di semplificare: «Se Ben-Gvir, Trump, Putin sono l’incarnazione del male, allora “Israele è Ben-Gvir”, “l’America è Trump”, “la Russia è Putin”». Il vero problema, conclude Segre, «non è perdere il controllo del mondo, ma della sua interpretazione».

Il rapporto «From Watchdogs to Ideologues» di UN Watch smonta il sistema dei relatori speciali dell’Onu, segnala il Foglio: quasi tutti mostrano lo stesso schema, «finanziamenti o legami con regimi autoritari, attacchi ossessivi all’occidente, silenzio o minimizzazione sulle violazioni commesse dalle dittature». Tra i casi citati, la relatrice sulla libertà di espressione Irene Khan, selezionata da un panel guidato dalla Cina e silenziosa sulle repressioni di Pechino, e Tlaleng Mofokeng, relatrice sul diritto alla salute, che si è rivolta a Netanyahu con un «Fuck him». «Non più cani da guardia dell’umanità, ma referenti delle autocrazie», conclude il Foglio.

«Come si fa a scrivere parole indicibili come quelle che leggiamo troppo spesso contro Liliana Segre, o sui nostri muri?», si chiede la direttrice del Franco Parenti di Milano, Andrée Ruth Shammah, intervistata dal Corriere della Sera. Il quotidiano apre il colloquio ricordando come Shammah «fronteggia da mesi l’ombra insidiosa della Rete, con gli odiatori seriali, i pro-Pal e l’accusa di essere troppo sbilanciata su Israele». «Per dire quello che penso ho perso qualche invito», racconta Shammah. «Ma non mi sento vittima, esprimo un sentimento di disagio. Credo nella cultura che abbraccia e mette insieme, invece vedo crescere intolleranza e antisemitismo».

Giampiero Mughini sul Foglio recensisce il libro di Elena Testi Genesi (Feltrinelli), una storia di Israele dalla sua fondazione a oggi. «Ci sono cento modi di essere ebrei, uno è quello eccezionalmente volgare del ministro Itamar Ben-Gvir», scrive Mughini, contrapponendo al leader dell’estrema destra la «nobiltà e il coraggio politico» di Yitzhak Rabin e del suo gesto di stringere la mano al leader palestinese Arafat, pagato con la vita per mano di «un non lontanissimo compare di Ben-Gvir». In Israele, conclude Mughini, «convivono due diversi e totalmente opposti modi di vivere l’ebraicità»: da una parte la storia straordinaria di un popolo che ha costruito uno Stato, dall’altra «le prepotenze dei coloni che vorrebbero impadronirsi sino all’ultimo metro quadrato della Cisgiordania».

Libero dedica una pagina alla difesa di Giorgio Almirante, sostenendo che il fondatore del Msi «ha ripudiato» il suo passato razzista in un video reperibile su YouTube.

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